Quel manoscritto di Letta trovato a… Parigi. Spiega la disfatta. Il testo è apocrifo, il disastro è vero

CulturaPolitica

“Come (non) consegnare il Paese alla Destra su un piatto d’argento”.

Questo il titolo di un testo che un anonimo ricercatore di libri e manuali avrebbe trovato in uno scantinato della Sorbona, il luogo dove Enrico Letta professore a Sciences Po insegnava la politica ai giovani e, supponiamo, con qualche necessaria ispirazione a Machiavelli, i modi per conquistare il consenso e i mezzi per non perderlo.

Ma è bastato un primo esame per capire che si tratta di un apocrifo, di un falso insomma, e quindi non può essere attribuito al segretario del Pd.

Ma per una imperscrutabile logica che governa i falsi – la storia ne è piena – il lettore che scorre le pagine arriva a una semplice conclusione: il testo è falso ma la sostanza c’è. Ed è vera!

Vera al punto che è quello che esattamente è successo il 25 settembre, in un inizio d’autunno che la sinistra segnerà nel calendario come la stagione più nera della sua storia.

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Il lettore scuserà questo ricorso, fin troppo scoperto e abusato, all’espediente retorico e satirico del libro ritrovato, del falso, con il quale vogliamo abbozzare un’analisi delle cause che hanno portato il Partito democratico a un bagno di sangue elettorale, a una emorragia, diciamo pure, in qualche caso, non solo dolorosa, ma anche umiliante nelle forme in cui è avvenuta.

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Una doverosa premessa per stornare il sospetto di pregiudizi

Enrico Letta è una persona stimabile, preparata, dai modi garbati e civili. È stato ministro con Prodi, presidente del Consiglio, uomo di idee e di studi, ha collaborato con Beniamino Andreatta. Gli italiani lo conobbero meglio quando arrivò a Palazzo Chigi, con un ruolo che egli svolse con onore ma anche con qualche lentezza nelle realizzazioni. Ma il suo compito non era facile: mentre da Palazzo Chigi egli governava, al Nazareno, sede del Pd, il segretario era Matteo Renzi, che aveva dato alla linea del partito un’accelerazione in tutti i campi. Letta e Renzi erano come due ciclisti molto diversi: il primo era un “passista”, l’altro un velocista.

Finì come tutti ricordano: male.

I due erano fatti per non intendersi. E da “Enrico stai sereno” allo stacco della spina del gas, (stiamo parlando di corda in casa dell’impiccato) il passo fu più veloce di un lampo. Letta da signore mangiò la foglia, si dimise senza protestare. Ma poiché non è un ipocrita, non volle rispettare neanche l’ombra del fair play istituzionale (cosa che gli fu rimproverata). E alla cerimonia di consegna della simbolica campanella, tra il presidente uscente e l’entrante, Letta la porse a Renzi non rivolgendogli nemmeno lo sguardo ma guardando da un’altra parte. Un gesto umano, troppo umano, che peraltro getta un po’ di calore e di verità sulle liturgie della politica, di solito considerata come algido teatro di intrighi e finzioni.

Nel regno di Renzi, Letta capì che era il caso di cambiare aria. Perciò non si fece sfuggire l’occasione di un insegnamento alla scuola di Scienze politiche a Parigi, da dove continuò a guardare alle vicende italiane, assistendo alla caduta rovinosa di Renzi, alla successione di Gentiloni, all’abbandono da parte di Zingaretti della segreteria del Pd , fino alla sua “chiamata” a Roma quale nuovo Cincinnato.

Solo che il famoso salvatore della patria romano, come spesso nella storia di Roma, prestò i suoi servigi in un breve arco di tempo e poi tornò alla sua attività di agricoltore.

Letta invece era atteso a un compito lungo e da far tremare i polsi.

Rianimare un malato grave, soggetto a convulsioni, che si reggeva in piedi – e si reggeva anche bene – grazie a una pratica di governo quasi ininterrotta pur non avendo vinto le elezioni negli ultimi dieci anni. Questa narrazione di recente, proprio su queste pagine, è stata rettificata dall’onorevole Fiano, caduto con onore nel duello con Isabella Rauti nel collegio di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia” per l’eroica resistenza antitedesca, ma anche bacino elettorale storico del Pci (o tempora o mores).

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Letta ha preso in consegna insomma un partito disabituato a fare l’opposizione

Formato da una classe dirigente appagata e satolla di potere, che – i fatti poi lo hanno dimostrato – ha dimenticato la lezione di Marx, ma anche di Gramsci , soprattutto questa: la lettura della realtà, sociale ed economica, in cui radicare le proprie battaglie.

Questo scollamento è stata una specie di malattia mortale, perché tutto parte da lì: dall’allentamento di contatto con gli antichi e nuovi fenomeni sociali, con il mondo del lavoro un tempo al centro delle politiche della sinistra; con l’inversione delle priorità programmatiche scambiando il necessario per il “superfluo” e viceversa.

Questo il partito che Letta ha avuto in consegna.

Di più: come avviene anche nel calcio, dove quando una squadra infila risultati fallimentari partita per partita, e il presidente della società non ha altra strada se non quella di licenziare l’allenatore, che pure costa milioni di euro l’anno, non potendo licenziare, come sarebbe più giusto, mezza squadra o i giocatori che non rendono, così, in politica, è fin troppo facile caricare sulle spalle del segretario il pesante fardello della sconfitta. E farne un Cireneo che porta la croce per tutti.

In altri termini, nel fuggi fuggi dalle responsabilità, nell’inutile accanirsi contro la sorte, o contro il “destino cinico e baro” (copyright di Giuseppe Saragat), viene comodo, semplice, sbrigativo e con la sfacciataggine del senno di poi prendersela con il segretario del partito.

Nell’analisi della sconfitta, ancora non si è udita questa argomentazione: il popolo non ci ha capiti. Ma non dubitiamo che prima o poi arriverà. A costoro basterà replicare con questo graffiante aforisma di Bertolt Brecht: “Il comitato centrale (del partito) ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”.

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Risparmiando a Letta quello che a Letta non si può imputare, vediamo se e quali errori possa avere fatto, alla luce dei risultati fallimentari. (c’è di peggio solo il 18,7 di Renzi alle elezioni del 2018).

E allora, intanto vogliamo ricordare che c’è un peccato originale di questo Pd, secondo la fulminante definizione che ne diede D’Alema: un amalgama mal riuscito?

Un partito nato dal matrimonio tra quel che era rimasto del Pci-Pds-Ds e la sinistra democristiana, orfana del partito d’origine – la Dc – liquefatto insieme con gli altri partiti di governo dopo la tempesta di Tangentopoli.

Un esperimento, in laboratorio, in piccolo, di quello che Berlinguer aveva sognato in grande scala: il compromesso storico tra la Dc e Il Pci, quando erano partiti vivi e interi, su oltre il 30 per cento ciascuno.

Il Pd invece si è configurato come un compromesso bonsai. Senonché, il Pd ha avuto due scissioni: a destra con Renzi e i suoi luogotenenti tutti piazzati in Parlamento, e a sinistra con Bersani, Speranza e D’Alema, che hanno formato un partitino mai decollato, e per giunta zavorrato dal discusso ruolo svolto da Speranza quale ministro della Salute.

E allora di quel che restava di questo Pd qual è la carta dei valori? Il pantheon di riferimento? Cosa resta della lezione gramsciana sul ruolo degli intellettuali, della scuola? Della lezione marxiana per mettere al centro il lavoro, la costruzione di un blocco sociale tenendo conto della realtà che cambia continuamente? Dei nuovi valori , dei nuovi soggetti sociali, dei nuovi diritti che irrompono e che chiedono riconoscimento?

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Quante definizioni del Pd

Del Pd si è detto ormai di tutto negli ultimi tempi; che è un partito delle elite, dei benestanti, degli appagati, di quelli che il lavoro già ce l’hanno, il partito (che brutta espressione!) della Ztl, di quelli che, per citare un verso di Primo Levi, se ne stanno sicuri nelle loro comode case.

La domanda sorge spontanea: con un partito così Letta poteva fare miracoli? Certamente no. Egli si è gettato con generosità e senza risparmio in una impresa quasi disperata, come far vincere lo scudetto a una squadra di centroclassifica.

E tuttavia Letta errori ne ha fatti e ci ha messo del suo.

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Se le cose stanno così, il rimedio qual è?

Già lo dicono in tanti, qualche professore universitario già si è pronunciato e anche alcuni parlamentari di valore, e parlano così non perché non sono stati eletti. Il rimedio risolutivo non è cambiare il segretario, e neanche fare il congresso. La parola più appropriata potrebbe essere una sola: e comincia con la R, anzi ce ne sono più di una che comincia con la stessa lettera: rifondazione, ricostruzione, ristrutturazione, rilancio, riprogrammazione, per usare un termine tecnologico che non guasta.

L’idea lettiana del campo largo era generosa, ma poi si è visto che i giocatori in questo campo erano meno di una partita di calcetto. Ma questa idea del campo largo pur generosa non produce risultati, è l’idea che la sottende a non funzionare: l’idea appunto di dire: Questa è la casa del Pd, le porte sono aperte, venite e sarete accolti a braccia aperte.

Non funziona così. Per chi, anche con tutta la buona volontà, volesse accogliere l’appello, l’idea di andare in una casa che già esiste e non ha poi tutto questo appeal per abitarci, ed è per giunta presidiata gelosamente e forse anche golosamente occupata da tanti inquilini che ci stanno da tempo, è indigesta e non praticabile.

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E quindi?

Occorre politicamente, simbolicamente demolire il Pd, scioglierlo e dare origine a una Costituente, a una specie di nuovo inizio: una costituente di tutti i progressisti, anche dei progressisti moderati, che si riconoscano in una tavola di valori condivisa: che metta al centro la scuola come motore da rinnovare per una nuova Italia; il lavoro sicuro  e la dignità dell’uomo; un futuro ai giovani, un reale collegamento tra il mondo degli studi e quello della produzione; un reale riconoscimento dei diritti, delle libertà, sociali e civili; una chiara collocazione internazionale; un welfare effettivo e non declamato e a macchie di leopardo; una lotta senza quartiere e non a parole contro la corruzione e le mafie. Un impegno per la felicità dei cittadini.

Sono valori di sinistra? Sono valori civili, liberali, che connotano un umanesimo della politica, e certo una formazione di sinistra li mette nella sua bandiera e soprattutto li pratica e non si limita a trasformarli in stanche giaculatorie.

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E ora le osservazioni sulla gestione di Letta

Fatta salva la indicazione sommaria dell’orizzonte in cui Letta si è trovato ad agire, del tipo di partito che ha ereditato per guidarlo, della sua concreta azione politica e soprattutto della sua impostazione della campagna elettorale, si potrebbero fare queste semplici osservazioni.

Il Pd intanto paga errori suoi, e chi ha colpa del suo mal…

Gli errori sono più d’uno.

  • Il Pd ha votato una legge elettorale che è poi diventata la sua trappola, come chi cerca di architettare un congegno per acchiappare i topi e poi ci finisce dentro lui.
  • Il Pd ha votato, per timore di rompere l’alleanza di governo giallorossa, la legge sul taglio dei parlamentari, anzi di più e peggio: votò prima contro, e nella seconda e decisiva lettura parlamentare si acconciò al taglio lineare del numero dei deputati e senatori, stupendo perfino i Cinque stelle. ( Riccardo Fraccaro, plenipotenziario dei 5 Stelle, in una intervista pubblicata su queste pagine, avrebbe confidato a Osvaldo Napoli: noi avevamo proposto 400, ma ci aspettavamo di dover arrivare a un taglio a 500. Invece, non trovammo nessuna resistenza). Il taglio, certo, era necessario, anche le bicamerali precedenti l’avevano previsto ma mai fatto. Ma non in quel modo da macelleria istituzionale.
  • Non è stato considerata o è stata sottovalutata una circostanza grave: il taglio dei parlamentari avrebbe comportato una ridefinizione dei collegi elettorali, diventati molto più ampi. Questi collegi hanno finito per comprendere realtà politicamente eterogenee, mischiando territori, per esempio, tradizionalmente “rossi” con territori di altro colore. E così sono saltate le previsioni e gli stessi calcoli sui risultati.
  • In altre parole, l’incrocio tra la legge elettorale, con i nuovi collegi, e il taglio dei parlamentari ha creato un effetto distorsivo e di alterazione della rappresentanza sui territori, e così ne è venuta fuori una grande frittata.

Fin qui le coordinate diciamo così strutturali dell’orizzonte in cui il Pd di Letta si è dovuto muovere (come gli altri partiti del resto).

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Venendo più allo specifico della tattica usata da Letta

Si può considerare forse un errore (anche con il beneficio del senno di poi, si può ammettere) che aver feticizzato l’agenda Draghi si è rivelato un errore capitale.

Intendiamoci, il ricordo del governo Draghi era fresco, la stima verso l’ex presidente della Bce era alta. Ma aggrapparsi come un naufrago alla scialuppa del governo Draghi ormai affondato e all’agenda Draghi ha finito per essere invece di un salvagente per il Pd una zavorra per farlo colare a picco.

Letta è rimasto l’unico leader, insieme con Calenda e Renzi, e la Bonino, a parlare di agenda Draghi quando lo stesso eponimo mostrava addirittura fastidio a essere tirato in ballo.

E poi: il Pd ha fatto per caso fatto presso i suoi elettori, o gli elettori tout court, una indagine per capire se questa benedetta agenda Draghi facesse qualche effetto sulla scelta di voto? e quale?

Ma il problema dove si annidava?

Nel fatto che, non per colpa di Draghi e neanche di Letta, presso una parte crescente dell’elettorato, Draghi è diventato via via simbolo delle difficoltà economiche di famiglie e imprese, soprattutto per la questione energetica. Per paradosso, quello che era stato chiamato come salvatore della patria è stato vissuto da molte fasce di elettori come il responsabile dei loro guai.

Perciò non stupisce che quando Letta sulle piazze alzava la bandiera dell’agenda Draghi, il Pd perdesse punti.

Di più: in nome dell’agenda Draghi, su cui Letta è diventato alla fine più draghiano dello stesso titolare, il segretario del Pd ha interrotto i rapporti e qualsiasi ipotesi di alleanza con i 5 Stelle.

Ma come? si obietterà. Allearsi con coloro che avevano affossato Draghi?

Sissignore. Bisognava tentare un’alleanza, perché ormai il capitolo Draghi si era chiuso, e cominciava tutto un altro campionato. E la posta era la conquista del potere in Italia nei prossimi 5 anni.

Nenni ammoniva: non si fa politica con i sentimenti, e a maggior ragione non si fa politica con i risentimenti.

Forse era necessaria una visione più larga, oltre al campo largo, un sovrappiù di realismo e di duttilità, i 5 Stelle a nessun costo dovevano essere lasciati andare. Conte poi, pur con la sua baldanza, ora ancor più motivata, già allora avrebbe trattato, temendo di scomparire dalla scena, secondo certi pronostici che davano il Movimento in caduta libera, prossimo alla dissoluzione.

Invece si è lasciato che Conte, indossando i panni di un tribuno, battesse ogni paese del Mezzogiorno, salvando il Movimento dal naufragio e recuperando almeno la metà dei voti del 2018. Voti in parte pescati nel bacino elettorale del Pd o che il Pd avrebbe potuto intercettare o considerare ‘’di famiglia’’, se l’accordo fosse stato fatto.

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Si è ancora in tempo, per costruire quella Costituente di cui si diceva. Conte ha detto che con questa classe dirigente nemmeno si siede al tavolo.

Vuole insomma altri interlocutori, non vuole Letta.

Il Suslov del Pd,  Goffredo Bettini, che spesso parla sotto il cielo di Thailandia, consiglia di riprendere il dialogo. Ma ci vuole altro. Intanto, ammoniva Moro, un partito non deve fare scegliere a un altro partito il proprio segretario.

Il lavoro da fare è lungo, e non si tratta nemmeno di costruire un’alleanza, per quanto possa durare, ma una NUOVA CASA ex novo, in cui tutti si sentano condomini e non inquilini aggiunti.

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Seconda osservazione: in una campagna elettorale che è diventata la fiera delle promesse, oltre che delle vanità, anche Letta non si è sottratto e ha promesso l’aumento di stipendio agli insegnanti. E le altre categorie?

Spesso le campagne elettorali chiedono un voto di pancia, come si suol dire con una brutta espressione. Al professor Letta chiediamo: in una situazione siffatta, in cui la gente chiede lavoro, sicurezza, come arrivare a fine mese, è stata una buona idea insistere sullo jus scholae dando la erronea impressione di uno stravolgimento di priorità?

Diritto sacrosanto, lo jus scholae, per carità, ma insistervi mentre la casa brucia è comportarsi come i teologi che discutevano sul sesso degli angeli mentre gli ottomani erano alle porte di Bisanzio.

E poi quegli allarmi sul pericolo per la democrazia, sul fascismo tornante,  non ha dato l’idea di una povertà di pars construens, di argomenti e di proposte, per rifugiarsi invece nel comodo armamentario propagandistico valido semmai decenni fa?

Non ha dato l’impressione di una battaglia fatta più sulla difensiva, piuttosto che la voglia di puntare a uno sfondamento elettorale?

La politica è fatta anche di psicologia: l’elettore, se percepisce che un leader ha paura di perdere, non ci mette niente a considerarlo un perdente e passare dall’altra parte. Restiamo sempre il Paese in cui, diceva Flaiano, si corre in soccorso del vincitore. O andando più indietro, con Guicciardini: Guai a trovarsi là dove si perde.

In una bella pagina della sua Storia della Letteratura latina Concetto Marchesi, trattando il caso di Catilina, un congiurato che lottava per la libertà, fa questa considerazione per commentarne il fallimento: la sfortuna è come la scomunica. E Catilina era uno scomunicato.

La fortuna (la sfortuna) ha avuto un ruolo in queste elezioni? Non sappiamo, in ogni caso, c’è una frase di Machiavelli, pronunciata al tempo in cui le donne non potevano protestare (oggi lo azzannerebbero): “La fortuna è femmina, e bisogna acciuffarla per i capelli”.

 

Mario Nanni  – Direttore editoriale

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