Il Titanic delle pensioni, intervista a Sergio Rizzo

Il coautore del famoso libro La Casta: il collasso potrebbe venire prima del 2046

Il 9 novembre del 2022, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avvisato: “Le pensioni future rischiano di essere inesistenti”. E il futuro è più prossimo che remoto, ci spiega Sergio Rizzo, giornalista e saggista, a lungo inviato del Corriere della Sera e poi vicedirettore di Repubblica, oggi editorialista dell’Espresso.

 

 

Autore con Gian Antonio Stella del libro – inchiesta La Casta che ha venduto oltre un milione di copie per 22 edizioni, ha pubblicato numerosi saggi politici ed economici. E per Solferino è appena uscito “Il Titanic delle pensioni. Perché lo Stato sociale sta affondando”, indagine impietosa sul presente effimero del nostro sistema previdenziale e sull’iceberg dietro l’angolo.

 

 

Il collasso “potrebbe essere molto più vicino del 2046 – scrive il giornalista – data in cui i contributi previdenziali riusciranno a coprire solo il 60% della spesa pensionistica. Parliamo di un buco di 200 miliardi di euro: il gettito Irpef di un anno”. Per ripianarlo, lo Stato dovrebbe aumentare le tasse o il debito pubblico. Rizzo non fa sconti ai mali del nostro sistema – baby pensioni, privilegi, vitalizi d’oro – ma il problema è più ampio: “L’avvento della società tecnologica, che ha sostituito quella industriale, ha cambiato radicalmente il contesto rendendo il lavoro liquido e intermittente. Basta guardare come funziona oggi una catena di montaggio”. Una strada però c’è. Se avremo il coraggio di imboccarla.

Incipit eloquente: “Non ci dicono la verità. Ci fanno rubare il futuro ai nostri figli e nipoti un poco alla volta”. La baracca, insomma, non regge più: le promesse dei politici di andare in pensione prima e senza perdere soldi sono “un vergognoso raggiro”?

Nel 1997, quando fu varata la riforma Dini, si parlava di “gobba”: passata quella, tutto tornerà a posto… Purtroppo non è stato così. È cambiato il modello di società: si è passati da quella industriale a quella tecnologica, e quel sistema pensionistico non funziona più. Chi fa queste promesse non ha studiato l’aritmetica: in questo momento, a metà maggio del 2023, ci sono venti milioni di persone in attività che dovrebbero versare i contributi e 23 milioni di pensioni da erogare. Non di pensionati, attenzione, che sono 16-17 milioni perché la peculiarità italiana è che un pensionato prende più di una pensione: 1,4 è la media. Come fa a tenere questa situazione? Senza parlare del calo demografico. Con un’età media di 47,6 anni l’Italia è il Paese più vecchio d’Europa.

Ci salveranno gli immigrati?

Ma anche loro hanno smesso di fare figli: fino al 2016 ne facevano 70mila all’anno, nel 2021 il numero di nati in Italia da genitori stranieri è sceso a poco meno di 57mila. Anche l’immigrazione regolare è in calo, in un anno gli arrivi sono stati quasi 150mila in meno del passato.

Un tema caro alle inchieste giornalistiche è quello degli (ex) onorevoli con doppia pensione. Tito Boeri, alla fine della scorsa legislatura, ne contava 2117. Tra riforme, ricorsi, contenziosi, autodichìa del Parlamento, la questione si è finalmente risolta?

No. È stata soltanto messa una toppa. Per esempio, nel caso dei condannati in via definitiva, per riavere il vitalizio basta una riabilitazione che non si nega a nessuno. Il tema di fondo è che non è stata fatta l’unica riforma davvero necessaria: i contributi pensionistici di parlamentari e consiglieri regionali avrebbero dovuto essere trattati come accade nei normali cambi di lavoro, in cui si passa da un ente erogatore a un altro. Invece chi si mette in aspettativa elettorale percepisce contributi figurativi e di fatto due pensioni. È una scelta assurda da parte del legislatore.

Lei racconta una vicenda del 1997, quando lavorava al settimanale economico Il Mondo. Conobbe Girolamo Alfieri detto Gerry, un dipendente Inps, uno – lei scrive – che con un piccolo gesto e senza medaglia (con un processo in cambio) ha cambiato il corso della storia. Divenne la fonte della vostra campagna contro i “pensionati eccellenti”: manager, banchieri, sindacalisti, giornalisti Rai. Il malcostume era diffuso?

Gerry fu uno di quei personaggi che nelle storie sono poco noti ma molto importanti. All’epoca noi del Mondo, pur facendo parte del gruppo Rizzoli eravamo una nave corsara, lui percepiva la nostra libertà e si rivolse a noi. Ci svelò via via tutti privilegi del sistema previdenziale e l’affare delle pensioni d’oro senza limiti. Scoppiò il caos. C’erano dei casi incredibili: nel ‘76 era stata varata una norma per cui chi aveva lavorato per qualche anno in un’azienda statale e si dimetteva prima di aver raggiunto i limiti di vecchiaia poteva chiedere subito la pensione sociale. Si rende conto? Bastavano magari tre anni in Poste, ed era fatta.

Nel suo libro c’è una simulazione fatta dall’Inps: dopo 30 anni di lavoro con un salario minimo di 9 euro all’ora (che oggi in molti casi non c’è) si andrà in pensione con 750 euro al mese, poco sopra la soglia di povertà. Nel novembre scorso la premier Giorgia Meloni ha avvisato: “Le pensioni future rischiano di essere inesistenti”. Quanto è vicino l’iceberg?

Questo dato è imprevedibile. Potrebbe essere molto più vicino del 2046, data in cui i contributi previdenziali riusciranno a coprire solo il 60% della spesa pensionistica. Parliamo di un buco di 200 miliardi di euro: il gettito Irpef di un anno. In teoria, per ripianarlo, bisognerebbe raddoppiare la tassa. Mi chiedo allora come si troveranno le coperture…

In Italia i contributi previdenziali sono al 33%, con il 25% a carico del datore di lavoro. Sono i più alti nell’Ue e secondo l’Ocse nei Paesi industrializzati. Allora gli imprenditori hanno qualche ragione a lamentarsi?

In Francia i contributi non raggiungono il 26%, in Germania sono al 19%. Il nostro sistema è simile a quello francese, che pur non avendo i baby-pensionati che noi ci portiamo dietro dagli anni Settanta, è anch’esso in crisi. Il problema è che il modello attuale a ripartizione non può più reggere. Lo ripeto per tutto il libro: andiamo verso la fine.

Si illude chi crede che lo Stato sociale che ci hanno tramandato i nostri genitori andrà avanti all’infinito: potremo rallentare la dissoluzione, non evitarla. Il sistema Made in Italy ha funzionato sopra le possibilità del Paese” lei scrive. Come se ne esce (se se ne esce) ?

Quel 33% che viene versato anziché finire nel calderone comune che eroga le pensioni dovrebbe essere investito in azioni che garantiscano un rendimento sicuro del 3-5% – penso ad esempio a Terna, Sea, Autostrade – in modo da scavalcare ogni anno l’inflazione. Dopo trent’anni si accumulerebbe un “tesoretto” in grado di garantire una pensione dignitosa. Questa sarebbe una via d’uscita sana da parte dello Stato. Tornare indietro al sistema precedente al 1969: a capitalizzazione, come fanno i fondi pensione Usa.

La mitica “quota 100” che nel biennio 2019-2021 ha mandato in pensione anticipata 374.432 persone, almeno ha prodotto occupazione giovanile?

No, non ha funzionato. I giovani assunti sono stati 136mila secondo la Corte dei Conti, con soli 4 posti rioccupati su 10 lasciati liberi, ma il sito di fact checking Pagella Politica per quel periodo ha calcolato 90mila giovani occupati in meno. Quota 100 non ha migliorato il rapporto tra contributi e pensionati, l’ha peggiorato. Le pensioni sono costi che si trascinano per decenni: pensiamo alla reversibilità. In un Paese dove le donne lavorano poco e hanno un’aspettativa di vita più alta degli uomini, ci sono ancora centinaia di migliaia di pensioni erogate prima del 1980. È inutile girarci intorno: così il sistema crolla. A meno che lo Stato se ne faccia carico con l’aumento delle tasse o del debito pubblico. La domanda è sempre la stessa: chi paga? E come fanno a non rendersene conto quei politici che fanno promesse mirabolanti? La proposta di Carlo Cottarelli di attribuire all’Ufficio parlamentare di bilancio il compito di valutare il realismo delle stime contenute nei programmi elettorali dei partiti è molto condivisibile.

In Francia c’è la popolazione sulle barricate per la riforma che innalza l’età delle pensioni da 62 a 64 anni. Ma alla fine ha ragione Macron?

Certo che ha ragione Macron. Anche il loro sistema è in crisi e dovranno alzare ulteriormente l’età pensionabile. La dinamica demografica ed economica dei Paesi europei è ormai definita. L’avvento della società tecnologica, che ha sostituito quella industriale, ha cambiato radicalmente il contesto rendendo il lavoro liquido e intermittente. Il sociologo Domenico De Masi lo ha spiegato molto bene. Per rendersene conto basta guardare come funziona oggi una catena di montaggio.

 

Federica FantozziGiornalista

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