Il magico mondo delle api. Tanti insegnamenti, oltre che nutrimenti, per gli umani

Una frase di Einstein sul rischio estinzione. Minacce dal clima e dall’ambiente degradato

Le api che un papiro del British Museum vuole nate dalle lacrime di Ra, il dio del sole degli antichi egizi. L’alveare come “super organismo vivente” dove ognuno ha il suo compito e le guardiane si avvolgono come una palla rovente intorno al predatore che entri nel nido soffocandolo in pochi istanti. La regina, misteriosamente scelta e nutrita a pregiata pappa reale per covare fino a 3mila uova al giorno e mantenere popolosa la colonia. Marco Valsesia è un 30enne atipico che ha ereditato dal nonno la passione per l’apicoltura e gestisce 60 arnie tra i monti del Piemonte.

Ne La vita segreta delle api. Storia indomita di un addomesticamento volontario che ha cambiato il mondo (appena uscito per Longanesi) racconta le sue stagioni immerso nel mondo di questi insetti, dopo averle documentate con seguitissimi video e dirette sui social.

Suo nonno, a cinque anni, la portava a svuotare i melari, con tuta maschera e affumicatore. Quando e come ha capito che quella era anche la sua strada?

Ho sempre avuto questa passione dentro di me, mi sono innamorato delle api appena le ho viste. L’alveare ti entra nell’anima, è una sensazione difficile da spiegare. Vedevo mio nonno tranquillo e non avevo paura delle punture.

Anche se, lei scrive, l’apicultore deve rassegnarsi a essere punto.

È così. C’è una leggenda secondo cui dopo 50 punture diventi immune… ma non sono arrivato a quella soglia. Seguivo mio nonno nell’apiario ma non mi rendevo conto di quanto fosse complesso questo mestiere. Poi sono cresciuto, ho studiato, preso altre strade. Ma nel 2017 lui è morto e il desiderio si è riacceso fortissimo: ho studiato, seguito corsi, ma soprattutto sono diventato apicoltore sul campo, da autodidatta. È una passione e insieme una responsabilità.

Lei racconta un mondo antico e affascinante. Le api abitano il pianeta da 50 milioni di anni. Eppure, tra cambiamenti climatici, siccità e pesticidi, rischiano di estinguersi. Quanto è grave il pericolo?

Molto, e la gente non se ne rende conto. Tutti conoscono la celebre frase erroneamente attribuita a Einstein: “Se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita”. Ebbene, non è futuro remoto, è oggi. Oltre il 25% delle api si è già estinto e continuano a ridursi. L’inquinamento avanza, il clima è sballato: a gennaio ci sono le fioriture di marzo ma è un inganno. Le api volano, covano e muoiono. Le ritrovo stecchite sui fiori di tarassaco, come imbalsamate dal freddo. I cambiamenti climatici le fanno impazzire. E senza pioggia il terreno non produce il polline, che è il loro sprint: normalmente vivono circa 45 giorni, senza quella sostanza da 5 a 18 giorni. È una strage.

L’alveare è una società avanzatissima dove convivono le api operaie,  bottinatrici, ancelle, guardiane, fochiste. E una sola regina, allevata a pappa reale, che vive fino a 5 anni. Come si sceglie una sovrana?

Esistono due criteri. Con quello naturale è selezionata dalle api stesse: scelgono un determinato uovo – il come rimane un mistero – e lo allevano per diventare la futura regina. Accade in primavera quando c’è la sciamatura: metà alveare vola via, comandato dalle regina vecchia, in cerca di una nuova casa, le api esploratrici trovano il posto adatto e chiamano le compagne. Mentre nell’arnia vecchia si fa largo la regina vergine. Ma in apicoltura si tende a prevenire questo fenomeno che rischia di indebolire le colonie, con la sciamatura artificiale: scelgo io la larva migliore, la faccio allevare da una famiglia “orfana di regina”. È un modo per evitare fughe e selezionare un’arnia con api più produttive e tranquille: se la regina è di carattere agitato, le suddite pungono molto di più. Al giorno d’oggi la genetica è tutto.

Una curiosità da bambini: come fanno le api tra tanti fiori a scegliere proprio e soltanto l’acacia o il castagno o l’arancio per produrre miele? Non si posano sul primo petalo che trovano?

Questa è la prima domanda che fanno tutti, e la risposta è semplice. Se si trovano davanti solo un prato pieno di fiorellini vanno decise lì. Ma se intorno c’è un albero che dà più nettare, per esempio l’acacia che ne è il principale fornitore in natura, non hanno dubbi. Ogni pianta ha il suo flusso nettarifero: è come il supermercato, la gente va in quello più fornito. Mentre la fioritura del castagno innervosisce le api, che si trovano tra polline in quantità esagerata e molto caldo. L’anno scorso per la prima volta ho fatto un miele particolare, proveniente dall’ailanto o albero del paradiso, e spero di riuscirci anche con il prossimo raccolto.

In fondo l’alveare è una società femminista. I maschi durante il “volo nuziale” della regina si accoppiano in aria e poi cadono a terra morti. I fuchi sono dei fannulloni…

Fannulloni perché non raccolgono nettare né difendono l’arnia perché non hanno il pungiglione, è vero. Ma sono grossi, tozzi e muscolosi così tengono l’alveare caldo, mantengono la temperatura vitale. E fecondano la regina. Sono più che altro dei pascià: girano di nido in nido e assaggiano il miele ovunque. A fine agosto però le femmine li scacciano fuori dall’alveare perché il loro mantenimento d’inverno costerebbe troppo, e muoiono.

Ci spiega le quattro stagioni dell’apicoltore?

In apicoltura si gioca d’anticipo. L’inverno comincia a settembre: d’autunno si preparano gli alveari per il freddo, si controlla la quantità di miele che avrà effetto diretto sulla popolosità della colonia. D’inverno poi si agisce per stroncare l’acaro varroa, il nemico numero uno delle api che causa la gravissima malformazione delle “al deformi”, con trattamenti non chimici all’acido ossalico. Da inizio marzo, con la primavera, si entra nel momento più vivo: rinascono gli alveari, si accudisce la regina, si pensa alla sciamatura. D’estate è il momento dell’”ingabbiatura” della regina, che non cova per 23 giorni mentre si ripulisce l’alveare, e poi ci si dedica al ripopolamento considerando che servono almeno 100mila api per un raccolto di miele sostanzioso.

È un lavoro faticoso che immerge nella natura e – lei scrive giustamente – allontana dalla schiavitù dello smartphone e dagli occhi fissi su milioni di pixel. Tuttavia le sue dirette social lo hanno fatto conoscere a migliaia di persone. Forse natura e tecnologia possono convivere?

Sì, ed è necessario che avvenga. Oggi molte persone non distinguono un’ape da una vespa e non si rendono conto di quanto le prime siano necessarie alla nostra sopravvivenza. Si parla molto più di calcio che di api. Con la mia attività ho voluto rispondere a tante domande: perché le api si posano su quel fiore anziché su un altro? Quanti ne visitano al giorno? Sapete che non vedono il colore rosso e comunicano ballando? Come fanno a percepire i temporali? Perché il fumo le calma? Il mio primo video, con la regina che depone le uova, ha avuto 50mila visualizzazioni. Tutto è partito da lì.

 

Federica Fantozzi Giornalista

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