Sciascia giornalista

Cominciò la sua attività di giornalista culturale non su un giornale siciliano ma sulla Gazzetta di Parma. Poi l’approdo sul Corriere della Sera. Ma L’Ora di Palermo restò sempre il suo giornale. Tra i temi della sua attività pubblicistica: Il garantismo coerente, certe posizioni controcorrente da illuminista eretico (è famosa l’invettiva contro l’uso strumentale dell’antimafia) gli attirarono critiche anche feroci. L’omaggio di Montanelli: “L’ultimo a cui si convenga il titolo di grande; l’intellettuale più disorganico che io abbia mai conosciuto”

Sciascia fu attratto dai giornali fin da ragazzo. In una Caltanissetta povera e ai margini dell’estremo Sud, frequentò l’istituto Magistrale dove insegnava Vitaliano Brancati (che però non fu tra i suoi professori) e non perdeva un suo articolo sulla rivista Omnibus che, con i pochi romanzi della letteratura americana che arrivavano in quell’angolo remoto della penisola, gli facevano scoprire un universo per lui nuovo e tutto da esplorare. La sua passione per il giornalismo continuò a mano a mano che cresceva e rimase viva quando non era ancora affermato sia dopo.

Per quanto possa sembrare strano, il sicilianissimo Leonardo Sciascia mosse i suoi primi passi nel giornalismo culturale su La Gazzetta di Parma. Agli albori degli anni ‘50, lo scrittore di Racalmuto aveva cominciato a dirigere la rivista Galleria edita a Caltanissetta dall’amico Salvatore Sciascia. Tramite quella rivista il giovane Leonardo Sciascia intrecciò diverse significative relazioni con intellettuali e letterati. Tra questi ultimi Mario Colombi Guidotti che, dal 1951, curò il supplemento culturale de La Gazzetta di Parma, Il raccoglitore. In quel foglio Mario Colombi Guidotti, giovane animatore culturale di vivace estro, raccolse firme già allora autorevoli, quali quelle di Carlo Bo ed Eugenio Montale, e altre che lo sarebbero diventate di lì a poco: Pier Paolo Pasolini, Alberto Bevilacqua, e appunto Leonardo Sciascia.

Con Colombi Guidotti Sciascia fu legato da una viva amicizia e frequenti furono i suoi spostamenti a Parma, dove trovava un ambiente ricco di entusiasmi letterari e di fervore etico. Di quell’ambiente rimane traccia negli amici di Parma del capitano Bellodi descritti ne «Il giorno della civetta››. La morte prematura di Colombi Guidotti, travolto da un incidente automobilistico a soli 32 anni, addolorò molto Leonardo Sciascia. Gli articoli letterari di Sciascia ne Il raccoglitore della  Gazzetta di Parma– una realtà per nulla marginale nel panorama editoriale di quegli anni – contribuirono a far conoscere il giovane scrittore, i cui elzeviri spiccavano per acume (fu tra i primi a segnalare la grandezza di Borges) ed eleganza coniugata a limpidezza.

Ad accorgersi del giornalista Leonardo Sciascia, fiutandone il talento anche come elzevirista, fu, dopo Colombi Guidotti, Vittorio Nisticò. Era il 1955 e Nisticò era da poco diventato direttore de ‹‹L’Ora››. Sciascia non era ancora uno scrittore affermato: aveva pubblicato a sue spese con l’editore Bardi un volumetto di brevi prose allegoriche, Favole della dittatura (1950), e la silloge di poesie La Sicilia, il suo cuore (1952), inoltre con l’editore nisseno Salvatore Sciascia l’antologia Il fiore della poesia romanesca (1952) e il saggio Pirandello e il pirandellismo (1953). A segnalare al neo direttore de L’Ora il nome di Leonardo Sciascia fu l’intellettuale comunista nisseno Gino Cortese.

Nisticò non esitò a contattarlo e a proporgli una collaborazione libera da vincoli: Sciascia avrebbe potuto scrivere sulle pagine del battagliero quotidiano palermitano i “pezzi” che voleva – note letterarie e di costume, commenti, testimonianze civili – e quando voleva. Il primo articolo di Sciascia comparve sulle colonne de ‹‹L’Ora›› il 23 febbraio 1955 ed era dedicato al poeta dialettale catanese Domenico Tempio. Da allora ebbe inizio la “militanza” giornalistica di Sciascia presso  L’Ora. Una “militanza” assidua e fedele, anche quando lo scrittore diverrà famoso e conteso dalle più prestigiose testate.

Dal 1964 al 1968 Sciascia ebbe una rubrica settimanale che volle intitolare Quaderno, titolo che alluderebbe, a dire di Consolo, al pirandelliano Quaderni di Serafino Gubbio operatore, ma anche al diario, alle Lettere al direttore, quelle che dal suo volontario esilio inviava Brancati alla rivista Omnibus. Nelle riflessioni del Quaderno il giornalista Sciascia intrecciava, con stile personalissimo, i temi letterari con quelli dettati dalla cronaca sino a farli diventare un tutt’uno. Gli argomenti di letteratura erano vivificati dai riferimenti all’attualità, quelli sull’attualità politica e sociale erano arricchiti dai richiami letterari, sempre pertinenti. Il tutto condito da una sottile e a volte amara ironia.

Mario Farinella, giornalista e poeta, fondatore fra l’altro a Caltanissetta nell’immediato dopoguerra del periodico Vita siciliana dove Sciascia, appena ventitreenne, pubblicò un articolo su Quasimodo, ricordò così la presenza dell’autore de ‹‹Il giorno della civetta›› nel quotidiano palermitano: ‹‹Quando il giornale gli chiedeva un articolo, una nota, un commento…non mancava mai all’appuntamento. Veniva lui stesso, arrivava in redazione quasi di soppiatto e come preoccupato di mostrarsi il meno possibile, di rimpicciolire la sua presenza. Lentamente estraeva dalla tasca il foglio piegato in quattro. “Non so se va bene, vedete voi”: era la sua formula d’uso››.

Come mai uno scrittore “eretico” come Sciascia si trovò perfettamente a suo agio in un giornale finanziato dal partito comunista? Lui stesso ne diede una convincente spiegazione: L’Ora sarà magari un giornale comunista, ma è certo che mi dà modo d’esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature››.

Per la verità il rapporto di Sciascia con L’Ora, per quanto fedele, non fu mai esclusivo. Sciascia collaborò pure con altri quotidiani siciliani: Il Giornale di Sicilia e, più sporadicamente, la Sicilia, dove dedicò un commosso ricordo ad Antonio Castelli in occasione della sua tragica scomparsa. Al Giornale di Sicilia è legato un episodio rivelatore della robusta tempra morale dello scrittore. Quando Roberto Ciuni, agli inizi degli anni Settanta, gli propose il praticantato nel giornale per potere poi accedere all’ordine dei giornalisti (come nel Corriere della Sera si era sperimentato con Moravia), Sciascia rifiutò non volendo godere di un “privilegio” nei confronti di chi si sacrificava in compiti meno gratificanti e più faticosi.

Il legame di Sciascia con L’Ora fu però diverso rispetto a quello con tutti gli altri quotidiani e periodici con cui collaborò, ‹compresi i più prestigiosi, soprattutto il Corriere della Sera, La Stampa, L’Espresso, per i quali, negli anni Settanta e Ottanta, scrisse molti articoli che ebbero particolare risalto, anche per il contenuto provocatorio, e che furono raccolti nei saggi La corda pazza, Nero su nero›, A futura memoria. A cominciare dalla metà degli anni ’70 e negli anni ’80, Sciascia divenne sempre più noto e fu corteggiato dalla stampa più accreditata, anche fuori dall’Italia.

Un tema che ossessionò sia lo scrittore che il giornalista Sciascia fu quello della giustizia. A proposito, un’attenta lettura dei suoi scritti testimonia la sua coerenza: fu sempre garantista, attento alle ragioni di chi si trovava nella scomoda veste dell’inquisito, specie se privo di colpe. Sostenne da subito e con energia la causa dell’innocenza di Tortora, si batté per quella di Sofri e, negli anni di piombo, fece parte di quella minoranza che sostenne l’autenticità delle lettere di Moro e che non considerò un cedimento dello Stato la possibile trattativa con le Brigate Rosse. Quando Moro fu rapito dai brigatisti, rimase colpito dalla solitudine dello statista democristiano, dal suo dramma di uomo tradito dai sedicenti amici, scrisse il pamphlet L’affaire Moro ed, eletto alla Camera, se ne occupò nell’apposita commissione parlamentare d’inchiesta. Nei suoi articoli risaltò il coraggio di professare le proprie idee pur sapendo di andare incontro a dissensi, malintesi, “censure” di vario tipo. Il gusto della provocazione si accentuò nei suoi ultimi anni. Ci si ricorda ancora e lo si ricorderà per tanto tempo a venire, l’articolo di Sciascia sui “professionisti dell’antimafia”. Apparve il 10 gennaio del 1987 sul Corriere della Sera e, al di là degli esempi additati – francamente discutibili, specie per il richiamo al giudice Borsellino -, sollevò un tema che più passano gli anni più si rivela profetico: l’uso strumentale dell’antimafia.

Quell’articolo gli procurò tantissimi nemici e accuse e insulti ineffabili. Furono in pochi a difenderlo. Tra essi Indro Montanelli, molto vicino a Sciascia nella metà degli anni ’80 e fino alla sua morte. Quando lo scrittore di Racalmuto scomparve, Montanelli scrisse sul suo Il Giornale: ‹‹Lo considero l’ultimo cui si convenga la qualifica di grande…l’intellettuale più “disorganico” che io abbia mai incontrato, cioè il più degno della qualifica di intellettuale. Il vuoto ch’egli lascia come scrittore è certamente grande: nessuno come lui saprà mai darci gli “spaccati” di Sicilia che ci dava lui. Ma ancora più grande è il vuoto che lascia come uomo. Di rispetto, o meno, e qualunque cosa voglia dire, in siciliano, questa parola››.

Malgrado col tempo fu sempre più diffusa e prevalente la frequentazione della stampa di rilievo nazionale, il rapporto di Sciascia con L’ Ora non si incrinò mai e fu sempre segnato da un affetto particolare. Al punto che lo scrittore, poco prima di morire, dettò per il quotidiano fondato dai Florio la prefazione su un volume che raccoglieva scritti di Borgese, poi pubblicato nella collana Dalle pagine dell’Ora. La prova che L’Ora, nonostante con gli anni la collaborazione fosse diventata più rara, restò sempre il suo giornale.

 

Antonino CangemiGiornalista e scrittore

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