La caduta di Draghi. Ma non è un “giallo” di Agatha Christie

(in margine a una intervista dell’ex presidente del Consiglio)

Politica

Nell’intervista al “Corriere della Sera” del 24 dicembre scorso Mario Draghi dà la sua versione della caduta del governo da lui presieduto. Fatto sta che la sua tesi non convince. Per come la descrive sembrerebbe una riedizione del giallo di Agatha Christie dal titolo “Assassinio sull’Orient Express”. Dove ognuno dei viaggiatori ha qualche motivo per assassinare un tale che si spaccia per un imprenditore americano. E alla fine tutti, uno dopo l’altro, nella notte pugnalano il malcapitato.

Dal giallo alla realtà politica però ce ne corre. Vediamo perché.

Giuseppe Conte ha sempre sospettato di aver dovuto lasciare l’amato bene di Palazzo Chigi per una sorta di congiura di Palazzo. E fin dal primo momento dell’insediamento del successore ha considerato Draghi un usurpatore da rottamare. Il pretesto lo fornisce su un piatto d’argento il sindaco di Roma, il democratico Roberto Gualtieri. Scongiura i ministri del Pd a perorare la causa di un inceneritore per la Capitale che ai pentastellati non piace neppure dipinto. E l’inceneritore è prontamente inserito nel primo decreto Aiuti.

Sul predetto decreto, more solito, il governo pone la questione di fiducia non tanto per debellare un ostruzionismo inesistente quanto piuttosto per rinserrare le file di una maggioranza parlamentare di unità nazionale coesa a giorni alterni. Il decreto è convertito in legge. Alla Camera i Cinque Stelle il 7 luglio scorso votano la fiducia. Ma l’11 luglio sul provvedimento, per non votare contro, abbandonano l’aula. Ritengono di non poter andare oltre l’astensione. Insomma, un “sì ma” di lamalfiana memoria. Il fattaccio si verifica al Senato il 14 luglio. A differenza della Camera, il regolamento del Senato non prevede due votazioni distinte: una sulla fiducia e un’altra sul provvedimento. Una bizzarrìa, un doppio voto sull’identica normativa.

Questa volta il voto è uno solo. E, non potendo distinguere, i Cinque Stelle non hanno altra scelta che quella di allontanarsi dall’aula. Il Senato approva il decreto sul quale il governo ha posto la questione di fiducia con 179 voti favorevoli e appena 39 contrari. Perciò il governo gode ancora della fiducia di entrambi i rami del Parlamento.

Non solo da un punto di vista numerico ma anche politico. Difatti i pentastellati al Senato optano per quella “non sfiducia” che consentì a Giulio Andreotti di formare nel luglio del 1976 il suo terzo ministero solo perché fiducia e provvedimento fanno un tutt’uno.  Ma Draghi non ci sta e rassegna una prima volta le dimissioni. Un Mattarella incredulo non le accoglie e lo rinvia alle Camere. Il 20 luglio al Senato Draghi ha l’opportunità di restare in carica con un governo senza più i Cinque Stelle, il suo irriducibile avversario. Ma lui conferma le dimissioni. Perché senza un governo orbo dei Cinque Stelle, valloa capire, non ci sta.

Solo a questo punto La Lega e Forza Italia si associano ai Cinque Stelle nel mandare tutto a gambe all’aria. Mentre il voto favorevole del Pd è quanto meno sospetto perché la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quell’inceneritore per la Capitale fortissimamente preteso dal partito di Enrico Letta. Insomma, per dirla con Molière, ci si potrebbe rivolgere a Draghi con un tu l’as voulu George Dandin. Ma sì, te la sei voluta. Più che un assassinio, si è trattato perciò di un suicidio bello e buono. E perché mai? Certo, il fatto che nel gennaio dell’anno scorso il suo nome non sia mai emerso come successore di Mattarella al Quirinale ha avuto la sua importanza.

E poi gli saranno venute a noia le baruffe chiozzotte dei partiti di una maggioranza tanto grande quanto poco coesa. Gli sarà presa la sindrome di Genoveffa la Racchia: non mi meritate. Ecco perché a un certo punto, con vivo disappunto di Mattarella, ha piantato baracca e burattini.

Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Difatti adesso ha tutto il tempo per tenere compagnia ai suoi nipotini. Almeno per il momento. Perché, come ha detto più volte a chi voleva dargli un’occupazione, un posto lui sa trovarselo da solo.

 

Paolo Armaroli – Professore Ordinario di Diritto Pubblico comparato

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