Non c’è bisogno di scomodare le grandi anime di Ugo Foscolo, che dell’esilio fece quasi un genere letterario, o di Alphonse de Chateaubriand, che nelle Memorie d’Oltretomba ricordava con autoironica nostalgia la sua esperienza di emigré durante la rivoluzione francese, per comprendere che il destino di esule ha accompagnato la vita di molti letterati delle più diverse estrazioni. “Dio è nato in esilio” è il titolo del romanzo con cui Vintila Horia, profugo romeno dopo l’avvento nel suo Paese della dittatura comunista, vinse nel 1960 il Prix Goncourt. Ed esuli politici furono dopo l’avvento del nazionalsocialismo personalità come i fratelli Mann, ma anche come il poeta espressionista Gottfried Benn, che però, laureato in medicina, per evitare di suonare il piffero alla propaganda nazista come letterato decise di rimanere in patria prestando però servizio come ufficiale medico, coniando lo slogan, espresso anche nel suo volume autobiografico Doppia vita, “l’esercito è la forma aristocratica dell’emigrazione”. È stato però destino di uno dei più grandi romanzieri del secolo scorso sentirsi esule nell’arco di sessant’anni almeno tre volte e in tre forme diverse. È un amaro record di cui è giusto parlare, in occasione di una singolare ricorrenza: il cinquantenario dell’edizione italiana di Arcipelago Gulag, uscita il 25 maggio 1974 per i tipi di Mondadori, ponderosa e poderosa denuncia, sotto forma di inchiesta, dei campi di concentramento (e, di fatto, di sterminio) sovietici. Il primo esilio Aleksandr Isaevič Solženicyn, nato nel 1918 in una cittadina russa alla pendici del Caucaso, morto a Mosca 90 anni dopo. l’aveva conosciuto quando nel 1945, giovane capitano di artiglieria promosso per meriti di guerra, fu arrestato per aver osato criticare Stalin nella lettera a un amico e condannato a otto anni di campo di lavoro e a tre di confino. “Esule in patria”, nel corso di quell’esperienza conobbe