Meloni-Schlein? Il politologo Di Gregorio: La polarizzazione giova a entrambe

Candidarsi alle Europee? Per la premier il valore aggiunto è evidente e Schlein ha bisogno di un colpo d’ala. Il duello tv si faccia il 25 marzo in Campidoglio

Politica

Luigi Di Gregorio, politologo, è docente di Comunicazione Pubblica, Politica e Sfera Digitale e di Web e Social Media per la Politica presso l’Università della Tuscia (Viterbo). Insegna inoltre Campaign Management in diversi master e scuole di specializzazione. Da circa 20 anni svolge attività di consulenza politico-elettorale. Attualmente è consulente di comunicazione strategica del Presidente della Regione Lazio. In passato è stato capo della comunicazione istituzionale del comune di Roma e manager presso il Parlamento Europeo. È membro dell’editorial board del Journal of Political Marketing e si occupa prevalentemente di comunicazione politica, studi elettorali e politica comparata. È in uscita il suo prossimo libro dal titolo War Room. Attori, strutture e processi della politica in campagna permanente (Rubbettino).

Professore, Giorgia Meloni sembra aver scelto come avversaria principale per le Europee di giugno Elly Schlein, venendone ricambiata. Questa polarizzazione a chi delle due giova maggiormente? Quali sono i pro e contro?

La polarizzazione giova a entrambe. Le elezioni Europee sono elezioni proporzionali, in cui si votano i partiti, non esistono le coalizioni. Se riescono a far percepire che la sfida principale è tra Fratelli d’Italia e Pd possono trarne giovamento tutte e due. Poi, se vogliamo, è la polarizzazione più “logica”, nel senso che uno è il partito maggiore del centrodestra e della tradizione conservatrice, l’altro è il partito maggiore del centrosinistra e della tradizione progressista. Se fossimo bipartitici, grosso modo il partito di destra oggi assomiglierebbe molto a Fratelli d’Italia e quello di sinistra al Pd, in termini di proposte, di posizionamento, di valori. Quindi, da un lato la polarizzazione è conveniente per le due leader, dall’altro è anche semplice da percepire in una logica binaria “noi contro loro”, destra-sinistra. In tal senso, può anche aiutare a mobilitare gli elettori sicuri, fedeli, in un’elezione che verosimilmente avrà una partecipazione bassa… per cui portare alle urne i “tifosi” può diventare decisivo.

Analizziamo la comunicazione dei due partiti considerandoli, seguendo la definizione che dava lei, l’uno progressista e l’altro conservatore. Partiamo dalla “gita” a Gubbio dei deputati Pd: canti in pullman e dibattiti a porte chiuse, ma anche defezioni importanti e la leader che è solo passata a trovarli. Secondo lei il momento di team building ha funzionato o è stata un’occasione sfruttata a metà?

Secondo me ha funzionato poco. Io credo che ogni tanto le occasioni di team building siano salutari, ma per funzionare devono esserci un team e un team leader… In questo momento nel Pd non vedo un team e vedo una leader in cerca di legittimazione interna. Quando è così è più facile che quegli incontri diventino sfogatoi, anziché occasioni di motivazione e di brain storming proficuo. Apprezzo il tentativo, ma secondo me mancavano i presupposti, almeno in questa fase.

Dall’altra parte, Arianna Meloni ( sorella di Giorgia, NdR) ha appena detto: “Pensano di farci saltare il sistema nervoso ma non ci riusciranno”. Sulla vicenda ultima del Teatro di Roma la posizione a destra è sostanzialmente: ora tocca a noi, la sinistra lottizzava tutto. Sulla sindrome dell’accerchiamento di FdI molto si è scritto. Lei come se la spiega in un partito che nei sondaggi sfiora il 30% e detiene la golden share nella maggioranza di governo?

Allora, se la destra dice questo, è vero anche che la sinistra parla di “occupazione” della cultura. E proprio il presidente del Teatro di Roma è stato per 4 anni responsabile nazionale della cultura nel Pd…. Ecco mi pare un po’ surreale che l’occupazione avvenga solo quando proviene da destra. Su questo credo che in Italia ci sia una grande ipocrisia di fondo. Nel mondo anglosassone esistono le letters of recommendation a rafforzare i curriculum, nell’Unione europea per i dirigenti esterni si valuta il cv ma anche la “segnalazione” politica… da noi si finge di pretendere l’oggettività (che non è una caratteristica umana) e, celandosi dietro procedure garantiste, spesso non si guardano neanche i curriculum. Se fossimo meno ipocriti, accetteremmo meglio questi processi e verosimilmente guarderemmo di più anche ai cv. È normale che vi siano preferenze e indicazioni politiche sulle nomine, l’importante è che vi siano anche le competenze. In tutto il mondo è così, da noi è tutto un’ “occupazione”, una lottizzazione o una raccomandazione.

Lei dice: indicazioni politiche e competenza insieme, senza ipocrisie. Ma quello che colpisce è la reazione alle critiche in un partito – ripeto – che sulla base dei numeri potrebbe gestire la situazione con molta maggiore serenità…

Quanto alla sindrome dell’accerchiamento di FDI, occorre fare una riflessione più ampia. L’Italia è il regno dei partiti personali, quelli cioè che nascono e muoiono (politicamente) seguendo la parabola del fondatore. Ed è anche la patria del voto leader-oriented: ormai una quota compresa tra il 70 e il 90% degli elettori non vota un programma, né un partito, vota una persona (il leader). Nel caso di Fratelli d’Italia, viene facile all’opposizione e alla stampa “non amica” allargare l’attacco a Giorgia Meloni anche ad Arianna (sorella di Giorgia) o a Francesco Lollobrigida (cognato di Giorgia) per farlo passare come un partito “a gestione familiare”, come se tutti usufruissero di benefici elargiti dal presidente del Consiglio. In realtà, tutti e tre fanno politica da 30 anni per cui non sono premi recenti della premier in virtù dei legami affettivi… ed è facile sentirsi assediati quando l’attacco è concentrico e finisce sempre sulle stesse persone, mettendone in discussione, di fatto, una vita di gavetta e di formazione sul campo. A ciò dobbiamo aggiungere i 10 anni continui di opposizione e i numeri del partito, molto diversi rispetto anche solo a 3 anni fa. Per cui può esserci un’abitudine a un certo tipo di “reazione” e di percezione diffusa da “tutti contro uno”. Condivido però che oggi Fratelli d’Italia è un partito che rappresenta tanti italiani che provengono da un’altra storia e da altri percorsi e che credono in Giorgia Meloni, a prescindere dalla sua storia. Per cui, un atteggiamento più aperto, più plurale e meno rivendicativo potrebbe essere più efficace. Tuttavia, sono mutamenti che vanno fatti sedimentare e che derivano da un cambio di prospettiva che va introiettata col tempo. L’esperienza di governo sicuramente aiuterà.

Meloni stringe il patto della piadina con Ursula Von der Leyen, visita Erdogan in Turchia, cerca una soluzione con l’Albania sull’immigrazione. Poi diventa afona sul caso Pozzolo, sul saluto romano ad Acca Larentia, sul treno fermato da Lollobrigida. Questo registro diverso tra comunicazione di governo e di partito funziona?

Quando il capo di un partito è anche il capo del governo c’è necessariamente un trade-off, una sorta di coperta corta che rischia di scoprire un fronte o l’altro. Meloni sta dosando le sue uscite privilegiando molto il ruolo istituzionale e secondo me fa bene. Intanto perché le polemiche politiche durano pochissimo e non valgono quanto un accordo con la Commissione Europea o un bilaterale con la Turchia… e poi perché se entrasse nella diatriba quotidiana su ogni caso “critico”, darebbe molta più visibilità a quei problemi, li manterrebbe in agenda per più giorni e alimenterebbe ancor di più i tentativi dell’opposizione e della stampa avversaria di gettare esche per farla cadere nel “tranello”.

Quindi, è una strategia anti-logoramento?

Il presidente del Consiglio non può rispondere a tutto e a tutti. Talvolta le questioni sono fondate, altre volte sono provocazioni mirate proprio a farla reagire per trasformare una non notizia in una notizia. Una sorta di clickbait nella speranza che lei reagisca e reagisca male, perdendo la testa e dando così visibilità e centralità a chi la contesta. Solitamente, nei casi come quelli citati “parla” il partito, in maniera tale da prendere comunque posizione, limitando però la salienza del tema che crescerebbe, e di molto, qualora parlasse lei in prima persona. Infine, mi pare che Meloni stia molto dosando la sua esposizione mediatica in generale.

Giovanni Orsina l’ha definita estremamente prudente nella comunicazione.

Se la confrontiamo a Salvini o a Renzi, quando erano rispettivamente vicepremier di Conte e premier, Meloni ha deciso di uscire con una frequenza minore, e di tenere toni molto istituzionali anche perché il logoramento delle leadership di Renzi e di Salvini è stato dovuto in parte pure alla loro sovraesposizione mediatica. Con Renzi si facevano le dirette tv della direzione del Pd. E Salvini era un ministro dell’Interno molto più esposto del solito, dato il ruolo. Questo porta a un effetto di saturazione, gli elettori si stancano di vedere e di sentire le stesse cose e i leader finiscono per diventare presto una sorta di “disco rotto” che ripete gli stessi slogan continuamente. Tutto questo accorcia le parabole dei leader contemporanei. E mi sembra che a Meloni sia molto chiaro.

Secondo lei Meloni e Schlein dovrebbero o no candidarsi alle Europee? Per la prima l’alternativa è stravincere o gestire il potere in ottica di coalizione. Per la seconda affermare la propria leadership contro la tradizione, i padri nobili del Pd, e molte donne preoccupate per l’alternanza di genere.

Intanto sgombriamo il campo da un equivoco: i cittadini non sono stupidi, per cui sanno benissimo che se un leader di partito (o addirittura di governo) si candida alle europee non è per andare a lavorare a Bruxelles e a Strasburgo. Se lo fanno, è perché vogliono provare a dare un valore aggiunto al rendimento della propria forza politica, misurando così anche la tenuta e lo stato di forma della propria leadership. Ci “mettono la faccia”, per usare una formula molto utilizzata dai politici.

E il valore aggiunto supera i rischi e gli effetti collaterali?

Nel caso di Meloni, il valore aggiunto mi pare evidentissimo e secondo me alla fine si candiderà. Capisco il tema del non stravincere, così come capisco che giustamente scioglierà la riserva più in là, anche in base ai sondaggi e al clima d’opinione nazionale. Tuttavia, io non credo che una sua stra-vittoria possa mettere in discussione alcunché per ora. Fino a quando Fratelli d’Italia sarà in tendenza positiva o anche stabile, questo governo non avrà nulla da temere. Quale partner di coalizione staccherebbe la spina al primo governo di centrodestra emergente dal voto degli italiani, dopo 14 anni dall’ultimo (Berlusconi 2008)? Sarebbe un suicidio politico, soprattutto con Meloni e Fdi in piena forma. Qualora un domani la fiducia e il gradimento del premier e le intenzioni di voto a Fdi cominciassero a calare, allora le cose potrebbero cambiare. Ma allo stato attuale non vedo pericoli concreti. Per me oggi Meloni può permettersi anche di stravincere.

E la leader Dem?

Quanto a Schlein il discorso è molto diverso. È segretaria del partito più novecentesco che abbiamo: un partito tendenzialmente allergico alle leadership forti e che non ha mai candidato il suo segretario in tutte le circoscrizioni alle Europee. Detto questo, Schlein ha bisogno di un colpo d’ala, di qualcosa che rafforzi la sua leadership, anche considerando che ha vinto le primarie dopo essersi appena re-iscritta al Pd. Dunque, sarebbe pure un modo per misurare con i voti il suo eventuale valore aggiunto. Non so come finirà, ma io al posto suo ci penserei seriamente a candidarmi. In ogni caso deve sciogliere la riserva prima che lo faccia Meloni, altrimenti darà l’impressione di inseguire, dopo mesi in cui è stata già mpiamente accusata di “indecisionismo”.

Si sussurra di contatti già in corso tra i due staff per un eventuale duello tv. Consiglierebbe di farlo? E, secondo lei, chi vincerebbe?

Un duello tv è prima di tutto uno spettacolo e in termini di resa televisiva sceglierei un luogo simbolico. Io lo farei il 25 marzo in Campidoglio. In quel giorno e in quel luogo, nel 1957, fu firmato il Trattato istitutivo della Comunità economica europea (CEE). Sarebbe una gran bella location per le elezioni europee. Purtroppo forse è presto per farlo all’aperto nella splendida piazza del Campidoglio, ma nel palazzo senatorio si può fare. Chi vincerebbe? Allora, a bocce ferme Meloni è nettamente favorita per esperienza, doti e capacità di comunicazione, per abitudine a certi “palcoscenici” e a certe pressioni. Però, proprio perché le aspettative sono basse, a Schlein converrebbe farlo. Nel senso che basterebbe poco per leggere “Sorpresa Schlein” nei titoli dei giornali del giorno dopo. Ovviamente le conviene anche perché insegue nei sondaggi e solitamente è chi sta avanti che cerca di evitare i confronti per non dare chance di recupero agli avversari. Infine, lei è all’opposizione e questo è sempre un vantaggio perché dà più libertà di “movimento”. Insomma, probabilmente vince Meloni ma conviene più a Schlein. Mi sembra un gioco win-win, per cui credo proprio che si farà.

 

Federica FantozziGiornalista

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