PCI, oltre 100 anni da Livorno la lezione perenne di Concetto Marchesi a una sinistra senza più b. Dove per “b” s’intende bandiere

Benvenuti in terra di banditi e marinai dove chiunque è ben accetto (tranne i fascisti e i pisani), scherzano gli abitanti. A Livorno gli ebrei hanno sempre potuto girare liberamente, senza essere mai stati rinchiusi in un ghetto. In quel porto franco, dove il “dé suona”, uomini e donne sanno che l’unica attività che si fa reclusi, almeno dagli anni ’50 del ‘900, è giocare a calcio nel ‘gabbione’: il famoso campo recintato da rete metallica per evitare che il pallone finisca in mare.

Tutto inizia in quella città, la più moderna della Toscana, il 21 gennaio del 1921: al teatro Goldoni. Viene il sospetto che non vi sia più traccia dello striscione ingiallito – “proletari di tutto il mondo unitevi” – issato sopra la volta della struttura Ogni anno – rito laico di una sinistra in cerca di identità – ci si chiede cosa salvare di quel congresso maledetto, dove un gruppo di giovani socialisti abbandona i compagni e sfila in corteo sotto la pioggia verso l’altro teatro livornese, il San Marco, per fondare il “Partito Comunista d’Italia”. Sono stufi dei riformisti e dei massimalisti: tutti parolai, dicono.

 Bisogna “fare come in Russia”: la rivoluzione, la dittatura del proletariato. Concetto Marchesi allora ha 43 anni e l’entusiasmo di un ventenne: “Il socialismo è finalmente calato sulla terra”, scrive. Quel sovversivo colto, a 18 anni in galera per aver difeso gli anarchici e a 37 ordinario di letteratura latina, fiuta che si volta pagina. Il biennio rosso è finito con una rivoluzione messa ai voti (ghigliottinata dalla prudenza dei sindacalisti moderati della Cgil), mentre i fascisti si stanno prendendo l’Italia con il manganello e l’olio di ricino. Il sol dell’Avvenir, scrive, è a Mosca dove Lenin ha conquistato il potere e sconfitto la reazione.

Marchesi frequenta nei suoi studi la crisi della Repubblica romana, quella dei tempi antichi: spiacente compagni, dice, a poco servono le ‘innoque’ vittorie elettorali, è inevitabile il dominio di un “princeps”. È l’opzione carismatica, il cesarismo di sinistra, che guarda a Lenin e approda a Stalin: il rapporto di fiducia tra un capo e uomini armati è essenziale. Quell’uomo, il più solitario e pessimista dei comunisti, accetta le regole del gioco, a partire dalla massima di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Giura tre volte al fascismo, al solo fine di continuare a insegnare e insinuare il dubbio tra gli amici in camicia nera. Poi difende Stalin, anche dopo la pubblica denuncia dei crimini del dittatore georgiano nel 1956, in occasione del XX congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica (Pcus). Il latinista insegna che paradisi in terra non esistono: si tratta di scegliere il lato della barricata.

La storia del movimento operaio non può risolversi in una congrega di anime belle, una setta di ingenui o una scuola di bravi amministratori. Deve esserci una fede che tiene unita la compagnia, oltre gli errori e gli orrori della battaglia. Marchesi legge una lettera di Lucio Sergio Catilina. L’aristocratico romano, nemico di Cicerone e amico degli ultimi, scrive: “Causam miserorum suscipio” (Il mio programma è la causa della povera gente). Il nobile rimarrà fedele fino all’ultimo alla rivolta, fatta per cancellare i debiti dei poveri, cadendo con la spada in mano nella battaglia di Pistoia del 62 avanti Cristo. Marchesi intuisce che bisogna continuare a insolentire la pazienza dei borghesi (proprio come Catilina fece con il conservatore Cicerone).

Si tratta di mettere in piedi la ‘factio miserorum’, la fazione di chi non ha voce, degli sfruttati, degli oppressi, degli sfortunati. È questo il sogno dei Togliatti, dei Gramsci, dei Silone: quei ragazzi, tutti giovanissimi, sentono di avere tutto il tempo del mondo a disposizione per la rivoluzione. I dirigenti rossi, però, crescono in esilio. Dopo la fine del fascismo frequentano la scuola di Frattocchie, entrano ed escono da Botteghe oscure. Si (ri)educano alla scuola della doppiezza, della democrazia progressiva, dell’eurocomunismo, digerendo amnistie e compromessi. Lasciano in eredità ai figli massicce dosi di realismo: abbandonano la lotta di classe in nome della questione morale, poi delle promesse della globalizzazione.

 I nipoti del Goldoni (inteso come teatro, NdR) lottano – quando lottano – per l’ecologia del linguaggio, il woke e il politicamente corretto. La lezione di Marchesi è caduta nell’oblio. Il sistema economico, creazione umana, viene trattato come un castigo divino: non c’è alternativa, bellezza. Poco importa che le disuguaglianze economiche e sociali aumentino, il nuovo progressismo – preso da un’insostenibile voglia di crescere, sia economica sia anagrafica – dimentica di farsi la più adolescenziale delle domande: “È giusto?”.

Il metalmeccanico Marchetto in un intervento a Mirafiori dopo la svolta della Bolognina commenta la decisione di sciogliere il glorioso Pci: “I comunisti quando perdono il senso dell’avventura diventano gente noiosa, e, come abbiamo visto lì, anche gente pericolosa”. Sembrava ieri – e invece ormai è più di un secolo – quando quella pattuglia di giovani ragazzi interrompeva i discorsi di Filippo Turati, padre nobile del socialismo riformista italiano, cantando a squarciagola l’Internazionale: “Un sol stendardo al sol fiammante dinanzi a noi glorioso va, noi vogliamo per esso giù infrante le catene alla libertà”.

 

Andrea Persili Giornalista

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