Un appuntamento per parlare del rapporto tra IA e mondo del lavoro. È il tema del Festival Internazionale della Salute e Sicurezza sul Lavoro, giunto alla sua IV edizione. Un appuntamento per sensibilizzare e mantenere sempre alta l’attenzione sui diritti fondamentali della persona che lavora. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Mulazzi, Direttore della Fondazione Rubes Triva e del Festival Internazionale sulla Salute e Sicurezza del Lavoro.
Direttore, abbiamo assistito a numerosi interventi, sia di ambito istituzionale che di ambito politico e aziendale. Secondo Lei questa rivoluzione dell’IA si deve e si può governare? Potrà portare benefici ai lavoratori?
Abbiamo deciso di sviluppare dei ragionamenti su questo tema in quanto l’innovazione tecnologica è un elemento pervasivo che si inserisce nell’organizzazione e nei processi produttivi che toccano tutto il mondo del lavoro: dai lavoratori agli imprenditori, oltre naturalmente anche ai cittadini. Le novità che ha introdotto l’intelligenza artificiale riguardano tutti ma, pur toccando la vita di tutti noi, è una materia della quale si ha una conoscenza ancora superficiale. Per questo abbiamo ritenuto opportuno aprire dei lavori che potessero permettere un ragionamento pluridisciplinare su questo tema fondamentale.
Un appuntamento che, dalla scorsa edizione, ha visto l’aggiunta della manifestazione Safety Love, un concerto che cerca di coniugare prevenzione e intrattenimento a Gorizia, Capitale della cultura europea…
Nonostante la pioggia erano presenti in piazza oltre seimila persone. Per la maggior parte giovani che si sono divertiti, ma che hanno anche ascoltato in religioso silenzio e con molta attenzione la declamazione dei dieci principi della Carta di Urbino. Sintomo che la musica può essere un veicolo straordinario per promuovere la cultura della Sicurezza sui luoghi di lavoro.
Durante i lavori del Festival è emersa la necessità di formare i lavoratori all’utilizzo delle nuove tecnologie affinché questo strumento possa essere – come dichiarato dall’Eurodeputato Brando Benifei durante il suo intervento – un supporto rivolto all’emancipazione e non un agente di sorveglianza…
L’uomo è, da sempre, affascinato dalle macchine, dal loro potere ma, come premettevo, ancora oggi non vi è vera consapevolezza di questa tecnologia. Si sta cercando di risolvere questo enigma, ma l’uomo è ancora disorientato. Un disorientamento che potrebbe generare ulteriori rischi, soprattutto nel mondo del lavoro. Infatti, la domanda retorica dal quale è originato il tema di quest’anno è stato: è il lavoro che crea l’uomo oppure.. e lascio la risposta in sospensione confidando che le riflessioni che si sono susseguite all’interno del Festival possano aiutare a trovare una risposta a questo quesito centrale nella realizzazione sia professionale che personale dell’individuo.
È stata anche presentata una ricerca sviluppata dalla Fondazione Rubes Triva e dall’Università Politecnica delle Marche che evidenzia come oggi nelle multiutility l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia ancora molto basso. Come interpreta questo dato?
La ricerca riporta dati parziali. Sono l’incipit di un lavoro che vogliamo strutturare nel tempo. Lo abbiamo inteso come una prima – necessaria – cornice nella quale inquadrare l’utilizzo di queste tecnologie in un campo specifico come quello dell’igiene urbana. Un campo che conosciamo molto bene, essendo la Fondazione Ente Bilaterale paritetico per la formazione dei lavoratori delle imprese di igiene ambientale sulla prevenzione, protezione e sicurezza dei luoghi di lavoro.
Dunque, un inizio di un percorso più articolato…
Esattamente. Abbiamo inteso questa ricerca come un primo step. Poiché, come abbiamo visto durante il Festival, sono molti i quesiti che hanno bisogno di risposte. Nel confronto tra i numerosi relatori, ognuno dal proprio punto di vista, è emersa l’urgenza di comprendere la relazione delle nuove tecnologie con la vita dei lavoratori, senza dimenticare il bene primario, ossia la tutela del benessere della persona che lavora.
Con l’elezione di Papa Leone XIV, si è molto parlato di una possibile prossima enciclica che possa ripercorre i temi della Rerum Novarum di Leone XIII, come ha sostenuto il professor Zamagni il primo argine al lavoro umano inteso come merce. Anche alla luce dell’intervento di Monsignor Bignami nel corso del Festival, quali possono essere i confini etici dell’IA nel mondo del lavoro?
Il contesto storico in cui è intervenuta l’enciclica di Leone XIII era molto diverso dai nostri tempi. La stagione della Rerum Novarum era un momento di alta tensione politica e sociale, con nuove rivendicazioni dei ceti proletari che vennero intercettati da Leone XIII. Quello che possiamo accogliere, ancora oggi, di quanto scritto allora è la volontà di inserire il rapporto tra impresa e lavoro non in una logica individuale, bensì in una dimensione partecipativa collettiva. Ovvero la scelta di vedere il lavoratore e la sua realizzazione non come un freno al progresso economico, ma come un elemento insindacabile dello sviluppo umano.
Nella stagione dell’automatizzazione, dunque, occorre recuperare la dimensione collettiva…
Sì, anche in ambito contrattualistico. È giusto contrattare sul tema salariale, ma non possiamo dimenticare la difesa della dimensione collettiva, di intervenire sui processi produttivi. Un tema che dobbiamo affrontare prontamente perché i rischi legati ad un’errata organizzazione dei processi produttivi può alimentare nuovi rischi.
Quali?
Mi ha molto colpito, a tal proposito, la ricerca del professor David Barquin Lantaron, Direttore della Catedra Prevención Cantabria dell’Università di Cantabria in Salute e sicurezza sul lavoro, che ha parlato di come, rispetto a quanto già analizzato da Durkheim, i suicidi non sono più solamente legati all’andamento economico, bensì si sta evidenziando una correlazione tra suicidio e una nefasta organizzazione del lavoro che continua a generare alienazione. Un dato che deve allarmarci e spingerci a lavorare con ancora più vigore verso la necessità delle Istituzioni di promuovere una nuova idea di organizzazione del lavoro che possa mettere l’uomo al centro, come abbiamo sostenuto nel nostro decimo principio della Carta di Urbino.
Nella giornata di apertura del Festival, gli onorevoli Chiara Gribaudo e Walter Rizzetto hanno entrambi lodato il gemellaggio tra la Carta di Urbino e la Carta di Lorenzo, sottolineando come la cultura della prevenzione e l’impegno in favore della sicurezza sul lavoro debbano essere uno sforzo trasversale e congiunto…
Il gemellaggio che abbiamo sottoscritto con i genitori di Lorenzo è un atto che abbiamo fatto con convinzione e consapevolezza. Il gemellaggio delle due Carte simboleggia da un lato la dimostrazione di una comunità che si è attivata e ha deciso di lottare contro l’indifferenza, mentre dall’altro rappresenta un decalogo di principi irrinunciabili che devono essere sempre presenti nella coscienza di ognuno di noi. Questo gemellaggio ha l’obiettivo di scuotere le coscienze, ribellarsi all’indifferenza.




