Del discorso di Ignazio La Russa, quando si è insediato alla presidenza del Senato, sono tante le cose da annotare. A cominciare dall’espediente retorico che ha usato dicendo di non aver preparato un testo, ma solo alcuni appunti. Gli crediamo ma fino a un certo punto, a patto che si riconosca che di trovata si tratta. La sua designazione a presidente del Senato era nota da giorni e quindi è poco credibile immaginare che non avesse preparato almeno una scaletta. Ma queste, come direbbe Totò, sono quisquilie, divertenti ma non importanti. Ci interessa invece cogliere alcuni aspetti delle cose che La Russa ha detto e non ha detto. Per esempio, una frase rivelatrice che sembra quasi una excusatio non petita: sono stato sempre un uomo di parte, anzi di partito (non vediamo tutta questa differenza, NdR), ma quando ho assunto incarichi pubblici (vice presidente del Senato, della Camera, ministro della Difesa, NdR), sono stato capace di essere al disopra delle parti. La Russa non ha giocato a travestirsi da agnello: ha rivendicato le idee politiche professate da suo padre e dai suoi figli: idee di destra. La parola “fascista”, neanche “postfascista”, non l’ha mai pronunciata. Per pudore? Perché ha cambiato idea? Per opportunità? Per non suscitare polemiche? Era invece l’occasione per rivendicare le sue idee e dire fino a che punto le conserva o le ha aggiornate. Invece niente. Non ha sottaciuto che uno dei suoi fratelli, Vincenzo, ha abbandonato “l’idea professata in famiglia” e se n’è andato nella Democrazia Cristiana. Ha citato Tatarella, ministro dell’Armonia, un personaggio mite e gentile, così lo ricordiamo noi, e sono le due qualità che Liliana Segre ha auspicato segni distintivi dei dibattiti e dei comportamenti dei politici. Era un uomo anche spiritoso: quando in Europa ai ministri di destra del governo Berlusconi rifiutavano