Sylvia e Amelia, poetesse ribelli. Alla fine anche contro se stesse. Possedute dai propri dèmoni, ebbero un comune destino

Un illuminante libro di Rita Rucco su Sylvia Plath e Amelia Rosselli

Cultura

Il libro di Rita Rucco, La autenticità del vivere e del poetare in Sylvia Plath e Amelia Rosselli, ha poco più di cento pagine ma ha la densità e le suggestioni di un saggio molto più corposo e articolato. Ha dato l’avvio a una collana, Pluriverso femminile, della Casa editrice Milella, che sta vivendo una nuova primavera produttiva dopo molti anni di pubblicazioni quasi esclusivamente dedicate a ricerche e lavori dei professori dell’Università di Lecce, ora del Salento. La qualità e il rigore del libro inaugurale della Collana fa bene sperare che altri saggi presto seguiranno.

 

 

Prima di soffermarci sulla monografia di Rita Rucco, docente e direttrice della Collana editoriale, sarà bene farsi qualche domanda. Perché pluriverso? E, soprattutto, perché pluriverso femminile? “Perché le donne sono capaci di un pensiero relazionale”, è la risposta. Il che esclude per converso il solipsismo, l’autoisolamento, la discriminazione, l’autoreferenzialità non comunicante. Al contrario di quanto fa il genere maschile.

La collana ha l’obiettivo quello di volgere uno sguardo a opere di donne, di far emergere e mettere in valore “le affascinanti sfaccettature di un sapere e di un pensiero spesso emarginati e subordinati a favore di una dominante culturale che è nel segno del maschile” .

Questo discorso ha evidenti e valide ragioni, se si escludono i rischi di certe derive o esasperazioni legate alla mistica del femminismo o della liberazione (A questo proposito, lo ricordiamo di passaggio, Nilde Iotti, che per le donne si è molto battuta, anche a livello legislativo e non con proclami declamatori, preferiva parlare di emancipazione piuttosto che di liberazione).

Pluriverso femminile nasce da una intuizione di Carlo Alberto Augieri, Direttore editoriale della Milella, professore di Critica del testo, raffinato ermeneuta, autore di un recente volume sulla scrittura nel suo dialettico e creativo rapporto con la lettura, già recensito su queste pagine. La collana si propone appunto di “donare gusto per la critica e il commento visti in dialogo. In una prospettiva intertestuale, in interconnessione tra la letteratura e le varie arti”.

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La comunanza di destino

Dopo una densa premessa di tipo storico- filosofico in cui sembra prenderla un po’ alla lontana, ma in realtà indica l’orizzonte culturale in cui le due poetesse si trovarono a vivere, Rita Rucco ne esamina vita e opera in due distinte sezioni, che solo in apparenza sono separate, perché continui sono i rimandi dall’una all’altra. Il libro non pretende di esaminare tutta l’opera delle due poetesse ma di darne in particolare una lettura sotto lo specifico profilo del rapporto con la vita e il “male di vivere”, e i demoni che si agitavano nei loro animi e ne hanno poi sconvolto le esistenze.

Ne emerge il quadro, creativo ed esistenziale, di due anime poetiche, Sylvia Plath e Amelia Rosselli, geograficamente lontane – l’una in America, l’altra in Francia poi raminga per l’Europa – ma psichicamente, psicologicamente, direi quasi ontologicamente vicine e ambedue visionarie.

Le caratterizza un comune destino. Da intendersi non solo come percorso di vita ma anche nel senso in cui si usa il termine nella lingua spagnola, cioè come destinazione, come meta finale. Comune a tutte e due l’atteggiamento verso la vita, in un rapporto di conflitto e di alterità, fino al medesimo esito fatale: il rifiuto, l’autoannientamento tramite suicidio. Di più: con qualche coincidenza temporale non casuale ma certamente simbolica: Amelia Rosselli si toglie la vita nello stesso giorno e mese in cui si era suicidata Sylvia Plath: l’11 di Febbraio.

Plath nel 1963, a 30 anni, giovane, bella e disperata; nel 1998  Amelia Rosselli 33 anni dopo la poetessa americana.

Ma di là da queste circostanze biografiche, pur significative, che cosa in realtà accomuna le due poetesse? Ce lo spiega bene Rita Rucco in questo libro: una comune propensione al cupio dissolvi inteso non in senso religioso ma come un lento e progressivo percorso di autodistruzione, di autoannullamento, di “nientificazione”, per citare un icastico termine usato dall’autrice.

Sovviene, per dare l’idea di questo autovanificarsi, un verso di Montale, poeta di cui ci sono peraltro diversi echi in questo libro. Il verso è “svanire è dunque la ventura delle venture”.

Ci sono versi montaliani che Amelia Rosselli prende “in prestito” per costruire le sue liriche, secondo la tecnica, tipica dell’avanguardia, del pastiche e a volte del collage.

Questo conflitto con la vita, fino a diventare divorzio definitivo, oltre a richiamarci alla memoria l’atteggiamento leopardiano verso la vita “madre e matrigna”, ci ricorda anche una idea di madame du Deffand, una dama  intellettuale del ‘700, amica e corrispondente di Voltaire, animata da un profondo pessimismo filosofico ed esistenziale che le faceva spesso dire: una grande disgrazia è l’esser nati.

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I dèmoni paralleli

Ma cosa c’è alla base di questo comune disamoramento della vita nelle anime tormentate delle due poetesse?

C’è un sentimento di assenza e di perdita: in Plath la morte del padre, vissuta come abbandono e tradimento, al quale la poetessa dedica una poesia struggente, lo vedremo dopo; in Rosselli il trauma della perdita del padre Carlo, ucciso in Francia da sicari fascisti quando lei aveva solo sette anni; un senso di sradicamento nel peregrinare in vari Paesi d’Europa. Pasolini la definì un’apolide, Lei non accettò questo termine, preferendo quello di “rifugiata”.

L’orizzonte storico e culturale delle due poetesse, come mette bene in luce Rita Rucco, sia pure con qualche inevitabile schematismo, è il pensiero post moderno, il pensiero destrutturato, i nuovi paradigmii culturali (Sartre, Heidegger), ed espressioni artistiche, musicali, letterarie (Bob Dylan, J. Cage, Kerouac, il Gruppo ’63 dell’avanguardia, Pier Paolo Pasolini). E l’idea della scrittura destrutturata ha una significativa e simbolica consonanza con la destrutturazione dell’esistenza.

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Esaminando un po’ da vicino le due poetesse come ce le presenta Rita Rucco, con passione e acribia

Figura poliedrica Amelia Rosselli: poetessa e anche pianista, musicista, traduttrice di Sylvia Plath. Figura di spicco del Gruppo ’63, un movimento d’avanguardia che mosse da Palermo con l’intento di sprovincializzare la cultura italiana e di liberarla dal conformismo imperante. Del gruppo facevano parte personaggi come Umberto Eco, Alberto Arbasino, Luciano Anceschi, Edoardo Sanguineti. La poetica del gruppo ’63 era la non significanza, le contaminazioni tra i generi e i linguaggi artistici, i collage, lo scardinamento delle regole sintattiche. Arbasino coniò la famosa frase “fare una gita a Chiasso”, per dare l’idea della necessità di cambiare aria, cercare nuovi linguaggi. E Amelia Rosselli, che di questo Gruppo faceva parte pur con una sua autonoma voce poetica, fece le sue sperimentazioni linguistiche.

Nella sua scrittura alcuni critici hanno voluto vedere delle sgrammaticature , degli errori ortografici come nel caso di effige senza la “i”. Non si tratta di errori- mette bene in evidenza Rita Rucco – ma di una scelta, tipica del plurilinguismo di Amelia Roselli che parlava molte lingue, e delle contaminazioni italiane nell’inglese, inglesi nel francese. Chiari segni del senso di non appartenenza a lingue, parlati e vissuti.

Per le sgrammaticature Pasolini introdusse il termine lapsus. Un atteggiamento che richiama quello di Montale per i libri di Italo Svevo. All’autore della “Coscienza di Zeno”, che aveva il tedesco come lingua madre, si rimproverava di fare errori d’italiano. Montale questi errori li chiamò piuttosto “refusi”, che per nulla intaccavano la scrittura del romanziere triestino.

Ad Amelia Rosselli non interessavano solo le distruzioni ideologiche del linguaggio. Attraverso il linguaggio destrutturato ha voluto denunciare la sofferenza umana, l’impossibilità di intravedere una logica consequenzialità nella lingua e nella vita. La mia poesia- dice la Rosselli – ha continuato a interrogare il linguaggio, a indagarne i limiti e i limiti della coscienza per spingere il delirio al limite estremo del testo. “Delirio”- chiosa Rita Rucco – come tragica conclusione della “non appartenenza alla vita, la scelta di non essere più, di dare ascolto ai demoni che l’hanno devastata per anni e per decenni; una vita che le è pesata addosso ‘come i suoi rami lordi’” (cioè pesanti).

La Rosselli, secondo Rita Rucco, è la più grande e originale poetessa del ‘900, una preferenza forse un po’ netta ed escludente, se pensiamo ad altre voci poetiche non meno notevoli e originali come quella di Marina Cveteva (poetessa tormentata e anche lei suicida nel ’41 al culmine di una vita tribolata sentimentale e familiare) e di Anna Achmatova.

 

Amelia Rosselli

 

A proposito di quest’ultima poetessa russa, non ci convince abbastanza, diciamo la verità, quando parla di tipizzazioni, la definizione che Rucco dà della Achmatova, che darebbe poeticamente l’immagine della donna rassegnata, dipendente, mentre Sylvia Plath è etichettata come ribelle, verso la vita e alla fine contro se stessa.

Più che rassegnata, la Achmatova ci sembra una vittima: in un regime come quello staliniano, che gli aveva fucilato il marito (Gumilev) e reso la vita difficile (irriferibile la definizione che di Anna Achmatova aveva dato Zdanov, il custode dell’ortodossia sovietica nelle arti) bisogna tener conto anche della profonda diversità dei regimi politici. Il dramma della Achmatova fu oltre che umano anche politico. E lei per sopravvivere fu costretta anche ad appendere ai salici la sua cetra (per ricordare le parole di Quasimodo).

La Plath viveva nella democratica America, ma il suo dramma era tutto familiare, un padre che sentiva assente, inesistente e del quale pure soffriva la mancanza.

 

Sylvia Plath

 

Il dramma di Sylvia Plath si può spiegare anche in questo modo: si sentiva vuota invece era un “vulcano poetico”. Il vuoto, si è già detto, era dovuto alla morte del padre, da lei vissuta come un abbandono e un tradimento. Daddy è una tra le liriche più conosciute, in cui il dolore per la perdita si fa rabbia, furia, ribellione, eppure espressione di un amore disperato e ormai impossibile, sacrificato sull’altare dell’odio.

Rita Rucco dà il meglio di sé nell’analisi testuale, stilistica, filologica e psicologica di alcune liriche di Sylvia Plath. Come quella che dice “io sono verticale ma preferirei essere orizzontale”; dove verticale e orizzontale hanno chiare valenze simboliche e hanno a che fare anche con la morte.

La verticalità – spiega Rucco – è ascensione, trascendenza, adesione a principi e valori. La linea orizzontale è condivisione, abbandono, è il sogno, la morte. Nell’angolo retto tra le due linee vi è la vita reale, tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. Pensiero sempre presente, alla fine dominante, fino al gesto estremo di annullamento definitivo per suicidio. Un vivere per la morte, che richiama un pensiero di Heidegger.

In un’altra poesia di Plath, “Dissipatio”, Rucco mette in evidenza il procedere musicale, il refrain ripetuto, un procedere sinfonico nel senso che ci sono elementi che ritornano, come in un movimento circolare, come cerchi concentrici, come anelli di una catena, come un gomitolo che si riavvolge con nuovi fili sensuali.

Anche la Plath aveva i suoi demoni. La morte tanto invocata nei suoi versi fu per lei una sorta di espiazione sacrificale del dono poetico. Ma è con l’essere donna negli anni delle grandi trasformazioni che ella toccò tutte le contraddizioni che in seguito segnarono altre generazioni femminili. “Trovare un responso – osserva Rucco –  tra l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione è ancora oggi una sfida per le donne, come lo fu per lei allora. Sylvia Plath è sulla soglia, quella soglia che varcherà la notte tra il 10 e l’11 febbraio, sigillando con lo scotch ogni fessura della cucina nella quale si era chiusa e posando la testa all’interno del forno, con il gas aperto. Aveva in precedenza sigillato la camera dei bambini perché il gas non arrivasse fin lì e ha lasciato accanto ai loro lettini il latte e il pane con il burro per la colazione. Come dire, osserva Rita Rucco: un abbandono ma senza noncuranza”.

 

Mario NanniDirettore editoriale

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