Rosa Balistreri, la travagliata vita dell’Amalia Rodriguez siciliana

Un altro avvincente medaglione e un ritratto di donna dipinto dalla penna di uno scrittore colto e sensibile, che restituisce anche il colore e l’atmosfera di un’epoca.

Ciascuno di noi ha la sua stella. Quella di Rosa Balistreri fu una cattiva stella. La seguì per tutta la vita, senza mai abbandonarla. Anche negli amori. Infelici.

Rosa Balistreri, la voce più vibrante e passionale del folk isolano, l’Amalia Rodriguez siciliana, nasce a Licata nel 1927 nel giorno che sancisce, secondo il calendario, l’inizio della primavera: il 21 marzo. Ma se una stagione dovesse contrassegnare la sua esistenza – travagliata, inquieta, sofferta – non sarebbe la primavera. I suoi giorni non conoscono la leggerezza della stagione cara ai poeti. Neanche da bambina.

 

 

 

 

È costretta sin da piccola a convivere con il peso della miseria e di una condizione familiare difficile. Il padre è un instancabile lavoratore, fa l’ebanista specializzato nel riparare sedie, lu siggiaru, ma è un uomo irruento, geloso e troppo spesso ubriaco; la madre, casalinga, invece è una donna generosa e remissiva su cui il marito sfoga il suo male di vivere acuito dalla povertà. Ha due sorelle e un fratello paraplegico dalla nascita, più piccoli, di cui Rosa deve prendersi cura. Lo fa, insieme alla madre, lavorando sin dalla tenera età. Aiuta il padre in tante occupazioni, tutte umili, tra le quali quella di caricare le sedie da portare ai clienti percorrendo le strade lastricate di sassi, roventi d’estate, di Licata e dei paesi vicini. A piedi nudi, naturalmente. Le prime scarpe le indossa a quindici anni, quando comincia a cantare in chiesa contro il volere del padre.

E a quell’età Rosa ha le prime effusioni amorose. Lo sbarco degli americani segna la fine del secondo conflitto mondiale. Un soldato americano di origini siciliane posa gli occhi su quella ragazzina vivace e schietta, ma guardinga, che girava per i campi a spigolare il grano sotto il sole o a raccogliere le verdure per poi venderle. Lui si chiama Frank, i suoi genitori sono del Nisseno. È bello, ma è troppu spertu per Rosa. Si incontrano nei pressi del cimitero di Campobello di Licata, nel quartiere dove allora vive la famiglia di lei. Solo carezze e qualche bacio tra i due. Poco per Frank che vorrebbe il suo corpo, ma Rosa esige che tutto sia fatto secondo le regole: prima il matrimonio, poi l’amore. Ha nella mente il terrore di una ragazza di Licata deflorata prima delle nozze, disonorata agli occhi della gente tanto da consegnare la sua vita, morsa dalla disperazione, alle acque profonde del mare. Frank, prima di partire per il Nuovo Mondo, le regala una catenina d’oro e le promette di tornare per sposarla. Ma è un viaggio di sola andata, e Rosa conosce la prima delusione.

A sedici anni il cuore della Balistreri palpita per un bravo ragazzo, il cugino Angilino, figlio della zia Mariannina. Ha i capelli ricci e suona la chitarra. Un buon “partito”? No, secondo il padre, che lo considera lagnusu, scansafatiche, senza un lavoro sicuro. Ma a Rosa il cugino piace molto, al punto che una notte la passione la spinge a solleticarne le voglie mentre riposa nel suo letto. Angilino però la respinge con dolcezza: è un ragazzo serio, le spiega che sarebbe una cosa insensata, da non fare per le conseguenze che ne potrebbero derivare.

Un giovane così, onesto e delicato, tanto diverso da quelli che le toccherà conoscere, Rosa lo rimpiangerà per tutta la vita. Quando, superate le riluttanze del padre, sembra già tutto pronto per il matrimonio (le pubblicazioni sono già affisse al municipio), salta l’intesa tra le due famiglie. La Balistreri non ha una dote sufficiente. La zia Mariannina offre come dote ventiquattro camicie, ventiquattro lenzuola, ventiquattro mutande in cambio – tutto col suggello del notaio – di altrettanta roba da parte della famiglia di Rosa. Una pretesa eccessiva per il siggiaru, che a stento porta a casa il minimo necessario a sfamare bocche abituate alla parsimonia più estrema.

Rosa però è una donna da maritare. A diciassette anni in quei tempi e con quella miseria c’è poco da aspettare: serve un marito, buono o cattivo che sia. Manco a dirlo quello che il destino le riserva è un pessimo consorte. Si chiama Iachinuzzu. È un uomo violento, passa gran parte del tempo nelle bettole, a bere e a giocare a carte. Come nella regola, quello con Iachinuzzu è un matrimonio combinato. Mentre Rosa scende le scale del municipio, subito dopo la celebrazione del rito, una zia le sussurra: “Ccu ’na ditta sissignora, si cunsumau ’na criatura” (per aver detto sissignore, s’è rovinata una creatura). Detto antico, e in questo caso profetico. Iachinuzzu non aspetta il matrimonio in chiesa per deflorare Rosa. La fa sua con irruenza e la mette incinta. Forse è in quel momento che la Balistreri scopre la natura balorda di quell’uomo. Prima non se ne era accorta. Lo avesse fatto in tempo, non sarebbe cambiato molto. Il suo volere non avrebbe contato a fronte di quello del padre.

Arriva così il matrimonio in chiesa con Rosa già gravida di un figlio che comunque non avrebbe aperto gli occhi al mondo. Un giorno lei, nel tentativo di sottrarsi alla furia di Iachinazzu bramoso di possederla, inciampa su una sedia e cade a pancia in giù. Vano è il soccorso di una mammana chiamata da una vicina per il problematico parto: il bambino nasce morto.

Dopo un paio di anni di separazione, Rosa e Iachinuzzu, per l’insistenza delle rispettive famiglie, tornano a vivere assieme. Ma la musica non cambia. Lui è sempre lo stesso, torna a casa ubriaco, ruba e continua a manifestare la sua indole aggressiva. Dopo una notte d’amore (si fa per dire amore) Rosa è di nuovo incinta. Questa volta la creatura che porta nel grembo vede la luce: è una bambina deliziosa su cui la madre riversa tutto il suo affetto. Alla piccola è riservato un corredo di pregio, finissimo, roba da signori. È offerto da una famiglia di Licata presso cui Rosa presta servizio. È il corredo di una bimba amorevolmente accudita da Rosa. Ed è il corredo della discordia. Sì, perché una sera Iachinuzzu infila in un sacco quel corredo e va a giocarselo a carte, perdendolo. A quel punto Rosa si scatena, perde il controllo e con una lima affilata colpisce il marito. Lo vuole ammazzare, e crede di esserci riuscita. Tant’è che si consegna ai carabinieri. Iachinuzzu è trasportato in ospedale e la fa franca: “L’erva tinta nun mori mai”, si suol dire in Sicilia. Rosa è condannata a sei mesi con la condizionale. A Iachinuzzu viene tolta la patria potestà. Tra la Balistreri e il marito, definito in una sua canzone “lagnusu, juacaturi, latru e ’mbriacuni”, ormai è finita.

Chiuso il capitolo con lui, Rosa trova lavoro presso una vetreria. In qualche modo deve sfamarsi e deve far crescere la bimba. La Balistreri non è bella, non lo è mai stata, come lei stessa ammetterà, non ha lineamenti delicati, forme perfette, ma il suo aspetto selvatico provato dalla durezza della vita, unito alla giovinezza, emana sensualità e accende i desideri degli uomini. Uno dei padroni della vetreria le mette le mani addosso. Quelle molestie le fanno abbandonare la fabbrica e, dopo essersi arrangiata nei lavori di campagna (oltre alle classiche raccolte, va in cerca di lumache, fichidindia, capperi da vendere al mercato), lascia Licata e si sposta a Palermo.

Nel capoluogo presta servizio in una famiglia benestante composta dai coniugi, entrambi insegnanti, con due figli, uno più piccolo di diciassette anni, l’altro più grande di ventinove. Quest’ultimo è un universitario fuori corso, frequenta con scarso profitto la facoltà di Medicina. Con lo svogliato studente nasce una tresca. Ancora una volta un uomo sbagliato nella vita di Rosa. Lui la mette incinta e la inganna inducendola a rubare i risparmi dei genitori con la promessa di realizzare con quei soldi un ambulatorio medico dove lei gli avrebbe fatto da segretaria. Sembra che nella vita della Balistreri si succedano in fotocopia vicende simili sino alla monotonia, corsi e ricorsi. La promessa dello studente di una vita in comune è illusoria, il figlio, malgrado il tentativo di un’amica levatrice, nasce morto, e, dopo il furto, Rosa subisce un processo ed è condannata a sette mesi di carcere.

Dopo la detenzione, la Balistreri rimane a Palermo e trova occupazione al servizio del conte Tasca. È uno dei periodi più sereni per lei. La contessa le insegna a scrivere: una grande conquista per Rosa. La prima parola che scrive è il suo nome. Per intercessione del conte, la figlia della Balistreri – che si trovava a Licata dai nonni – è sistemata in un collegio di Tommaso Natale. La quiete però non costituisce la regola nell’esistenza di Rosa, ma un’eccezionale parentesi. Breve, naturalmente. Il servizio presso quella blasonata famiglia dura solo un anno e mezzo, poi il conte le procura un lavoro nella sacrestia della chiesa degli Agonizzanti. Inizialmente tutto sembra procedere nel migliore dei modi e Rosa fa giungere a Palermo il fratello invalido, che fa il calzolaio nel sottoscala della sacrestia.

Poi però arriva un nuovo prete: è giovane, nemmeno trent’anni, ha gli occhi celesti, è alto e biondo come un normanno ed è attratto, malgrado la tonaca, dal gentil sesso. Ed ecco – il copione si ripete – che il preticello cerca di circuire la ragazza con frasi galanti, complimenti di rito (non certo appresi al seminario), tentativi di baci e carezze. Rosa, abituata a respingere le molestie, gli risponde a tono: “Sintissi, parrì: cu mia ’un ci nesci nenti. I manu si’ l’hai a mettiri ni feddi du culu”. Convivere con quel prete nella sacrestia della chiesa degli Agonizzanti è impossibile. All’ostilità del religioso, divenuto velenoso dopo il rifiuto, Rosa replica con un gesto di ribellione: una mattina ruba le elemosine della messa. Quei soldi le servono per prendere il treno che conduce al Nord e tentare un’altra avventura: è ventenne, siamo al tramonto degli anni Quaranta e, alla stregua di tantissimi siciliani, Rosa guarda al Continente come meta di riscatto.

 

 

Il treno la porta a Firenze, una città molto diversa da Palermo. Vi si respira un’aria di tolleranza e libertà mai sentita nel capoluogo siciliano. Vi è più freddezza nelle relazioni, ma nello stesso tempo tutto è più regolare, ordinato, meno caotico. Anche gli uomini appaiono diversi, meno irruenti e passionali, seppure mascherino il loro cinismo con calcolata eleganza e a volte con affettazione. Per certi aspetti quel clima a Rosa non dispiace. Non dispiace a uno spirito libero, qual è ed è sempre stata, fare l’amore con gli uomini che l’attraggono, e non essere trattata come una bestia, anche se poi, com’è nel suo destino, è costretta a subire l’amarezza dell’abbandono.

Conosce un uomo assai garbato, con i capelli lunghi, il volto pieno di lentiggini: con lei è gentilissimo, pare voglia corteggiarla, ma poi scopre che ha tendenze omosessuali. Frequenta un altro uomo, che sembra interessato a lei, si vedono con regolare frequenza, vanno a letto insieme, ma un giorno scopre dentro il suo portafogli la foto di una donna. Lui placa la sua gelosia dicendole che è sua sorella, ma poi, in un giorno diverso da quello in cui abitualmente s’incontrano, la Balistreri li vede abbracciati. Quell’uomo alterna in giorni diversi una donna scura e con i capelli corti, Rosa, a una chiara e con i capelli lunghi, l’altra amante. Mascalzonate tipiche di certi maschi fiorentini che abbinano con nonchalance perbenismo e ipocrisia.

Rosa prima fa la domestica presso famiglie altolocate, poi mette su una bottega di frutta e verdura. Comincia ad avere un tenore di vita che mai prima di allora si era potuta permettere. La raggiungono a Firenze la madre, una delle due sorelle, il fratello invalido. E anche il padre che però, lontano dalla sua terra, si sente sempre più malinconico. Su insistenza di Rosa approda a Firenze pure l’altra sua sorella, Maria.

Ma dietro l’angolo vi sono nuove tragedie. Giunge il cognato dalla Sicilia: è furibondo, accecato dalla gelosia, va a trovare Maria dove lavora, le intima di tornare in Sicilia. Lei si rifiuta e per tutta risposta lui l’accoltella togliendole la vita. A quel dramma se ne aggiunge un altro: il padre di Rosa, corpo estraneo in quell’ambiente per lui incomprensibile, non resiste al dolore per la perdita della figlia e si toglie la vita impiccandosi sul Lungarno.

Firenze è una tappa fondamentale nella vita della Balistreri. Anche sotto il profilo sentimentale. Nella città dell’Arno Rosa conosce il pittore Manfredi Lombardi e con lui vive la più lunga e intensa storia d’amore. Nata per caso e, negli anni, diventata sempre più solida. Con Manfredi, la Balistreri coabita in un appartamento di borgo San Frediano per cinque anni. Ma la loro relazione dura dodici anni.

Artista talentuoso “post macchiarolo”, come ama definirsi, Lombardi, che firma i suoi dipinti col solo nome, fonda nel 1960, insieme ad altri pittori, la “Nuova Corrente”. “Rosa era una persona incredibile”, racconta, “non aveva nessuna scuola […] eppure aveva doti intellettuali eccezionali e un temperamento fortissimo”. La Balistreri, oltre che la sua compagna, diventa la sua modella prediletta: “Ho dipinto un centinaio di ritratti di Rosa, era la donna che mi stava vicino, per me era naturale”, rivela il pittore.

Manfredi intuisce le potenzialità vocali di Rosa e la spinge, con la complicità del suo amico poeta siciliano Giuseppe Ganduscio, a dedicarsi al repertorio tradizionale isolano. La instrada nel mondo dell’arte. Col suo incitamento, la Balistreri comincia a fare serate in giro per la Toscana. Manfredi le fa conoscere Mario Di Michele, grazie al quale la ragazzina che cantava in chiesa divenuta donna incide il suo primo disco con la Ricordi.

Rosa entra in una dimensione per lei da un canto inesplorata e nuovissima, dall’altro naturale: quella dell’espressione artistica. La miseria, la violenza, le tragedie che ne hanno segnato l’esistenza si sublimano nel canto: la sua voce, potente e rauca, sprigiona rabbia, speranza, protesta, amore. Quell’amore a lei troppe volte negato.

 

 

 

 

A Bologna conosce Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca e ha inizio la solidarietà tra artisti che incarnano la Sicilia del popolo, ferita e vilipesa da ataviche ingiustizie ma vogliosa di riscatto. Conosce pure Dario Fo, col quale nel 1966 partecipa allo spettacolo teatrale Ci ragiono e canto.

 

 

 

 

La storia d’amore con Lombardi però ha un epilogo triste. Manfredi la tradisce con un’altra modella, intima amica di Rosa. Il suo abbandono le provoca una ferita lancinante. Quella con l’artista toscano sembra una storia del tutto diversa dalle altre. E invece anche con Lombardi l’amore, sebbene resista per tanti anni, si chiude con una cocente delusione. La luce di Rosa si appanna e si trasforma in buio fitto. Il buio della depressione, quel tunnel che le fa persino tentare il suicidio.

Alla fine degli anni Sessanta la Balistreri ritorna in Sicilia, ma adesso non è più una donna poverissima costretta a umili mestieri, bensì un’artista affermata. Partecipa a Sanremo nel 1973 con la canzone Terra che non senti dedicata alla Sicilia e, l’anno dopo, a un’edizione di Canzonissima. La popolarità la raggiunge, ma non le fa perdere la dimensione di folk singer espressione dell’autenticità siciliana diventando, come le aveva predetto Buttitta, il contraltare femminile di Busacca con tonalità canore più potenti.

La cantante si spegne a Palermo il 20 settembre del 1990 all’ospedale Villa Sofia, dove è ricoverata per un ictus cerebrale che la colpisce durante una tournée in Calabria.

Il repertorio di Rosa Balistreri è ricco ed eterogeneo. Comprende canti popolari di varia ispirazione. Tra di essi uno, antico e inossidabile: Mi votu e mi rivotu. Vale la pena leggerne alcuni passi più appassionati: “Mi votu e mi rivotu sospirannu / passu li notti ’nteri senza sonnu/ e li biddizzi to jù cuntiplannu / li passu di la notti fino a ghiornu/ pi tia un pozzu ora chiù durmίri/ paci nun havi chiù st’afflittu cori/ lu sai quannu ca jù t’av’a lassari / quannu la vita mia finisci e mori”.

Chissà chi avesse in mente Rosa quando cantava queste struggenti strofe in cui una donna non riesce a dormire pensando al suo amore, chiodo fisso sino ai suoi ultimi giorni: se al cugino Angilino, che non poté sposare per mancanza di dote e che volle rivedere quando stava per morire, o a Manfredi, che a Firenze le illuminò la vita, sino ad allora avvolta nelle tenebre della miseria e della mestizia, per poi tradirla con la sua migliore amica.

 

 

 

 

Antonino CangemiGiornalista, scrittore

 

 

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