Meloni illustra alla Camera un cantiere di governo di cinque anni

"Vaste programme", ora si attendono le decisioni concrete. Messaggio alle opposizioni sulle riforme: se non collaborate ma fate opposizione pregiudiziale noi andremo avanti lo stesso. Citati Montesquieu (la libertà è un bene che rende possibili tutti gli altri), papa Francesco e papa Giovanni Paolo II, definito "statista e santo".

Con la stessa velocità con cui è nato, il governo Meloni ha avuto ieri la fiducia della Camera. Oggi l’avrà anche dal Senato. Discorso di oltre un’ora, un dibattitto serrato ed essenziale, quello che si svolse in circostanze drammatiche della vita nazionale (il giorno del rapimento di Moro, il 16 marzo 1978, in cui il Parlamento votò la fiducia con una celerità mai vista prima). Per dare una risposta forte al pericolo che allora era il terrorismo. Ora i pericoli sono altri ma non meno preoccupanti.

L’on. Meloni nel suo discorso programmatico da presidente del Consiglio, del primo governo politico dopo 11 anni di governi tecnici o non confortati dal voto popolare, aveva il problema, forse la necessità, di non trascurare nessuna delle questioni, almeno di quella più importanti per il  Paese. Anche per non incorrere nelle prevedibili osservazioni delle opposizioni che avrebbero mosso il dito segnalando: di questo non ha parlato, su quello hai sorvolato. Come poi è puntualmente avvenuto.

E questo spiega la lunghezza del discorso. D’altra parte nel Parlamento, se si eccettuano i congressi di partito (Moro parlò sette ore al Congresso di Napoli del ‘62 ma si trattava di convincere la Dc a varare la politica di centrosinistra), non ci registrano discorsi fiume nel caso di presentazione di un nuovo governo alle Camere. Discorso a parte per l’ostruzionismo: Giorgio Almirante, soprannominato per questo “vescica di ferro”, parlò oltre 16 ore cercando di bloccare la legge che istituiva le Regioni.

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Ringraziamento a Mattarella e Draghi, più di un atto formale e protocollare

L’on. Meloni ha ringraziato il capo dello Stato per i preziosi consigli, s’immagina nella formazione del governo e nell’esortazione a fare presto, intenzione che comunque era nei programmi della neo presidente.

E ha ringraziato il predecessore, il professor Mario Draghi; anche qui non è solo un atto di omaggio, una clausola di stile, per quanto lo stile in politica sia caduto così in basso negli ultimi anni, ma un riconoscimento il cui valore va al di là delle parole letterali. Con Draghi c’è stato un cambio di consegne molto cordiale e più lungo del previsto; Draghi, parlando dell’on. Meloni, avrebbe detto, “è sveglia”. Il nuovo governo ha chiamato l’ex ministro della Transizione ecologica  Roberto Cingolani, uno dei ministri più preparati del governo Draghi, come consigliere (a titolo gratuito), che ha già partecipato a una riunione europea dove il nuovo ministro dell’Ambiente, per quanto volenteroso, non avrebbe aperto bocca se non per dire delle cose generiche. Bisogna pur dargli il tempo di studiare.

Non è dunque azzardato ipotizzare che – fatta salva l’autonomia e l’indipendenza di giudizio e di azione della presidente del Consiglio, del resto chiaramente emerse dal discorso alla Camera e dal piglio decisionista con cui l’ha pronunciato –  nell’orizzonte della navigazione del governo, Mattarella e Draghi, ovviamente con tutta la riservatezza istituzionale e nel rispetto dei compiti, potranno agire come “fari” orientativi, specie se e quando la navigazione dovesse incontrare tempeste impreviste.

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Un elenco di temi, toni decisi, ma senza entrare nei dettagli delle soluzioni

Se un De Gaulle redivivo avesse ascoltato da una tribuna di Montecitorio, il discorso dell’on. Meloni avrebbe potuto esclamare nel suo umorismo (insospettato, trattandosi di un generale) : Vaste programme!

L’on. Meloni infatti non ha trascurato nessuna delle gravi questioni che si troverà di fronte: la guerra, i problemi energetici, i conti pubblici, le regole europee, la lotta alla mafia, l’immigrazione, la scuola, il fisco.  Il tono è stato apodittico, un procedere quasi per slogan, a volte anche solenni “questo non è un Paese per giovani”, per esempio; oppure: “non disturberemo chi vuole fare” uno slogan che si presta a qualche interpretazione malevola, da parte di oppositori prevenuti o spiritosi, secondo i casi; un tono a tratti veemente, che a qualcuno è sembrato da comizio, sia pure da comizio istituzionale.

In realtà, l’on. Meloni parla sempre allo stesso modo, cioè parlava così anche quando interveniva da oppositrice solitaria contro il governo Draghi e ai governi Conte 1 e Conte 2. Il suo modo di procedere può a volte anche urtare per la sua sicumera, per il suo modo icastico di scolpire le frasi (modalità espressiva che fu rimproverata anche a Craxi).

Con una ovvia differenza però, rispetto ai tempi dell’opposizione: stavolta l’on Meloni  ha dato l’impressione di essersi meticolosamente preparata, sui vari dossier,  e  il tono complessivo a volte è risultato quello tipico della prima della classe, che incute rispetto, forse ammirazione (non all’opposizione che le riconosce solo di essere la prima donna diventata presidente del Consiglio, come ha fatto ieri l’on. Serracchiani: il minimo sindacale, come si suol dire);  e forse anche qualche invidia, come accade ai primi della classe; ma quel tono e quel linguaggio sono stati stavolta al servizio di un discorso programmatico da neo presidente del Consiglio; e  i provvedimenti, le cose da fare che l’on. Meloni aveva per anni auspicato, invano additato come le vie da seguire, ora le ha dette con i dovuti aggiornamenti da una postazione di governo, cioè da una condizione di chi ora finalmente quelle cose le può fare.

Ma su quasi nessuna delle questioni illustrate Meloni è entrata nei particolari dei provvedimenti da adottare. Questa difficoltà peraltro avrebbe richiesto un discorso di ore. Comunque questa è la critica che le è stata mossa da più parti nel dibattito che è seguito al suo discorso.

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Alcuni passaggi chiave e alcuni slogan ad effetto

Sulle interferenze esterne: a chi vuole vigilare sul nostro Paese, diciamo: spenda meglio il suo tempo. Chi vuole vigilare sul nostro Paese manca di rispetto non a me e a questo governo, ma al popolo italiano.

Regole europee: questo governo le rispetterà oggi per come sono, ma si adopererà perché vengano cambiate, senza essere tacciati di eretici

Sull’Europa, il motto di questo governo sarà: uniti nella diversità.

Sulle riforme, Meloni ha rilanciato il presidenzialismo, e stavolta è stata più precisa, adombrando una opzione per il semipresidenzialismo alla francese, soluzione, ha ricordato, che la sinistra aveva preso in esame negli anni delle Commissioni bicamerali degli anni Novanta (tutte conclusesi senza risultati decisivi, NdR). Ma ha mandato un chiaro avvertimento: se le opposizioni collaborano, ne saremo lieti, ma se cominciano a mettersi di traverso con atteggiamenti pregiudiziali, noi andremo avanti da soli.

A chi teme le reazioni dei mercati, la neo presidente rilancia: invitando a scommettere sull’Italia

Messaggi agli alleati ( Lega). Ha ricordato l’autonomia differenziata delle Regioni (il che viene considerato un pericolo per la ricaduta sui diritti dei cittadini soprattutto sul piano delle prestazioni in campo sanitario). Ha citato la flat tax, che l’on Meloni chiama, all’italiana, tassa piatta, pur parlando inglese.

E anche sul fisco, materia complessa, sulla quale sono stati indicati tre obiettivi: patto fiscale tra  Stato e cittadini; tregua fiscale; e poi una lotta senza quartiere all’evasione.

Se chi vuole fare, lavorare, non sarà ostacolato dal governo, dovrà però avere davanti meno lacci e lacciuoli dalla burocrazia: e perciò il nuovo governo si orienta perché ci siano meno regole, e regole più semplici e chiare per tutti. (Perché  dove le regole, le leggi sono oscure, lì si annida la corruzione e la litigiosità e le controversie).

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Due Papi citati a sostegno

Sulla povertà e la previdenza, ha detto l’on.Meloni, incorrendo in un curioso lapsus (‘’ presidenziale’’ invece di dire previdenziale), è stato citato papa Francesco, e soprattutto il suo pensiero che la povertà non si combatte con l’assistenzialismo, ma con misure che mettano al centro la dignità dell’uomo.

Il reddito di cittadinanza? Non ha detto sic et simpliciter che lo abolisce ma ne ha parlato così male definendolo “una sconfitta” come rimedio alla povertà che tutto lascia capire che la bandiera simbolo del movimento 5 stelle ha i giorni se non i mesi contati ( già è partita la batteria delle opposizioni).

L’altro papa che Meloni ha citato, a conclusione del suo discorso, è Giovanni Paolo II, da lei “conosciuto personalmente”, per una sua frase, e  l’ha presentata quasi come suo criterio di azione o principio morale: “La libertà non è fare quello che ti piace, libertà è quello che devi fare”.

Nel segno di questa esortazione, la presidente del Consiglio ha annunciato che si muoverà senza paura (il coraggio proprio non ci manca, aveva detto prima), e senza indietreggiare.

Il linguaggio si sa è spesso suggestivo ed evocativo e perciò a volte traditore, e qualcuno ha già accostato questa frase al mussoliniano “se avanzo seguitemi” ( frase che peraltro il duce copiò). Ma sui totalitarismi (fascismo compreso) Meloni ha detto parole di condanna. Per la verità ha detto “non ho simpatia”. Un rifiuto un po’ blando, forse andava meglio ripulsa, rigetto, ripudio. È probabile che su questo “non ho simpatia” si accenda qualche polemica. Ma bisogna, a onore del vero, precisare che in certi momenti l’n. Meloni ha parlato a braccio e poi ha detto una cosa che non ammette dubbi di sorta: ha definito le leggi razzali “il punto più basso della storia d’Italia, una vergogna”.

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Due episodi di “civetteria intellettuale”

Non sono mancate un paio di episodi di civetteria intellettuale, chiamiamoli così.

Il primo: ipotizzando che ci possano essere proteste dei giovani  verso le misure del governo, Meloni ha detto: Penserò a quando da ragazza manifestavo contro il governo di turno e mi ci ritroverò. Ai giovani ha rivolto l’appello di Steve Job, create siate folli, a cui lei ha aggiunto: e siate liberi.

Secondo episodio:  attaccando l’immigrazione clandestina e prefigurando misure per stroncarla, ha detto: se non volete che usi la formula blocco navale, userò altre parole.

Le ha usate, ma il senso è rimasto lo stesso.

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Altri impegni su mafia, covid, giustizia, carceri, scuola

Sul Covid: sono morte 177 mila persone, non possiamo escludere una nuova ondata. Ma non replicheremo in nessun caso i modelli adottati in passato. L’Italia ha assunto le misure più restrittive di tutto l’Occidente.

Lotta senza quartiere alla mafia, e omaggio alle principali vittime (con applausi annessi da parte dell’assemblea).

Giustizia: ragionevole durata dei processi e certezza della pena.

Carceri: ci sono stati 71 suicidi, migliorare le condizioni carcerarie e le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria.

Scuola: riconoscimento del merito (borse di studio), del lavoro degli insegnanti

Natalità: sostegno alle mamme che lavorano.

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“Manifesto ideologico”? forse un programma “identitario” di vecchie battaglie

In conclusione, un discorso concreto, programmatico, perfino sobrio nella orgogliosa rivendicazione della lunga marcia compiuta verso la vittoria elettorale (dall’1,96 delle elezioni del 2013 al 26 per cento delle ultime elezioni).

Più un elenco di cose da fare che di indicazioni di soluzioni. Forse più d’uno si aspettava più dettagli, annunci più concreti. Qualcuno l’ha chiamato un “manifesto ideologico”. Forse è più una serie di caselle da riempire. Ma siamo ancora all’inizio, e ci sarà tempo di vedere.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

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