L’interrogativo più ripetuto di questi ultimi anni, dettato dal senso comune, negli immaginari dialoghi tra due cittadini: come mai Matteo Messina Denaro continua a vivere latitante? Con un po’ di malizia aggiuntiva: ma pensi che non sappiano dov’è? E allora perché non lo arrestano? Ma forse perché è meno pericoloso da latitante che da arrestato. Chi lo immaginava in un posto misterioso e sconosciuto, perfino all’estero, rifugiato in chissà quale bunker inespugnabile. Invece il clamoroso arresto ha fatto cadere come birilli tutte queste ipotesi: Matteo Messina Denaro, detto “U siccu” ( il magro), apparso abbastanza ingrassato), e Diabolik, se ne stava in Sicilia, a Palermo. E si muoveva come un comune cittadino, forte dell’omertà diffusa e di evidenti protezioni e complicità. Nelle foto dopo l’arresto una signora molto osservatrice ha ravvisato anche una certa eleganza: il berretto beige chiaro intonato con lo stesso colore del giaccone. È stato detto che è una giornata storica. Ed è vero. Se i morti vedono e seguono le vicende umane, anche con qualche disgusto, tutte le vittime della mafia senz’altro si sentono vendicate: dai magistrati che hanno perso la vita nella lotta alle cosche, cominciando con la citazione di Falcone e Borsellino, e ricordandone tanti altri, tra cui il generale Dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Pietro Scaglione, Cesare Terranova, il presidente della Regione Sicilia Santi Mattarella, Pio La Torre, uomini delle forze dell’ordine. Una tragica Spoon River mafiosa, quale mi fu fatta visitare tappa per tappa per le vie di Palermo da un giovane collega, Daniele Ienna: dal bar dove fu freddato il commissario Boris Giuliano, via Carini dove fu ucciso Dalla Chiesa e la moglie Emanuele Setti Carraro; via della Libertà che vide l’agguato mortale a Piersanti Mattarella; via d’Amelio, dove fu ucciso Borsellino; fino a Capaci, dove per uccidere Falcone, la moglie