Cassazione, sgomberi e diritto alla casa. La colpa di avere pietà

L’Ufficio del Massimario della Cassazione ha sollevato un punto di diritto e coscienza: l’impatto sociale degli sgomberi. Una riflessione tecnica ma sufficiente a innescare una reazione politica dalla destra che ha accusato la Corte di ideologizzazione. Ma il vero tema sollevato resta l’invisibilità della povertà nel discorso pubblico
Palazzo di Giustizia, inaugurazione dell'anno giudiziario in corte di Cassazione - LaPresse

La Cassazione ha parlato. Anzi: ha scritto. In una relazione tecnica dell’Ufficio del Massimario ha osato segnalare che l’esecuzione forzata degli sgomberi può avere un forte impatto sociale. Non un pamphlet sovversivo. Non un manifesto firmato Brigate Abitative. Solo un’annotazione, asciutta e ponderata, come si conviene a chi con la legge convive ogni giorno. Eppure, tanto è bastato per scatenare un coro bipartisan di sdegno. Come se la Suprema Corte avesse appena commesso l’errore più imperdonabile: guardare per un attimo dalla parte degli ultimi.

Confedilizia ha subito indossato l’elmetto. Il centrodestra ha acceso i fari semantici per stanare l’eresia. “Volantino dei centri sociali”, ha sentenziato Nicola Procaccini (FdI). “Superamento della neutralità”, ha tuonato Alessandro Cattaneo (FI). Come se dire che gli sfratti e gli sgomberi facciano male – a volte più di una bolletta – fosse un atto d’insubordinazione costituzionale. D’altra parte, nel nostro Paese, la proprietà è l’ultimo tabù sacro: si può ridere di tutto, tranne del catasto. E la funzione sociale dell’abitare, quella che la Costituzione raccomanda come cornice di ogni diritto, è trattata come un’ospite molesta che bussa senza invito.

È stato persino necessario precisare che sì, i giudici possono consultare i lavori parlamentari, e no, non è un crimine. Come se leggere le fonti del diritto fosse, di colpo, un gesto sovversivo. Meglio, forse, non sapere. Meglio eseguire in silenzio. Meglio ignorare il disagio, perché il disagio dei poveri fa rumore, mentre quello dei ricchi si scrive in grassetto.

La verità, scomoda ma banale, è che una famiglia sfrattata non ha un ufficio stampa. Non compare nei sondaggi. Non ha proprietà da tutelare, ma solo oggetti da raccogliere in fretta. E in un sistema dove “possiedo, dunque esisto”, chi non possiede non ha diritto neppure a un inciso in un documento tecnico.

La reazione politica dice molto. Dice che un parere giuridico diventa ideologico solo quando sfiora la povertà. Dice che l’abitare è ancora visto come un privilegio, non come un diritto da bilanciare. Dice, infine, che la giustizia è ben accetta finché resta dalla parte giusta del citofono.

Non era una provocazione, quella del Massimario. Era un promemoria: che il diritto non è solo la somma dei titoli di proprietà, ma anche la coscienza viva di ciò che accade a chi quei titoli non li ha. E se questa consapevolezza, sobria, documentata, appena accennata, diventa militanza, allora forse il problema non è il Massimario, ma il massimalismo di chi non tollera più nemmeno la pietà.

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