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Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini, una intensa storia d’amore. Con “fuitina”

Tutta colpa di Ade, il dio degli inferi, e della bella Persefone, di cui il re delle tenebre si invaghì, se in Sicilia per tanto tempo si ricorse alla “fuitina”. Sì, perché secondo la mitologia greca, la sensuale Persefone (Proserpina per i Romani) scatenò la passione incontenibile di Ade, che con la complicità di Zeus scese sulla terra per rapirla: quella fanciulla che raccoglieva e faceva germogliare i fiori nel prato era troppo aggraziata e affascinante per non accendere gli appetiti del demonio. Dove il luogo del misfatto? Nel cuore della Sicilia naturalmente, in quel di Enna. Dopo il ratto, la madre di Persefone, Demetra, dea della fecondità della terra, vagò disperata alla sua ricerca, per rifugiarsi, stremata e avvilita, presso il suo tempio lasciando che i frutti appassissero e la natura diventasse sterile. Tanto da costringere il dio degli dei, Zeus, a scendere a patti con Ade. Si giunse così a un compromesso, come in tutte le “fuitine”: fu concesso a Persefone di tornare sulla terra per otto mesi (quanto durano in Sicilia la primavera e l’estate) rimanendo negli inferi, in compagnia di Ade, per il resto dell’anno (l’autunno e l’inverno dell’isola). Se la “fuitina” affonda le sue radici nella più fantasiosa mitologia, essa – sebbene in genere rappresentata folkloristicamente nei suoi aspetti romantici – di romantico aveva assai poco nel costume siciliano di un passato che oggi, per fortuna, appare lontano. Il più delle volte era un espediente, tutto siculo, per consacrare col matrimonio unioni alle quali non si poteva, nell’ipocrisia delle convenzioni sociali, porre un consenso esplicito e preventivo: per l’età dei futuri sposi o per le loro condizioni economiche (con la “fuitina” si evitavano le spese, non sostenibili dalle famiglie povere, delle feste nuziali). Si trattava, perciò, quasi sempre di una finzione, di una sceneggiata che

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Tutto in Pirandello fu pirandelliano. Persino l’amore. Il legame complesso e tormentato con Marta Abba

L’amore fu fonte delle sofferenze feroci generate dalla convivenza con la follia, nel legame con Antonietta Portulano; fu sublimazione della bellezza e intrusione della letteratura nella vita, nella relazione con Marta Abba, anch’essa attraversata più dal dolore che da flebili squarci di gioia, comunque illusori. Nel 1925 Luigi Pirandello dirige il Teatro d’Arte di Roma che ha sede presso il palazzo Odescalchi, ha 58 anni, un matrimonio alle spalle chiuso da anni (dal 1919) con il ricovero in una casa di cura della fragile Antonietta Portulano, e, letterato agli allori (vana consolazione), declina verso la vecchiaia nella più spoglia solitudine. Nell’inverno di quell’anno il critico teatrale Marco Praga gli suggerisce di scritturare per la sua Compagnia una giovane e assai promettente attrice, Marta Abba. Praga l’aveva vista calcare le scene al teatro Manzoni di Milano per la Compagnia del capocomico Virgilio Talli. In particolare, era rimasto entusiasta del come era riuscita a calarsi nei panni di Nina nel capolavoro di Cechov Il gabbiano, tanto da scrivere: «C’è una tempra di attrice in questa giovane e, aggiungo, di primattrice. La sua bella figura scenica, la sua maschera, la sua voce ch’è di timbro dolcissimo e insieme delle più calde, l’intelligenza di cui ha dato prova in questa parte del dramma cecoviano, la sua sicurezza e la sua disinvoltura, la dimostrano nata per la scena, e subitamente matura per affrontare il gran ruolo». Pirandello, contagiato dal fervore di Praga, decide di accoglierla nella sua Compagnia, malgrado le esorbitanti richieste economiche. Il suo assistente Guido Salvini la va a trovare a Milano per farle stipulare il contratto con il Teatro d’Arte romano. Marta Abba viene scritturata come prima attrice con una paga giornaliera superiore a quella del primo attore della Compagnia, Lamberto Picasso. L’attende una novità teatrale di Massimo Bontempelli, Nostra dea, che

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Emiciclo

Sciascia giornalista

Cominciò la sua attività di giornalista culturale non su un giornale siciliano ma sulla Gazzetta di Parma. Poi l’approdo sul Corriere della Sera. Ma L’Ora di Palermo restò sempre il suo giornale. Tra i temi della sua attività pubblicistica: Il garantismo coerente, certe posizioni controcorrente da illuminista eretico (è famosa l’invettiva contro l’uso strumentale dell’antimafia) gli attirarono critiche anche feroci. L’omaggio di Montanelli: “L’ultimo a cui si convenga il titolo di grande; l’intellettuale più disorganico che io abbia mai conosciuto”

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Personaggi. Tomasi di Lampedusa e Alice Wolff, fu vero amore

A dispetto delle maldicenze e dell’assoluta indipendenza delle loro abitudini di vita, tra Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Alessandra Alice Wolff – più nota come Licy, diminutivo del secondo nome – vi fu vero amore. Il loro primo incontro ha un testimone d’eccezione: Shakespeare. Il principe si trova a Londra dove lo zio Pietro marchese della Torretta regge l’ambasciata italiana e dove in quel periodo Licy soggiorna. I due si conoscono all’ambasciata, amano la letteratura e Shakespeare di cui subito recitano insieme dei brani. Siamo nel giugno del 1925 e sebbene Giuseppe e Licy girino per Londra per mete letterarie – la casa di Dickens, Whitechapel, il quartiere che impressiona Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore – la scintilla non scocca e pare che allora il cuore dell’autore del Gattopardo palpiti per un’altra. Dovranno attendersi 5 anni perché i due si rivedano, questa volta a Roma, dove Licy è solita recarsi nel suo girovagare in Europa per seguire i vari convegni di psicanalisi, la scienza di Freud di cui è una seguace. Evidentemente la città eterna ha un fascino più romantico della bella ma grigia Londra e tra loro, accanto alla passione letteraria, inizia a prendere corpo qualcos’altro che vibra più intenso e non percorre solo le sfere cerebrali e dello spirito. Dopo poco Giuseppe si reca con Licy a Stomersee, un villaggio ai confini tra Estonia, Lituania e Unione Sovietica, dove sorge l’antico castello dei Wolff. L’anno successivo si rivedono ancora; tra Giuseppe e Licy, le affinità culturali fanno da preludio ad altro: Cupido è in agguato. Il sentimento matura tra la fine del 1931 e l’inizio del 1932. Il 21 gennaio del 1932 Giuseppe scrive all’amico Bruno Revel, forse il solo a conoscenza del suo invaghimento, chiedendogli complicità per facilitare altri suoi incontri romani con la colta

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“U iornu di li morti”, la tradizione siciliana e Halloween. Un micro saggio di antropologia culturale

Come è lontana la nostra tradizione (dei Defunti) dalla festa di Halloween. O meglio di come questa festa si è trasformata nei secoli rinnegando le sue origini, risalenti alle civiltà celtiche tribali. Il gusto per il macabro e per l’orrore, che la contraddistinguono, cela il terrore verso la morte e i morti, assente nel retroterra culturale del nostro Paese, nelle sue radici ancorate alla civiltà contadina. Soprattutto in Sicilia il Giorno dei Morti richiama riti suggestivi e, se non devozione, riverenza e rispetto verso i defunti. “U iornu di li morti”, che ancora in qualche modo si celebra in Sicilia il due novembre, svela – al contrario della festa di Halloween – una visione serena della morte e affettuosa familiarità coi defunti. Nel film “Baaria” di Tornatore vi è una scena in cui gli anziani si recano al capezzale di un moribondo per raccomandargli di portare i saluti ai loro cari, appena arrivato all’aldilà. Non si tratta di una trovata del regista, ma della rappresentazione di un’usanza un tempo tipica in Sicilia. Se ne racconta anche in una novella di Sciascia raccolta ne “Il mare colore del vino”. Ciò testimonia il rapporto dei siciliani con la morte e con i morti: di accettazione e deferenza. Ed è questo lo spirito con cui si manifesta il culto dei morti il due novembre. Nella notte del primo novembre i morti lasciano le tombe e si incamminano per le strade delle città per rubare giocattoli, dolci, vestiti nuovi da portare ai bambini. Ogni paese, poi, descrive l’evento riferendolo ai propri luoghi o arricchendolo di particolari. A Cianciana, ad esempio, il punto di partenza dei defunti è il Convento di S. Antonio dei Riformati. Da lì i morti escono per attraversare la piazza e giungere al Calvario, dove, recitata la preghiera al Crocifisso, discendono

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