Emiciclo

Gabriele Fava all’Inps, il nome che convince

Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha confermato l’indicazione del governo per la nuova presidenza dell’Inps. Il nuovo presidente è Gabriele Fava, avvocato giuslavorista con decenni di lavoro sul campo alle spalle, un nome di grande prestigio e credibilità, al tempo stesso uomo del dialogo e pragmatico. Quello che ci vuole in questo momento difficile, con l’equilibrio delle finanze pubbliche sempre più messe a rischio dal drammatico calo demografico e connesso invecchiamento della popolazione. I conti pubblici sono a rischio e molti fanno finta di non vederlo. Gabriele Fava è una delle soluzioni avanzate dall’attuale esecutivo che suscita apprezzamento unanime e che ha fatto cogliere senz’altro come sia possibile ancora, in questo Paese, mettere la persona giusta al posto giusto. Lo si è capito ascoltando l’audizione del prof. Fava alle commissioni di Camera e Senato, in cui l’avvocato ha svolto un’analisi ampia e al contempo prospettica. Nella visione di Fava l’Inps non è immobile, ma diventa soggetto attivo, «piattaforma privilegiata del welfare, al servizio di tutte le organizzazioni che operano nel complesso e articolato sistema delle politiche sociali e previdenziali, un vero e proprio hub del welfare, una struttura che si ponga come interfaccia con i cittadini in tutte le prestazioni sociali e previdenziali, anche grazie alle opportunità del digitale». Senz’altro musica per le orecchie di Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti, Luigi Sbarra, Alessandro Orsini, PierPaolo Bombardieri, Matteo Salvini, Antonio Tajani, Elly Schlein, Giuseppe Conte e di quanti si interessino del futuro dell’Italia. Di particolare significato l’attenzione mostrata da Gabriele Fava alle parti sociali, che si sposa modernamente nello sforzo, che certamente animerà la nuova Inps, per cercare di portare all’interno del mercato del lavoro il maggior numero di soggetti che oggi ne sono esclusi o che operano in contesti irregolari. Per Fava l’obiettivo del nuovo corso dell’Inps è supportare la

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Orizzonti

L’alieno che è in noi. Grande spettacolo teatrale di Aldo Augieri

Un generale proveniente dalla stella Virgo piomba sulla Terra. E precisamente in una casa, dov’è acceso il fuoco e dalla padella s’alza il fumo dell’olio: nel corso dello spettacolo si saprà che una donna sta friggendo polpette. Comincia così, in una sala apparentemente disadorna, che somiglia a una grande cucina senza tanti mobili, lo spettacolo YANGAN DAL, il nome del generale, che Aldo Augieri, un attore-autore fantasioso e ricco di talento, ha messo in scena nel Teatro Asfalto di Lecce, per due sere consecutive, con la sala gremita di pubblico, dal palato fine, come accade per gli spettacoli di Augieri. Lo scorso anno allestì una pièce teatrale sulle vedove di don Giovanni che vegliavano il loro amante, davanti a una bara di color rosso posata sul palcoscenico, alternando pianti e racconti, all’insegna di una funebre comicità, e dove anche la cassiera del teatro era in gramaglie e consegnava i biglietti d’ingresso incassando e piangendo. Di più: la “trovata” di farsi sponsorizzare, dato il tema, da un’agenzia di pompe funebri. Un ulteriore segno della scioltezza creativa dell’artista Augieri. Lo spettacolo YANGAN DAL si svolge su due piani paralleli e coesistenti, che alla fine si incrociano e si fondono nei “messaggi” che lo spettatore può ricavare da quanto si dice e si fa sulla scena. ll generale YANGAN DAL colpisce da subito già per la sua presenza scenica: indossa una divisa militare variopinta dove domina il rosa acceso, ha il corpo straziato dalle ferite di guerra, ha le dita delle mani bruciate, gli occhiali scuri e inquietanti. Il suo monologo non è ininterrotto, si spezza in tanti brevi monologhi. Negli intervalli tra l’uno e l’altro di essi, cammina a passi forzati su e giù nella grande e unica sala dove si svolge lo spettacolo. Questo ripetuto andare senza una meta, da un

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Emiciclo

Tutte le anomalie del processo Becciu

Melluso e Perlasca, il primo accusatore di Tortora, il secondo accusatore di Becciu. Il cardinale come Dreyfuss. Il capitano francese sotto accusa non sapeva da dove veniva la tempesta, Becciu forse immagina da dove sono arrivati i siluri per tentare di eliminarlo. Il catalogo delle anomalie, fino a usare perfino la parola “farsa”  è stato composto e illustrato in un forum sulla giustizia vaticana e sul processo Becciu, organizzato da Quaderni radicali – Agenzia radicale e coordinato dal direttore Giuseppe Rippa, storico dirigente del Pr  e protagonista con Pannella delle battaglie per Enzo Tortora. Ma quando si parla di anomalie, perché non sembri un’affermazione di principio, che cosa hanno inteso dire i partecipanti al Forum: il professor Ernesto Galli della Loggia, il vaticanista e docente di diritto canonico don Filippo Di Giacomo, il giusfilosofo e saggista Otello Lupacchini, il vaticanista Andrea Gagliarducci? La prima anomalia la indica Galli della Loggia: il processo Becciu è un processo politico, la cui sentenza era stata già decisa prima della conclusione. Il cardinale, prima ancora che il tribunale si pronunciasse, è stato privato dal Papa di titoli e uffici, in parte restituiti, il che suscita la domanda (forse retorica, aggiungiamo noi) se il Vaticano sia uno Stato di diritto, se abbia cittadinanza il “giusto processo” che per esempio è previsto in Italia, se esista soprattutto la presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva di condanna. Da come si sono svolti i fatti, parrebbe di no. Altra anomalia: in quale Stato del mondo si cambiano le regole di un processo mentre è in corso? In Vaticano è successo: il papa le ha cambiate non una ma quattro volte, emanando ben quattro rescritti. E lo ha fatto – come hanno affermato alcuni dei partecipanti al forum (Della Loggia, Lupacchini) ogniqualvolta le accuse e le indagini sembravano perdere

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Emiciclo

Terzo mandato e dna del potere

Gran parlare e qualche confusione di troppo sul tema del terzo mandato. Cioè sulla possibilità o no per i presidenti delle Regioni (non governatori: finiamola con questo imbroglio lessicale) e i sindaci delle città di candidarsi una terza volta, dopo essere stati eletti già due volte. Schematicamente vediamo i pro e i contro. I contrari dicono: un terzo mandato porterebbe la permanenza in carica a 15 anni. Una vita! Il fascismo è durato 20 anni ed è sembrato, per molti italiani, una eternità. Il potere troppo a lungo detenuto può portare a incrostazioni, a nepotismi, a un abbaglio di prospettiva, per cui chi è in carica alla fine tende a considerarla “cosa propria” (se non cosa nostra). Altra controindicazione: si tende a perdere il contatto con la realtà, che è la cosa più grave che guasta il rapporto tra elettore ed eletto, tra rappresentante e rappresentato. Altro effetto collaterale (gli effetti collaterali non ce li hanno solo i farmaci, evidentemente): non si creano le condizioni del ricambio, del rinnovamento; i giovani, di cui tanto si decanta il futuro come classe dirigente, stanno lì in lista d’attesa aspettando che il notabile, quasi intoccabile e aureolato da tanti mandati, si faccia finalmente da parte. In effetti il potere di per sé, e naturalmente colui/colei che lo detiene, tende a perpetuarsi. Nei confronti del potere, il detentore ha lo stesso atteggiamento della donna innamorata in una poesia di Patrizia Valduga: rivolgendosi all’amante con una serie di inviti/preghiere/ esortazioni tutti all’all’imperativo, gli dice: inargentami, fondimi, confondimi. Ma soprattutto gi dice: eternami. Ecco, l’uomo di potere sogna l’eternità del potere, una eternità umana si capisce, ma che esprime l’ansia e la tendenza alla durata. La durata è quindi uno dei connotati che riguardano il potere e chi lo detiene. Gli antichi Romani avevano capito la

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