Se anche il corpo è un limite

Una riflessione poetico-filosofica sulla finitezza, con uno specifico sguardo alla ontologia e fenomenologia del corpo. Molti gli interrogativi che ne scaturiscono

Nella osmosi ambivalente tra il dentro e il fuori, in cui io non sono più io e il mondo non è più se stesso, nascono legami invisibili di cui il corpo gode. Sono, però, solo momenti sporadici quelli di una docile condizione di equilibrio in una lunga esperienza di vita.

E, nella condizione di dis-equilibro, si profilano le seguenti domande che ci abitano nel profondo: Come e Quando avvertiamo di non essere in sintonia con i nostri limiti corporei e perché? E ancora: Cosa può un corpo, come si chiede Gilles Deleuze nelle “Lezioni su Spinoza”, cosa comunica? Quanta importanza gli concediamo anche quando vorremmo annullarlo? Quanto e come ci possiede, se ci possiede? Come si vive il corpo in relazione con il mondo fuori?

 

 

 

Possiamo individuare due modalità estreme del viverlo; la prima è tensione, espansione, è spingersi sempre più in là a spostare il proprio confine di cellule, ed è ricerca fluida, in un movimento di estroflessione, come quasi un’ameba; oppure è irrigidimento, riduzione, cerniera che serra, fino a contenere l’essenziale di cellule e pensieri, ed è auto-annientamento. Nel primo e nel secondo caso è il corpo che ci possiede e che non abbiamo la possibilità di possedere se non in fasi di vita in equilibrio quando il sé di dentro dialoga serenamente con l’esterno; una condizione di convivenza che consente di esistere con consapevolezza e che ci pone in contatto spontaneo con gli umori, gli odori, i sapori, i suoni, i colori del mondo là fuori attraverso i sensi.

I nostri sensi, fili nascosti tra l’io e il mondo in un processo continuo e inarrestabile di interpretazione e sperimentazione del reale, ci pongono in immediato contatto con l’alterità, ci liberano dalle costrizioni più intime, ci trasportano altrove ed è conoscenza che ci rinnova, che ci spoglia di certezze acquisite e ci conduce in un amabile gioco con il fuori di noi.

E ancora, quanta responsabilità, se gliela riconosciamo, ha una madre quando posa lo sguardo sul corpo appena definito del proprio figlio o della propria figlia nell’atto più naturale, che dovrebbe essere il più amorevole, quello dell’allattamento? Come lo, o la, guarda e nel guardare cosa vede?

 

 

 

 

Ci ricorda Massimo Recalcati in “Le mani della madre” che noi ci rappresentiamo a seconda di come veniamo visti. Non si può essere indifferenti all’idea che gli altri ci trasmettono di noi perché ci percepiamo con gli occhi attenti e premurosi, oppure distratti e rivolti altrove. “Con la teoria dello stadio dello specchio Lacan mostra come l’identità del soggetto non sorga affatto dallo sviluppo progressivo di potenzialità innate, ma dipende fondamentalmente dalla mediazione assicurata di un Altro. Il sentimento di identità e di unità si genera solo grazie all’incontro contingente con lo specchio come volto dell’Altro”

 

 

 

 

Il vero specchio è il volto della madre, il primo volto del mondo. Quando, dunque, si posa su di noi uno sguardo attento, premuroso, la nostra materia vivente reagisce estendendosi, occupando spazio nello spazio, e cresce, si libera dei suoi stessi conflitti interiori spostando in avanti il proprio limite. Sa di esserci anche al di fuori di sé. Si avvantaggia dell’attenzione perché è stata riconosciuta in sé come esistente, come persona non più invisibile. Nello scambio con il fuori di noi che dona piacere, si annullano i confini corporei, i lineamenti si addolciscono, i muscoli allentano la morsa, il respiro si regolarizza e l’equilibrio psico-fisico riappare in una vicendevole appartenenza di serenità.

Il corpo ci appartiene e noi gli apparteniamo, sempre, anche quando tentiamo di annullarlo arretrando a restringerne i limiti, quasi a volersi appartare dal mondo questa volta, sì, per essere invisibili. Ne siamo sempre più spesso posseduti. E allora gli angoli, il buio al riparo dagli altri sono i nostri compagni perché non ci vediamo mai come vorremmo essere e ci nascondiamo anche da noi stessi; in questo nascondersi la massa corporea si riduce e la mente si annebbia, anche qui in una continua osmosi, però problematica, tra dentro e fuori. Ed è così che mi appiattisco, mi odio, mi annullo.

Quanta importanza ad un ammasso di corpuscoli! Quanto dolore oppure quanta gioia per la mancanza o la presenza di un fascio di luce che li illumini, che ne sottolinei la presenza, che li renda visibili e dunque amabili pur nel loro caotico insieme. Il dentro e il fuori oltre il limes di muscoli, nervi e pelle, un confine variabile in estroflessione o in introflessione; e ci avvertiamo come degni o indegni di vivere a seconda della crudezza escludente o della dolcezza accogliente di uno sguardo, il primo, su di noi.

E quanta responsabilità per il dopo, quel dopo in cui altri sguardi, altre occhiate, altra attenzione o disattenzione si poseranno sul corpo e decideranno di un equilibrio o di uno squilibrio tra il sé e il fuori di sé. Ci chiediamo ancora: Come e Quando e per quanto i fili nascosti tra il dentro e il fuori tracceranno strade di conoscenza, di autoconsapevolezza? Come disegneranno il quadro della nostra esistenza?

Per quanto tempo quell’angolo di serenità, quando si verifichi fortuitamente, resterà con e nel corpo che non arretra e non si espande? Celebriamo la stasi, quella condizione forse di attesa, ma con una breve esperienza di confini controllati, al di qua dei quali mi sento, mi osservo, mi apprezzo, o mi accetto, al di là dei quali il mondo non è un pericolo, ma solo alterità. Ed è equilibrio.

Nel ragionare, nel domandarsi, nel dubitare, si fa strada una inattesa e certamente appagante sensazione in perfetta continuità tra sé e il mondo là fuori, tra corpi e pensieri, appartenendosi.

 

L’intervento della professoressa Rita Rucco è un contributo al dibattito aperto dall’articolo apparso su beemagazine giorni fa: (https://beemagazine.it/il-limite-asse-rotante-del-pensiero-della-storia-della-vita/

Rita Rucco – Docente, direttrice di collana editoriale della Casa editrice Milella

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