Da quando è diventato una moda (spesso ormai tanto più trasandata quanto più pretende di ostentare l’aderenza a una linea superficiale del gusto), “lo studio delle mostre, in particolare di quelle del passato prossimo”, corre il rischio di rientrare nel campo delle “banalità varie”, anziché nel “terreno di sperimentazione della ricerca storico-artistica più progressiva”. “Certe esperienze si possono fare solo lì, in quel momento definito e transitorio. […]. Lo studio delle conseguenze scientifiche, qualsiasi sia l’argomento, è naturalmente un’altra cosa” (le parole tra virgolette sono di Giovanni Agosti dalla prefazione a Patrizio Aiello, Caravaggio 1951, con una postfazione di Jacopo Stoppa, Officina Libraria 2019, pp. 7-34: 7, 10-11). Le conseguenze scientifiche delle mostre in alcuni casi si possono misurare egregiamente, pur se non esaustivamente, dai loro cataloghi. A chi fa le mostre e a chi le visita e ne legge i cataloghi tocca il compito di restituire le opere al territorio, comunque al loro ambito di provenienza, e alla loro storia, con un atto critico che è esso stesso una iniziale forma di tutela: “L’arte, di per sé muta e indifesa, non può proteggersi che con la fama, e la fama è la critica sempre desta” (così Roberto Longhi in un ammonimento che andrebbe mandato a memoria più fuori che dentro le aule universitarie, dato che in Italia si tende a dimenticare le opere del patrimonio pubblico, così non è necessario destinare alla loro tutela quotidiana denaro altrettanto pubblico). Le mostre necessarie e i libri che ne conseguono hanno anche un ruolo civile perché possono incidere in forme decisive sul modo di intendere quello che chiamiamo “patrimonio culturale” (ormai con definizione semanticamente distorta in chiave di sfruttamento economico per un turismo devastante). A tale linea metodologica (che non nasce oggi, ha una tradizione in Italia e rinsalda i musei al