Mercato e geopolitica. Urgente un sistema di governo sovrannazionale dell’economia

Il "sogno" degli Stati Uniti d’Europa

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“È fondamentale l’avvento di un governo democratico anche dell’economia e della finanza strutturato a livello europeo e affidato ad una entità statuale sovranazionale (federale europea, preferibilmente)”. Gli Stati Uniti d’Europa, ai quali i Popoli degli gli stati nazionali trasferiscano alcuni poteri più importanti, possano realizzare quell’Europa finalmente democratica e sociale, in grado di governare l’economia globalizzata.

 

Il complesso delle relazioni fra operatori economici privati e pubblici, l’insieme delle azioni compiute per il raggiungimento di risultati economici vengono definiti con un unico termine: mercato.

In questo ambito, lo svolgimento dei rapporti economici è destinato, in assenza di regole e di poteri regolatori efficaci, a soggiacere alla legge della jungla, che causa il predominio del più forte – solitamente connotato da prevaricazione, sopraffazione, violenza, cannibalismo economico – a danno di operatori meno potenti, via via ridotti in condizione di marginalità ed espulsi dalla struttura economica.

Portato inevitabile di tale situazione sono i fallimenti e la conseguente progressiva concentrazione dei mezzi economici e finanziari (e di potere, quindi) nelle mani di una sempre più ristretta cerchia di operatori.

In poche parole: il mercato senza regole genera fallimenti e oligopoli.

È pertanto indispensabile che venga strutturata e applicata al mercato una griglia di norme e precetti in grado di imporre condizioni di correttezza nei rapporti economici fra gli operatori e di assicurare agli stessi – in origine – analoghe opportunità.

È parimenti necessario, pena l’inefficacia e quindi l’inutilità della loro azione, che le autorità statuali regolatrici (legislativa, di controllo e di repressione) siano strutturate su piani proporzionati ai livelli della concentrazione raggiunta dai poteri economici e finanziari1).

Attesa, pertanto, l’inadeguatezza anche dimensionale degli stati nazione presenti in Europa2), la dimensione sub continentale è divenuta da tempo una delle condizioni che permettono alle entità statuali di assicurare lo sviluppo ordinato delle relazioni non soltanto economiche e di dettare regole efficaci di comportamento ai grandi gruppi operanti, a livello continentale e mondiale, nell’economia reale e in quella di carta. Gli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa, la Repubblica Popolare di Cina rappresentano tre differenti esempi di entità sovranazionali, di dimensioni sub continentali, in grado – pur con differenti modalità (liberismo la prima, dirigismo la seconda, sviluppo sfrenato l’ultima), tutte socialmente inique – di confrontarsi alla pari con gli operatori del mercato mondiale.

La realtà europea, costituita da popoli con storie, tradizioni e civiltà millenarie, che potrebbero continuare a rappresentare un faro di democrazia nel mondo, è peraltro un gigantesco agglomerato di economie (non regolato da una adeguata strutturazione del potere politico di pari livello sovranazionale), che i governanti dei vari stati nazionali tendono a gestire perpetuando una conduzione conforme ad interessi particolari, spesso rispondenti alla necessità di mantenimento degli equilibri di potere esistenti all’interno dei vari stati stessi, ma poco appropriati rispetto alle esigenze dei cittadini.

Si rende quindi necessaria la piena democratizzazione delle istituzioni comuni europee, che a tutt’oggi ha al suo attivo soltanto l’elezione diretta dei parlamentari europei e sconta la permanenza di un governo comune dotato di potere reale (la Commissione), composto non da ministri che rispondano delle loro scelte al Parlamento Europeo, ma ancora oggi da una pluralità di organismi tematici (agricoltura, bilancio, sicurezza, ecc.), nei quali agiscono i ministri “competenti” dei vari stati nazionali, ognuno in rappresentanza degli interessi particolari suaccennati 3). Interessi che a volte determinano scelte contrastanti anche in politica estera, come dimostrato dalla divaricazione determinatasi in Europa in questi giorni di fronte ad un ulteriore inasprimento delle sanzioni nei confronti della Russia.

Eppure, l’unità dei popoli d’Europa, realizzata salvaguardando e mettendo in comune la ricchezza delle differenze, è uno strumento fondamentale per continuare ad assicurare, ripristinandone oggi i presupposti, pace e relativa prosperità, a condizione che le politiche di grande rilevanza (accoglienza migranti, compatibilità di bilancio, politica estera, difesa, ecc.), sulle quali il Parlamento Europeo già legifera democraticamente, vengano affidate ad un organismo non più succube delle molteplici e variabili geografie politiche nazionali e dei relativi spesso contrapposti interessi particolari, ma democraticamente tributario nei confronti degli interessi reali dei popoli europei.

È necessario che le decisioni concernenti, fra l’altro, le politiche di bilancio vengano sottratte alle valutazioni e al punto di vista degli stati nazionali più forti, i cui governanti interpretano – generalmente per ragioni elettorali – la volontà di favorire lo sviluppo economico domestico e le relative esportazioni, ovvero di contingentare duramente determinate produzioni di altri Paesi (cfr. ad es., il settore agroalimentare e della zootecnia). Tali decisioni dovranno essere prerogativa di un governo unitario espressione delle scelte politiche, anche di mediazione, adottate dai parlamentari europei, attraverso un dibattito aperto e democratico e non nel chiuso delle stanze della Commissione.

È necessario che il rapporto con gli attori della finanza internazionale venga gestito da comuni istituzioni finanziarie europee (prima fra tutte la BCE), in stretta conformità delle direttive emanate dal Parlamento europeo, con l’obiettivo primario della difesa dei risparmio, coniugato con la ricerca costante della stabilità del sistema bancario e finanziario – quale presupposto per la salvaguardia degli interessi legittimi dei creditori a vario titolo dello stesso sistema e per la stabilità dell’intera struttura economica di tutta l’area comune – da conseguire sia attraverso la correttezza dei comportamenti degli operatori sia con l’assunzione di consapevolezza da parte degli soggetti creditori. Il bail in (che spalma gli effetti dirompenti delle crisi bancarie sui soci e sugli investitori), caro a governanti e burocrati acconciati alla visione di un’Europa a trazione tedesca, è uno strumento troppo grezzo perché possa essere utilizzato – senza rilevanti correzioni e senza intervento pubblico – per la risoluzione delle gravi crisi nel settore bancario e finanziario.

Anche in questo campo, dove i comportamenti irregolari degli operatori determinano crisi gravissime e fallimenti spesso sistemici, è divenuta improcrastinabile l’integrazione e l’armonizzazione delle norme e delle procedure riguardanti il controllo esperito dagli organi di Vigilanza. L’azione della BCE, che dovrebbe essere destinataria unica della Vigilanza bancaria in tutti gli Stati dell’Unione, deve conformarsi agli orientamenti e alle direttive del Parlamento Europeo.

In questo contesto, va comunque riconosciuta l’utilità delle modalità non convenzionali (quantitative easing, QE) poste in essere finora dal vertice della BCE, a partire dalla presidenza di Mario Draghi,4) ai fini, entrambi vitali per le economie degli stati più deboli, di favorire la riattivazione di soddisfacenti volumi di concessioni creditizie alle imprese e alle famiglie e di assorbire, per quanto necessario, il quantitativo di titoli pubblici rimasti non collocati presso i grandi investitori (società internazionali, fondi sovrani, ecc.) per effetto di cadute di fiducia nei confronti della situazione interna di quegli stati, situazione caratterizzata a volte da instabilità politica e  da ricorrenti speculazioni finanziarie che sulla stessa si innestano5).

Come noto, infatti, gli stati – non avendo la capacità di rimborsare ingentissime quantità di debito pubblico – ricorrono a sistematiche, frequenti operazioni di rinnovo. Quando i grandi investitori mostrano riluttanza a rinnovare il loro credito nei confronti degli stati, l’unico strumento di persuasione che questi ultimi possono utilizzare è l’aumento dei tassi di interesse corrisposti sui titoli del debito pubblico, spostando così inevitabilmente grandi volumi di disponibilità finanziarie dal soddisfacimento dei diritti fondamentali e delle legittime esigenze dei cittadini (welfare, sanità, scuola, infrastrutture, sicurezza, ecc.) alla remunerazione del debito pubblico.

A tali dinamiche – intrinsecamente antipopolari – gli stati interessati sottostanno per non rischiare il default e conseguentemente, la completa subalternità nei confronti degli stati e delle economie più forti. Infatti, le indecisioni dei governi, le irresponsabili prese di posizione da parte della politica, la mancanza di controllo efficace sulle operazioni speculative che approfittano delle situazioni di incertezza, sono le cause fondamentali della progressiva perdita di fiducia nei confronti di uno stato, quindi del suo debito, e della correlata crescita dei relativi tassi di interesse.

Indicatore dell’affidabilità internazionale è pertanto il divario (scarto, distacco, forbice, spread) fra i tassi di interesse a lungo termine pagati dai diversi stati sui loro titoli del debito pubblico, la dimensione del quale e la necessità della relativa sistematica novazione sono collegate: l’una a scelte politiche sbagliate di lunga durata (in Italia: sprechi smisurati e corruzione nel settore pubblico allargato, evasione fiscale, ingenti elargizioni a grandi società, normative in materia fiscale benevolenti nei confronti di grandi gruppi, assistenzialismo generalizzato, ecc.) e l’altra alla giusta esigenza di continuare a garantire diritti e welfare ai cittadini e inevitabile remunerazione agli investitori.

Come noto, nel nostro Paese, il debito pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti negli anni ’70 e ’80 dello scorso secolo. Una grande parte di questo debito è stata collocata dal Tesoro presso investitori di tutto il mondo (dalle superpotenze, agli stati arabi, al sistema bancario internazionale e a quello domestico, oltre che ai risparmiatori italiani) ed è quindi evidente che lo stato italiano ha assoluta necessità di risultare affidabile presso questo mercato internazionale.

Se questa fiducia dovesse ridursi o venir meno, per effetto di atti e/o annunci avventati, accadrebbe l’irreparabile: il blocco dei rinnovi dei titoli pubblici, il fallimento totale del sistema nazionale e la conseguente riduzione in totale miseria di grande parte della popolazione (ciò è avvenuto in Argentina qualche decennio fa e più di recente, in Venezuela e in Grecia). Una pesante avvisaglia di tale china rischiosa è stata, in tempi recenti, la crescita repentina dei tassi di interesse sui titoli del debito pubblico alla quale il Tesoro italiano ha dovuto ricorrere per continuare a collocare i suoi titoli e garantire così il pagamento degli stipendi (nei campi di sanità, scuola, ecc.) e delle pensioni e di far fronte ad altri impegni.

In estrema sintesi, queste brevi analisi sono tese a dimostrare che la dimensione dello stato-nazione sia ormai insufficiente al fine di governare materie di impatto globale (cfr. infra) e come sia fondamentale l’avvento di un governo democratico anche dell’economia e della finanza strutturato a livello europeo e affidato ad una entità statuale sovranazionale (federale europea, per quel che ci riguarda), che non cancelli ma esalti le realtà nazionali e regionali, alle quali dovranno comunque rimanere le competenze su materie riguardanti tematiche specificamente locali.

Richiamando alla memoria il pensiero di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e il contenuto del Manifesto di Ventotene, che essi redassero nella prigione fascista di quell’isola, sono convinto che gli Stati Uniti d’Europa, ai quali i Popoli degli gli stati nazionali trasferiscano alcuni poteri più importanti, possano realizzare quell’Europa finalmente democratica e sociale, in grado di governare l’economia globalizzata, di assicurare efficacia ad una politica internazionale di pace e di garantire agli stati membri e ai relativi popoli pari dignità e uguale peso istituzionale e politico.

 

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  1. Si pensi all’enorme difficoltà, incontrata dagli stati nazionali europei (Italia, Grecia, Spagna, ecc.), nell’imporre norme cogenti alle società multinazionali (che più correttamente dovrebbero essere definite sovranazionali), per via del differente contenuto delle norme contenute negli ordinamenti dei vari Stati e della molteplicità dei soggetti deputati all’attività di controllo.
  2. Alcuni governanti europei tendono a controbilanciare tale inadeguatezza, organizzando incontri al vertice e intese, quali, ad esempio, i frequenti accordi franco-tedeschi, oggi peraltro intiepiditi per effetto delle differenti esigenze riguardanti gli approvvigionamenti di fonti energetiche.
  3. Prendono corpo, in tal modo, i comportamenti decisamente razzisti adottati da alcuni stati dell’Unione con riferimento all’accoglienza dei migranti in arrivo da altri continenti. Comportamenti che hanno dato forza al montare della xenofobia in molti altri stati europei, compresa l’Italia.
  4. Con la presidenza di Mario Draghi, la Banca Centrale Europea ha inteso contrastare, con buona efficacia visti i risultati, le gravi crisi di liquidità che hanno investito per molti anni i sistemi bancari del continente, determinando generalizzate restrizioni creditizie insostenibili per gli operatori economici con minore capacità di resistere. Tali azioni di sostegno (quantitative easing), rivelatesi maggiormente utili per le realtà più deboli, sono apparse invise all’economia tedesca, vogliosa di consolidare il proprio primato, anche a scapito delle regole comuni, come dimostrano i rozzi attacchi che sono sati sferrati anche dai passati ambienti governativi tedeschi all’azione di Draghi. Dette azioni hanno di fatto realizzato il primo strumento di soluzione condivisa all’interno della U.E. di problemi economico-finanziari e rappresentano la breccia istituzionale e psicologica attraverso la quale è stato più agevole far passare il più recente strumento – più selettivo e calibrato – del Recovery Fund.
  5. Anteriormente all’avvento della moneta unica, che ha realizzato un livello accettabile di stabilità monetaria in Europa, le speculazioni finanziarie interne e internazionali hanno anche riguardato spesso il mercato dei cambi, perturbato da transazioni su valute effettuate unicamente al fine di realizzare enormi profitti, non di rado destinati all’esecuzione di operazioni illegali (si ricordino, ad esempio, le notizie circa l’imponente azione lucrativa occulta ai danni della lira, che l’ENI condusse alla fine degli anni 80 del secolo scorso per soddisfare le ingenti necessità di finanziamento illecito dei partiti politici italiani). L’euro, quindi, ha eliminato le speculazioni valutarie che, in precedenza, avevano ancor più danneggiato le monete deboli.

 

Rino Giuri –  Già Funzionario, ispettore della Banca d’Italia

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