Scuola, voti o giudizi?

Una annosa disputa sulla migliore forma di valutazione del rendimento scolastico. Uno studioso della scuola illustra i pro e i contro dei due orientamenti valutativi.

La votazione del collegio dei docenti del liceo scientifico Morgagni di Roma, che ha deliberato di porre termine alla sperimentazione di una didattica senza voti, ha riportato all’attenzione l’annosa disputa sulla migliore forma di valutazione del rendimento scolastico.

 

È una querelle di vecchia data, che si protrae dal 1977, quando, un decennio dopo la morte di don Milani, anche sulla base di un’impropria identificazione del voto con uno strumento selettivo funzionale a una logica classista, nella scuola dell’obbligo venne abolita la valutazione numerica. A sostituirli furono i giudizi, ritenuti meno traumatici per gli studenti e magari anche per le famiglie.

Indubbio segno dei tempi, a distanza di quasi mezzo secolo le motivazioni addotte dagli avversari della valutazione numerica sono in parte mutate. Se in passato si insisteva sull’esigenza di lottare contro una scuola che fin dalle elementari umiliava con la bocciatura gli alunni provenienti da classi sociali svantaggiate, scoraggiandoli dal proseguire gli studi, oggi sulle argomentazioni sociologiche prevalgono le giustificazioni psicologiche. Le motivazioni prevalenti, nell’era post-covid, sono la preoccupazione di risparmiare agli studenti l’ansia da prestazione e lo stress da verifiche, stimolando l’autostima e la capacità di lavorare in gruppo.

In realtà sarebbe necessario capire che cosa si intende effettivamente per eliminazione (o sostituzione) del voto. Surrogare una valutazione numerica con un giudizio standardizzato, trasformando l’8 in un ottimo o il 6 in un sufficiente, non cambia la sostanza, né accresce l’autostima o la disistima dell’alunno. Diverso è sostituire il voto con una valutazione descrittiva, finalizzata non a sanzionare lo studente che non abbia raggiunto i risultati richiesti, ma a individuarne le lacune e a suggerirne percorsi di recupero.

Ovviamente un impegno di questo genere richiede un grosso sforzo per insegnanti già alle prese con classi numerose, rese ancora meno gestibili dalla presenza di alunni problematici, e anch’essi a loro volta con seri problemi di stress, come documentato, fra l’altro, dalle ricerche del dottor Romolo D’Oria, massimo esperto italiano di burnout presso la classe docente. Resta il fatto che, anche in regime di voti numerici, compito del buon insegnante potrebbe essere smussare gli angoli, evitando di esprimere valutazioni troppo drastiche dopo le prime verifiche, sospendendo se del caso il giudizio, ed evitando di mettere in difficoltà l’alunno nelle interrogazioni. Un sorrisino derisorio, una brusca interruzione nel corso della risposta a una domanda, un commento sprezzante rischiano di traumatizzare studenti abituati magari, negli anni della didattica a distanza, a sostenere le prove davanti allo schermo protettivo e magari complice di un tablet.

Altra accortezza auspicabile, in caso di voti numerici, dovrebbe essere, almeno all’inizio di un corso di studi, non eccedere per difetto ma nemmeno per eccesso. Se i tempi dello “zero tagliato” sono finiti da un pezzo, un due preso all’inizio di un nuovo corso di studi rischia di compromettere l’autostima dell’alunno; ma anche un voto troppo alto può comportare problemi. Un grande giornalista ricordò in un elzeviro l’effetto devastante provocato in lui da un rotondo dieci preso in un tema. Il timore di deludere nelle prove successive la stima dell’insegnante e le aspettative dei genitori lo indusse a ogni sorta di espediente e gli avvelenò gli anni del ginnasio (ma forse, questo è un altro discorso, gli fu di stimolo per una brillante carriera letteraria).

Ben inteso, è tramontato da un pezzo il tempo delle arcigne professoresse di ginnasio che il primo giorno di scuola minacciavano agli alunni di quarta che alla terza liceo sarebbe arrivata solo meno della metà di loro. come è finita l’epoca dei docenti che non solo non comunicavano il voto al termine di un’interrogazione, ma lo trascrivevano sul registro personale con i famigerati “segni crittografici”, per evitare che gli studenti potessero spiare dal banco quanto avevano preso. E all’università è finito da oltre mezzo secolo il tempo dello sprezzante “diciotto in giardino” di un professore di giurisprudenza dell’ateneo fiorentino, che ai candidati ripresentatisi al suo esame dopo ripetute bocciature, concedeva sì la sufficienza, ma poi scagliava il libretto dalla finestra, obbligando il candidato a precipitarsi a recuperarlo (Giorgio La Pira, che non per nulla era un santo, dava invece il “diciotto e lode”, facendo impazzire le segretarie della facoltà impegnate a calcolare il punteggio finale per il voto di laurea).

Il sessantotto ha fatto giustizia di molti eccessi, anche se purtroppo non si è fermato lì ed è caduto negli estremi opposti, con il sei o il diciotto politico e gli esami di gruppo, ancora più devastanti per la serietà degli studi degli esami di guerra, in cui gli studenti richiamati alle armi si presentavano davanti agli esaminatori in uniforme e magari (accadeva anche questo) palleggiando una bomba a mano. Raggiungere un equilibrio è sempre difficile, e ancora oggi l’enfiagione di sessanta prima e poi di cento e lode alla maturità non dimostra l’eccellenza del nostro sistema educativo.

Una critica non infondata alle valutazioni numeriche riguarda semmai l’estrema soggettività, ovvero aleatorietà, delle valutazioni. Una soggettività che riguarda ovviamente soprattutto le discipline umanistiche e in particolare le prove di italiano, anche se pure il giudizio su di una traduzione dal latino o dal greco si presta a difformità fra chi preferisce una versione “libera” o una più aderente al testo. In passato, lo sbarramento da superare per raggiungere la sufficienza era l’assenza di errori di ortografia o di svarioni sintattici, anche se non tutti la pensavano allo stesso modo.

A Oriana Fallaci proprio nel tema della maturità sfuggì un “refuso”, ma questo, tanto il suo testo era bello e partecipato, non le impedì di ottenere un singolare “dieci meno”. Ma la Fallaci era la Fallaci e il suo coraggioso tema su “Il concetto di patria dalla polis greca a oggi” aveva commosso la commissione. Più di recente, invece, le raccomandazioni ministeriali hanno invitato gli insegnanti a rifuggire “l’ipercorrettivismo”, col risultato di evitare di angosciare gli alunni con l’incubo di una distrazione ortografica, ma anche di far strascicare molti errori ortografici sino alla maturità e oltre.

Questioni ortografiche e grammaticali a parte, la valutazione di un tema è comunque estremamente soggettiva e per questo è oggi invalsa la tendenza, nei concorsi, a sostituirlo con questionari e persino quiz a risposta chiusa, che assicurano rapidità e obiettività nella valutazioni, ma non consentono di verificare se un candidato sappia esprimersi correttamente né a voce né per iscritto. Senza cadere in questi eccessi, la scienza docimologica suggerisce di elaborare griglie valutative per la valutazione di una prova, finalizzate alla quantificazione di un giudizio qualitativo. Compito, è onesto ammetterlo, tutt’altro che facile, tant’è che molte commissioni d’esame tendono a definire prima il voto complessivo, salvo poi giustificarlo compilando in funzione di esso i vari settori della griglia. Un escamotage dettato in parte dalla pigrizia, ma anche dal fatto che è arduo fare la somma aritmetica delle qualità di un elaborato, a meno di non voler seguire le orme del preside del collegio di Welmont che, nella pellicola L’attimo fuggente, salito in cattedra al posto del dimissionato professor Keating, pretende d’insegnare agli alunni a valutare il valore di una poesia calcolandone l’area.

 

 

Di solito si considera la difesa del voto contro i giudizi una prerogativa della destra. Storicamente in effetti è stato così. L’ostracismo alle valutazioni numeriche nella scuola dell’obbligo fu imposto da un governo di solidarietà nazionale; la ministra Gelmini reintrodusse i voti nelle elementari (ribattezzate nel frattempo primarie), che invece furono messi di nuovo al bando nel 2020 dal governo rossoverde e sostituiti dalla definizione dei “livelli” raggiunti. Di recente la sottosegretaria all’Istruzione  Paola Frassinetti ha annunciato l’intenzione del governo di tornare ai voti, argomentando, per altro non a torto, che la riforma di tre anni prima ha raggiunto il duplice obiettivo di creare confusione fra le famiglie e di complicare il lavoro dei docenti.

 

 

Può sembrare un piccoso tira e molla fra opposti schieramenti, che ricorda una celebre canzone di Gaber (il voto di destra, il giudizio di sinistra, come il bagno e la doccia); ma non sempre è stato così. Per esempio in passato fu proprio un ministro espressione del centrodestra, come Francesco D’Onofrio, titolare della Minerva nel primo governo Berlusconi, a compiere una scelta rivoluzionaria come l’abolizione dell’esame di riparazione anche nelle scuole superiori di secondo grado (alle medie e alle elementari era già stato soppresso). È più corretto parlare semmai di un contrasto fra il “partito dei pedagogisti”, che a volte parlano per astrazioni, non conoscendo la realtà scolastica, e la massa degli insegnanti, ovviamente refrattari a innovazioni che il più delle volte si traducono in una moltiplicazione degli oneri burocratici: oneri spesso aggirati con l’uso e l’abuso del “copia e incolla” nella modulistica. Occorre aggiungere che a essere ostili al giudizio descrittivo non sono solo docenti considerati a torto o a ragione scansafatiche. Una figura mitica della scuola italiana come il maestro Alberto Manzi – che alfabetizzò tanti italiani con la trasmissione “Non è mai troppo tardi” – si fece quattro mesi di sospensione dall’insegnamento e dallo stipendio per essersi rifiutato dopo la riforma del 1977 di abbandonare i voti, salvo più tardi, polemicamente, imprimere con un timbro sulla scheda di ogni allievo a mo’ di giudizio la scritta lapalissiana “Fa quel che può, quel che non può non fa”.

Vincendo la tentazione, molto diffusa in  chi affronta tematiche scolastiche, di assumere nei confronti del derby voto-giudizio atteggiamenti da tifo sportivo, sarebbe comunque opportuno soffermarsi su alcune considerazioni.

In primo luogo, come i giudizi non escludono una quantificazione numerica (circolano in rete tabelle comparative fra definizione dei livelli raggiunti e voti), così il voto dovrebbe essere sempre motivato da un giudizio, possibilmente non prestampato, ma attento all’esigenza di far comprendere all’alunno i suoi pregi, i suoi limiti, e magari anche il modo con cui potrebbe valorizzare i primi e colmare i secondi. Purtroppo chi ha un minimo di esperienza didattica in materie letterarie sa che la maggior parte degli alunni, dopo la restituzione degli elaborati corretti, si ferma al voto, magari per contestarlo, legge sì e no il giudizio e magari non degna di uno sguardo le correzioni, che in fondo sarebbero la parte più utile (e faticosa) nel lavoro dell’insegnante.

In secondo luogo, compito della scuola non dovrebbe essere bocciare lo studente, ma di orientarlo sì. E questo dovrebbe essere compito in particolare dei giudizi formulati soprattutto dopo ogni ciclo di studi e in particolare dopo la terza media. La logica, cara alle vecchie professoresse, secondo cui chi si diploma con l'”ottimo” viene indirizzato al liceo, chi col “buono” ai tecnici e chi col “sufficiente” ai professionali è decisamente da ripudiare. In realtà non esiste una sola forma di intelligenza, ma ve ne sono diverse. C’è un’intelligenza pratica e un’intelligenza astratta, un’intelligenza analitica e una intelligenza sintetica. Il ruolo dello psicologo nelle scuole, piuttosto che di giustificare, come a volte avviene, comportamenti ingiustificabili, dovrebbe essere proprio orientare nelle scelte alunni e famiglie. È meglio un buon idraulico che un cattivo avvocato. E ci sono istituti professionali ancora in grado di formare tecnici seri e responsabili, in grado se in futuro lo vorranno di proseguire gli studi.

 

 

Un’ultima considerazione, relativa alle preoccupazioni di quanti temono gli effetti traumatici di un cattivo voto, anche alle superiori. L’ansia da prestazione è senz’altro un problema serio, e ad aggravarla sono spesso genitori che considerano il cattivo voto del figlio come uno zero tagliato inflitto alla propria azione educativa e magari, per usare un’espressione alla don Milani, alla potenza dei loro cromosomi. Compito del bravo insegnante dovrebbe essere cercare di smussare ove necessario gli spigoli, evitando almeno inizialmente valutazioni perentorie, anche perché non tutti i bambini o gli adolescenti maturano alla stessa età. È onesto aggiungere però che l’ansia da prestazione non è una patologia che alligna solo all’interno delle aule scolastiche, ma una sensazione che accompagna la vita umana in tutte le sue tappe, nell’attività sportiva – dove è spesso portata all’esasperazione anche fra i “pulcini” delle squadre di calcio, – nell’ambito lavorativo, per tacere della sfera, se così vogliamo chiamarla, affettiva, specie in un tempo di estrema conflittualità fra i sessi. A darci voti nella vita saranno sempre in tanti, incluse le persone cui teniamo di più: meglio farci presto l’abitudine. Gli esami nella vita non finiscono mai e, come diceva un vecchio docente universitario, dopo una lunga e laboriosa carriera, superati gli esami per diventare ordinari cominciano con la pensione gli esami clinici.

Enrico NistriSaggista

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