Verso le Europee/ Alemanno al congresso del nuovo partito di Rizzo: vaghi sogni di rossobrunismo?

Politica

Sarà per la testa rasata, che fa un po’ fascista, o per il fascino dell’ex pugile che richiama i bei tempi di Primo Carnera. Fatto sta che al congresso del nuovo partito di Marco Rizzo, comunista da sempre e sovranista da un giorno, è intervenuto anche Gianni Alemanno: l’ex sindaco di Roma con la croce celtica al collo. Se provi a definirlo “rossobruno o fasciocomunista”, l’ex genero di Pino Rauti salta sui rostri: “Farneticazioni della stampa di sistema”.

Non sarà amore, ma manco un calesse: “Dobbiamo creare fronti comuni per liberare l’Italia dalla sudditanza”. In platea, curiosi, siedono rappresentanti di Cina, Russia, Cuba e Venezuela, oltre a duemila compagni. Qualcuno – forse per timore del centralismo democratico – sussurra: “Le camice nere di Togliatti”. “Allora l’amnistia è servita davvero a qualcosa”, scherza un altro. Rizzo e Alemanno, il rosso e il nero, l’alleanza la tengono in forse: per ora vale la strategia dell’attenzione.

Quella della tensione non ha retto alla fine dei furori ideologici del secolo breve: “Non ci faremo ancora imbrogliare per scontrarci gli uni contro gli altri come nel ‘900, mentre gli uomini del Potere continuano a fare tutti i loro accordi consociativi alle spalle del Popolo”. Ci voleva il Congresso di democrazia sovrana e popolare, con quelle vaghe idee di socialismo, perché Alemanno (ri)scoprisse lo spirito di Colle Oppio: privatizzare i gioielli di famiglia non è il miglior attributo di uno Stato forte e la crociata contro il reddito di cittadinanza non è certo una carezza ai fratelli d’Italia (quelli poveri, s’intende). Il leader della destra sociale, si vocifera, è lui: su quella letale si sono già pronunciati altri.

Per uno che in gioventù è stato accusato (poi prosciolto) di aver lanciato una molotov contro l’ambasciata sovietica, la partecipazione all’evento è più del compromesso storico: sa di armistizio. Gianni, l’appassionato di alpinismo, vuole scalare una nuova vetta politico: “Oggi l’aggettivo sociale assume preminenza rispetto alle divisioni destra-sinistra”.

Alemanno sa che quella dicotomia è “continuare ad affermare un pensiero e il suo perché con la scusa di un contrasto che non c’è'”(mille grazie a Giorgio Gaber). Il nemico comune è il neoliberismo, gli affamatori della povera gente. Si può ripartire da un programma comune, nel dettaglio: no all’Europa delle banche, no alla Nato delle guerre, no alle armi in Ucraina e no al premierato. Un sì, grande come una casa, allo Stato palestinese.

Rizzo, il quale disse che “Stalin e Lenin sono meglio di Renzi”, potrebbe aggiungere un terzo nome che gli garba certamente più del senatore semplice di Rignano: Gianni Alemanno. Post scriptum: pare che Benito Mussolini abbia corteggiato agli albori del fascismo il segretario della Cgil, Ludovico D’Aragona, per farlo entrare nell’esecutivo. Al crepuscolo della Repubblica di Salò – prima di essere catturato a Dongo – si dice che il duce abbia lasciato un ultimo comandamento alle sue camicie nere, ormai smarrite e incerte sul futuro: “Tornare alla Casa madre, il Partito socialista”.

Nulla di eclatante se si pensa che Nicola Bombacci, uno dei fondatori del Partito comunista italiano, viene fucilato insieme alla “Buon’anima” mentre grida “Viva il socialismo” e al Congresso di Verona, dove si decide il piano programmatico della Repubblica sociale italiana, qualche camerata mette in discussione persino la proprietà privata. Si potrebbe dire con il sorriso: è lo spirito della Storia che – attraverso Alemanno – opera per realizzare il disegno di “Sua eccellenza, il Cavaliere Benito Mussolini”. Ma forse è meglio lasciare in pace Hegel, la Storia e soprattutto Mussolini.

 

Andrea PersiliGiornalista

 

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