Verso le Europee/ Fassina: La protesta dei trattori non va sottovalutata. Nell’Ue c’è un tema di concorrenza sleale. Il Green Deal senza politiche sociali diventa classista

Schlein candidata? A sinistra servono una proposta politica e liste credibili. L’europarlamentare è un lavoro a tempo pieno.

Politica

Stefano Fassina, economista e politico, ex deputato prima del Pd e poi di Leu, è stato viceministro all’Economia nel governo guidato da Enrico Letta. Oggi, senza tessere di partito in tasca, dice di sé: “Sono uno che cerca di dare una mano a unire il campo progressista”. Programma non facile allo stato delle cose, che Fassina declina anzitutto nei termini a lui più consoni, e con Bee Magazine analizza le prospettive di queste elezioni Europee sotto il profilo economico. “Attenti a sottovalutare la protesta dei trattori che è la punta dell’iceberg e può spingere gli elettori sempre più a destra – spiega – Esiste un problema di concorrenza sleale sia nel mercato unico europeo che verso l’esterno. Si è registrato sull’acciaio ma vale anche per l’agricoltura e per i servizi labour intensive. E il Green Deal va va sostenuto con politiche sociali adeguate o diventa una misura classista”. Quanto all’eventuale candidatura di Elly Schlein, Fassina è cauto: “Servono una proposta politica e candidature credibili. Un pacchetto è più convincente della singola leadership. Fare l’europarlamentare è un lavoro a tempo pieno, anzi pienissimo”.

 

 

 

Sulle prossime elezioni Europee si riversano aspettative e timori. É un momento che può davvero cambiare il modo in cui è stata governata finora l’Europa comunitaria?

Queste elezioni di certo avvengono in un contesto radicalmente diverso da cinque anni fa. In mezzo ci sono stati eventi epocali: la pandemia, che oltre alle terribili implicazioni negative ci ha lasciato il Next Generation Ue, e due guerre ancora in corso. Ucraina e Medio Oriente hanno squadernato divergenze geopolitiche profonde in Europa, che è il dato politico fondamentale con cui fare i conti oggi. Mentre gli Usa – con Trump in modo estremo, con Biden in modo attenuato – svolgeranno una funzione comunque diversa nella difesa e sicurezza dell’Europa.

E l’Europa che ruolo ha in questo quadro?

La verità è che che le principali forze politiche europee non sono preparate per dare le risposte adeguate. Né i Popolari né i Socialisti riescono a farlo. E in questo contesto finisce per prevalere il messaggio di chiusura delle destre nazionaliste.

É realistico ipotizzare un “ribaltone” nelle maggioranze del governo europeo, ovvero un’alleanza Popolari-Conservatori che tagli fuori Socialisti?

I numeri di un “ribaltone” sulla base dei sondaggi attuali non sono realistici, ma appare certo che ci sarà un maggior peso delle forze storicamente marginali rispetto agli accordi nell’Ue.  Anche Giorgia Meloni nella conferenza stampa di fine anno ha fatto intendere che il voto per la presidenza della Commissione Europea e quello per i commissari sono diversi dalla formazione della maggioranza politica.

É già successo con la “maggioranza Ursula” a favore di Von Der Leyen.

Stavolta però non sono sicuro che ci sarà una maggioranza stabile bensì più maggioranze ad hoc sui singoli provvedimenti. E immagino un peso ancora maggiore del Consiglio rispetto al Parlamento e alla Commissione.

Su Huffington Post lei ha scritto in difesa della protesta dei trattori, ovvero gli agricoltori che bloccano le strade in Italia, Francia, Germania. Il dumping da Paesi extra-Ue con costi del lavoro più bass e prodotti meno sicuri, sommato alle imposte troppo alte rischia di strangolare l’agricoltura?

Intanto più che difendere questa protesta provo a comprenderla e non disprezzarla come vedo fare in ambienti progressisti che non si misurano con i problemi che oggettivamente pesano sulle piccole e medie imprese. Esiste un problema di concorrenza sleale sia nel mercato unico europeo che verso l’esterno. Si è registrato sull’acciaio prodotto in Paesi con standard ambientali meno severi dei nostri, ma il tema vale anche per l’agricoltura e per servizi labour intensive. É giusto sostenere l’Ucraina, ma se Bruxelles rimuove i dazi sul grano ucraino che costa molto meno e lascia arrivare valanghe di prodotto massacra la nostra agricoltura.

Cosa dovrebbe fare in alternativa?

La Commissione Europea compri il grano da Kiev e lo rivenda ai Paesi africani colpiti da carestia a causa del blocco navale. In sostanza: così il sostegno diventa a carico di tutti i cittadini e non solo dei contadini, altrimenti è ovvio che i governi nazionali se li ritrovano in piazza.

Lei è da sempre critico sulle conseguenze del liberismo senza freni. Ma la soluzione nel mondo di oggi può davvero essere la ricetta sovranista che prevede dazi e confini chiusi?

No, le chiusure ermetiche non funzionano e lo abbiamo visto. Bisogna lavorare con diversi strumenti senza però escludere restringimenti e limitazioni doganali. Nella scorsa legislatura abbiamo contestato l’accordo Ceta con Usa e Canada che permetteva di importare grano trattato con pesticidi e prodotti chimici non consentiti nell’Ue. Alcuni limiti vanno messi. E poi serve una politica industriale e commerciale che assuma come prioritari gli interessi dei piccoli produttori e di lavoratrici e lavoratori,  e non quello delle multinazionali. I trattori sono solo la punta dell’iceberg.

Domanda secca: il Green Deal ci costa troppo?

Il Green Deal richiede sacrifici notevoli che vanno compensati. La conversione ecologica va sostenuta con politiche sociali adeguate altrimenti diventa una misura classista. Poi bisogna entrare nel merito: perché va bene la tecnologia delle auto elettriche e non i combustibili bio? Chi e come decide la traiettoria da seguire? Quanto all’impatto sull’industria manufatturiera, va considerato che Italia e Germania come produttori di auto sono più esposte mentre le materie prime dell’elettrico sono tutte importate dalla Cina. Infine, attenti agli effetti su bilanci di famiglie gà segnati in questi anni: sottovalutare questo aspetto amplia le fasce di popolo a destra.

In vista delle elezioni c’è una polarizzazione tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein, già si pregusta il duello. Un recente sondaggio vede gli elettori di sinistra tiepidi sull’eventuale candidatura della segretaria Dem, nel Pd solo l’8% sarebbe a favore. Tuttavia, Schlein sa di dover consolidare la propria leadership. Lei, da osservatore esterno, cosa consiglierebbe?   

A Pd, M5S, Avs, consiglierei di mettere a punto e rendere riconoscibile una proposta per l’Europa che tenga conto dei grandi mutamenti in corso. C’è la retorica sovranista ma c’è anche una retorica europeista sganciata dalla realtà e dalle prospettive europee. Proprio per questo chi viene eletto al Parlamento di Strasburgo dovrebbe rimanervi: le leadership si consolidano attraverso proposte precise con una squadra di candidati credibili. Ci sono tante personalità progressiste che possono qualificare e rendere attrattive le liste. Servono però anzitutto una proposta politica e una classe dirigente che da loro credibilità. Un pacchetto è più convincente della singola leadership.

Insomma, è sulla linea di Romano Prodi: no a candidature che non potranno essere onorate.

É la linea della correttezza istituzionale: quello di europarlamentare è un lavoro a tempo pieno, anzi pienissimo, dove serve la concentrazione al 100%.

 

Federica FantozziGiornalista

 

 

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