Il nuovo governo di “Bibi” fa di Israele una democrazia dimidiata

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C’era una volta in Medio Oriente una nazione democratica, anzi, per essere precisi, l’unica democrazia compiuta nella regione. Si chiamava Israele. Certo, se lo si compara con gli altri paesi di quell’area – giusta la regola del “beati i monocoli” – Israele una democrazia lo è ancora; ma da una decina di giorni a questa parte è una democrazia dimidiata e tutt’altro che compiuta. Se il Paese continuerà lungo il cammino appena tracciato, la si potrà definire una democrazia “a scartamento ridotto”; così ridotto che di questo passo potranno transitarvi soltanto i trenini elettrici con cui una volta si trastullavano i figli dei benestanti.

Il 29 dicembre dell’anno appena trascorso, è entrato in carica il nuovo governo, ancora una volta presieduto dal conservatore Benjamin Netanyahu, tutt’altro che affettuosamente, per una metà e forse più dei suoi compatrioti, noto come Bibi. Un nomignolo che lui inizialmente portava al tempo dei giochi con i trenini, ma che gli è rimasto da adulto.

Benjamin Netanyahu

 

Questo è il 37º governo di Israele dalla fondazione, ma rispetto ai cinque precedenti, il Netanyahu VI ha una particolarità: è l’esecutivo più a destra che lo Stato ebraico abbia mai avuto. Per restare ancora in sella, Netanyahu ha formato un’alleanza che, per incredibile che sembri, fa del Likud un partito di centro-destra. Gli altri membri della coalizione appartengono tutti a partiti religiosi oltranzisti, suprematisti ebraici e francamente anti-arabi, non nascondendo la loro avversione neanche nei confronti degli arabi israeliani, che pure sono una componente storica e non trascurabile del Paese.

Uno di essi, in particolare, rappresenta l’anima più estremista e francamente razzista dei coloni. Si tratta di “Otzma Yehudit” (Forza ebraica), guidato dall’avvocato Itamar Ben-Gvir, che si è presentato in unione con i “Sionisti religiosi”, a loro volta guidati da Bezalel Smotrich. Entrambi avvocati, hanno scelto di vivere in zone della Cisgiordania occupata dai coloni, in dispregio alle leggi che vietano a cittadini ebrei la costruzione di insediamenti non autorizzati previamente. O meglio, vietavano, perché ora si dà per certo che ce ne sarà una crescita smodata.

Ciò, secondo la maggioranza degli osservatori, molti israeliani compresi, porterà diverse conseguenze potenzialmente rovinose per l’assetto della regione e per la stessa “reputazione” dello Stato ebraico nel mondo. Il Paese che era stato fondato basandosi sui principi di un socialismo democratico e solidaristico, che sino agli anni ’80 del Novecento aveva trovato nel partito laburista la sintesi ideale, adesso è guidato da un premier che ha rinunciato alla vocazione laica del Likud sostanzialmente per blindarsi, almeno nelle intenzioni, contro gravi accuse a suo carico. Capi di imputazione che comprendono corruzione, frode e abuso di potere. Tutti reati che, se sarà giudicato colpevole, prevedono severe pene detentive. Per questo Bibi, che nei decenni che ha guidato l’esecutivo ha accumulato una importante fortuna personale, ha favorito i partiti religiosi e molti elettori delle loro file che più lontani da lui non potrebbero essere.

Probabilmente i coloni che vivono in stato di allarme permanente nei territori abusivamente sottratti hanno fatto uno scambio tacito eppure trasparente con i “falchi” del Likud: i loro voti che garantiscono potere, soldi e, probabilmente, impunità a Bibi e alla sua cerchia, contro le terre e gli insediamenti in Giudea e Samaria, come i “falchi” israeliani che rifiutano la designazione internazionale di West Bank (versante Occidentale) o Cisgiordania chiamano “ebraicamente” i territori occupati da Israele nella Guerra dei Sei giorni del 1967. La stessa Corte suprema, che in mancanza di una Carta fondamentale ha funzioni di Corte costituzionale e di massimo livello della magistratura, ha giudicato quei territori “terra occupata”, ad eccezione di Gerusalemme est.

Per questo tra le riforme su cui Netanyahu insiste da anni c´è la riforma dell’apparato giudiziario, di cui si sta occupando il “superfalco” del Likud Levin, che ha appena giurato come ministro della Giustizia. Tra i cambiamenti profondamente strutturali che Levin vorrebbe apportare c’è precisamente una inversione di poteri tra la Knesset (il parlamento monocamerale, che conta 120 seggi) e la Corte suprema.

Quest’ultima sinora ha avuto la potestà di bloccare quei provvedimenti legislativi approvati a colpi di maggioranza e ritenuti in contrasto con la morale prevalente, con il “ragionevole senso comune” o con i dodici “principi cardine” dello Stato.

Tali principi rappresentano, per così dire, l’ossatura sulla quale, in una data peraltro ancora da determinare, verrà un giorno tracciata la Costituzione. L’obiettivo di Levin, in particolare, è di consentire che un semplice voto di maggioranza possa far passare una misura legislativa senza la possibilità che alcun organo superiore (come appunto la Corte Suprema) possa bloccarla. Per il sistema in vigore, che non prevede premi di maggioranza o altre distribuzioni dei voti, il partito o i partiti più votati formanti una coalizione compongono quasi sempre la maggioranza di stretta o strettissima misura, come ad esempio l’attuale governo che, con 61 deputati, ha come margine un unico voto. Si può capire dunque come, venendo meno il controllo della Corte Suprema, il premier potrebbe legiferare con modalità pressoché dittatoriali, favorendo, per esempio, questo o quel partito alleato in cambio di una legge a proprio favore.

Un altro campo al quale il ministro della Giustizia è intenzionato ad apportare modifiche sostanziali è la composizione della commissione che sceglie i giudici, compresi quelli della Corte Suprema. Attualmente, tale organismo comprende politici sia della maggioranza sia dell’opposizione, magistrati e avvocati iscritti all’ordine. Levin vorrebbe aumentare la percentuale dei politici a discapito dei membri togati e degli avvocati.

Altre modifiche del sistema della giustizia cui mira il nuovo esecutivo prevedono la possibilità che la Corte Suprema possa annullare una legge, imponendo un voto a maggioranza qualificata, mentre sino ad ora bastava quella semplice. Queste misure, ha osservato il giurista Amir Tibon sulle colonne dell’autorevole giornale Haaretz, porterebbero di fatto alla virtuale paralisi della Corte Suprema come istituzione indipendente per la salvaguardia dei cittadini.

Che il sistema giudiziario in vigore sino ad oggi presentasse carenze e difetti lo riconoscono obiettivamente anche i cittadini che hanno dato il voto ai 59 deputati che formano l’opposizione. Uno dei punti critici, contestato dalla larga maggioranza dei cittadini di ogni tendenza, è che l’avvocatura dello Stato, cui spetta il ruolo di pubblica accusa, possa tenere aperti anche per anni dossier penali a carico di individui sospettati di reati, senza che si formalizzino i capi di imputazione e senza che si possa aprire un procedimento giudiziario che permetta di chiarire se l’imputato sia da condannare o scagionare, al termine di un processo regolare.

Si chiede, al riguardo, la fissazione di limiti di tempo oltre i quali l’azione dell’avvocatura dello Stato decada automaticamente. Ma da molte parti si chiede anche che modifiche sostanziali, come quella del sistema giudiziario, non si possano compiere con un unico voto di maggioranza alla Knesset, ma necessitino di maggioranza qualificata. Da alcune parti si chiede, per esempio, che per certi cambiamenti si esprimano almeno 75 o 80 deputati.

Anche in settori importanti dell’ebraismo della diaspora, le comunità che non hanno fatto la scelta di vivere in Israele o nelle zone contestate, la composizione del nuovo esecutivo ha suscitato aspre critiche. Comprese le comunità ebraiche in Italia, particolarmente le due più numerose, Roma e Milano. Dove però non sono mancati accesi sostenitori del nuovo esecutivo, convinti che un governo che appoggi i coloni e gli elementi più oltranzisti sia una sorta di salvaguardia dalla “contaminazione” della natura “ebraica” del paese.

È vero che nei suoi 74 anni di esistenza Israele ha quasi sempre avuto qualche partito religioso ortodosso nelle file dei vari governi, che fossero dei dichiaratamente laici laburisti o dei (quasi solo) formalmente osservanti del Likud, come era appunto Netanyahu, almeno ai suoi esordi politici. In sostanza, prima esisteva una sorta di alternanza tra Labour e Likud, essenzialmente laici, entrambi puntellati da uno o un altro partito religioso, espressione ciascuno di piccole comunità di “haredim” (ortodossi, timorati), generalmente di modesta condizione economica, che in cambio dei loro voti ottenevano piccoli privilegi e aiuti finanziari.

Oggi il quadro è del tutto diverso. Mutatis mutandis, è il Likud che ha assunto il ruolo di moderato. Del resto, quando il leader del Partito unito per la Torah, il rabbino Yitzhak Goldknopf, dopo aver proposto che il nome dello Stato venga ufficialmente cambiato in Stato ortodosso di Israele si oppone strenuamente all’insegnamento nelle yeshivot (le scuole degli ortodossi, alle quali peraltro vanno con sempre maggiore larghezza i sussidi statali) di materie come matematica, fisica o inglese; o quando i citati Ben-Gvir e Smotrich dichiarano di essere “orgogliosamente omofobi” e che per loro sarebbe una conquista se tutto Israele si comportasse in conformità con la Torah (i testi sacri) e la Halacha (il corpus di leggi e prescrizioni di derivazione scritta e orale cui deve attenersi ogni ebreo osservante) è difficile che una parte maggioritaria di israeliani e di ebrei diasporici non veda in tali atteggiamenti uno snaturamento dei principi di indipendenza e democrazia dello Stato alle sue origini.

Dei leader integralisti e suprematisti ebraici Ben-Gvir è quello che più sdegno ha suscitato nell’opposizione. Sia per i suoi trascorsi, sia per il fatto di essere stato nominato ministro della Sicurezza nazionale, posizione che richiederebbe doti di particolare prudenza ed equilibrio politici. Ma evidentemente Bibi non poteva dire di no a chi in tandem con Smotrich è leader del secondo partito della coalizione e terzo alla Knesset nella sua globalità. A Smotrich, per non fare favoritismi a favore dell’altro, Bibi ha concesso il ministero del Tesoro, dal quale, tra le altre spese in bilancio, dipendono i finanziamenti a favore degli insediamenti ebraici. Ben-Gvir, che come avvocato offre il gratuito patrocinio anche a quei coloni che si siano macchiati di gravi delitti a danno degli arabi (omicidio compreso), da giovane apparteneva al Kach, un partito messo fuori-legge dalla Corte suprema (appunto quella che soprattutto oggi si vorrebbe “depotenziare”), del quale ha ricalcato il programma. Che prevedeva la possibilità di sparare agli arabi anche semplicemente sospettati di terrorismo, la privazione della cittadinanza agli arabi israeliani, la interdizione a questi ultimi dallo spazio pubblico israeliano e la proibizione dei matrimoni tra ebrei e non ebrei.

Ben-Gvir ha spesso preso parte a commemorazioni del fondatore del Kach, il rabbino Meir Kahane; ha tenuto per anni nel suo studio una foto di Baruch Goldstein, un medico stragista che nel 1994 si macchiò dell’uccisione a sangue freddo di 24 palestinesi e del ferimento di altri 125, da lui sorpresi mentre pregavano a Hebron (Cisgiordania) e successivamente linciato dai superstiti. Tra i ricordi custoditi da Ben-Gvir c’era anche un pezzo dell’auto di Yitzhak Rabin, il primo ministro laburista assassinato nel 1995 a Tel Aviv da un estremista ebreo. Nel dichiarare il possesso di quel cimelio, un mese prima che Rabin fosse ucciso, Ben-Gvir dichiarò che il premier doveva guardarsi dal fare una politica “filo-araba”, perché se qualcuno era arrivato alla sua automobile poteva arrivare anche a lui.

Come prima mossa politica nella sua nuova veste di membro del governo, Ben Gvir ha compiuto una visita a sorpresa in quella che gli arabi chiamano Spianata delle moschee e che per gli ebrei è il Monte del tempio. Prevedibilmente, l’Autorità palestinese ha definito una grave provocazione la visita, che ricorda un’analoga iniziativa compiuta nel 2000 dall’allora leader del Likud Ariel Sharon. Una mossa che costò il deterioramento delle relazioni tra Israele e l’Anp e che provocò molte decine di feriti e almeno un morto in tre giorni di scontri tra manifestanti arabi e forze israeliane.

Ma allora, come oggi, il Likud stava alla destra radicale e religiosa dei coloni come un falco a un’aquila. Se questo è il buongiorno, nessuno se ne potrà meravigliare ma molti potranno dolersene. Anche tra quelli che “per stare tranquilli” contro le minacce di una risorgenza del terrorismo arabo hanno dato a Netanyahu e ai suoi “protettori” un favore elettorale che sono ben lungi dal sentire.

 

Carlo Giacobbe – Giornalista, scrittore, già corrispondente da varie Capitali nel mondo, tra cui Tel Aviv

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