Matteotti europeista. Intervista a prof. Mirko Grasso: lezione ancora valida

Politica

Intellettuale moderno, raffinato giurista, colto socialista che guarda all’Europa (quando molti vedono l’Italia, troppi l’Unione Sovietica).

Sulla morte di Giacomo Matteotti, ucciso a pugnalate dalla Ceka fascista il 10 giugno del 1924, lo storico Mirko Grasso – membro della Fondazione Ernesto Rossi – Gaetano Salvemini – intende sgombrare il campo dagli aspetti torbidi del delitto. L’autore del libro “L’oppositore”, che sarà presentato il 19 marzo alla Camera dei Deputati, dice a Beemagazine: “La tragica morte di Matteotti si spiega come l’epilogo alto e drammatico di una battaglia lunghissima condotta per la democrazia. L’onorevole socialista non è un martire, un pellegrino del nulla (come lo chiama Antonio Gramsci). Il delitto del 10 giugno non si configura come un evento isolato ma è la logica conclusione di un percorso umano, intellettuale e politico”.

Professore, il delitto però rimane centrale

Sì, ma è inutile andare a cercare motivazioni ulteriori o piste che non trovano riscontro nei documenti. Nell’epoca dei complottismi va di moda ad esempio la pista del petrolio

Il deputato socialista è pronto a denunciare la corruzione dietro l’affare Sinclair, la convenzione tra il governo fascista e la compagnia petrolifera americana per il monopolio della ricerca petrolifera. Una vicenda che coinvolge anche Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce

É una pista suggestiva, ma non c’è documentazione. Non troveremo mai un bigliettino in cui Mussolini dice: “Fatelo fuori”. Bisogna piuttosto chiedersi perché Matteotti fa quella fine.

Perché?

Perché è stato un grande oppositore del regime, un profondo antifascista: non solo quando diventa deputato dal ’19 in avanti. Nei dieci anni precedenti Matteotti si dedica a un’attività intellettuale di respiro europeo: conosce le democrazie, i sistemi detentivi garantisti, i termini del dibattito intorno all’emancipazione delle classi proletarie.

Nulla di più diverso dalla cronaca tricolore di quelli anni

La sua visione europeista è incompatibile con la chiusura fascista: reazionaria, provinciale, nazionalista.

Gaetano Salvemini dice: “Mussolini non è preferibile a Giolitti, Bonomi, Orlando e geni simili, perché Mussolini si liquida da sé, è un clown” 

A differenza di Salvemini e di tanti suoi compagni di viaggio, Matteotti capisce fin da subito che il fascismo va preso sul serio.

A proposito di intuizioni, per Matteotti il proletariato deve “conoscere meglio la disciplina di bilancio che i libri di Marx”

Nel suo pensiero “i lavoratori devono impadronirsi di parole come Patrimonio, Bilancio, Conti residui come essi conoscono l’uso del martello e dell’aratro”. Dietro la disciplina di bilancio, c’è la costruzione di strade, asili e scuole.

Per Matteotti l’istruzione è cruciale nella maturazione politica del proletariato, serve a difendersi dai raggiri dei demagoghi. Si tratta di un’allusione al demagogo per eccellenza, Benito Mussolini, anche quando il futuro Duce ancora milita nel Partito socialista?

Matteotti attacca Mussolini fin dall’inizio dicendo che “le masse si innamorano di chi taglia l’aria con il trincetto”: la demagogia mussoliniana, in questa prospettiva, non è un fatto comico, ma drammatico in quanto fa presa sulle folle

Gli attrezzi per togliere fertilità al terreno della demagogia sono cultura, istruzione, formazione

Quando è ancora un giovane amministratore socialista, Matteotti organizza visite guidate e attività culturali per i militanti socialisti del Polesine ma si rammarica che lo seguono in pochi

Davvero? 

Sì, lui dice che “il socialismo non è pane e osterie”: ma la cornice socialista di inizio secolo è ancora venata da un certo populismo e da un facile anticlericalismo

Matteotti fa una rivoluzione del linguaggio?

Sì, nel dibattito parlamentare usa smontare le tesi degli avversari con numeri e dati. Nella vita di tutti i giorni ama usare la satira, la battuta sagace: in occasione della cacciata dei riformisti (di cui lui fa parte) dal partito Socialista nel 1922 ironizza in latino: “Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur”

Allo scoppio della prima guerra mondiale, Matteotti non utilizza il fioretto per attaccare gli interventisti: “Siete dei barbari, dei barbari rispetto agli austriaci”

A differenza di altri suoi compagni di viaggio (penso a Salvemini), il suo neutralismo è assoluto: Matteotti si scontra con quadri e vertici del partito, Mussolini compreso. L’ultimo scambio di battute con il Duce, il 4 giugno del ’24, riguarda proprio la questione dell’amnistia ai disertori.

Cioè? 

Matteotti contesta a Mussolini: “Per anni avete fatto propaganda contro i disertori: ci avete chiamato imboscati e adesso fate l’amnistia”. Ne nasce uno scontro durissimo, con i fascisti che lo accusano di essere un senza patria.

Lui cosa risponde?

“Noi socialisti abbiamo un’idea di patria ma è totalmente diversa dalla vostra”. Matteotti già pensa agli Stati Uniti d’Europa.

Un precursore…

Sì, all’epoca i socialisti parlano di Internazionale, avanzando con nettezza il tema della conflittualità tra mondo operaio e capitalistico. Matteotti innesta in modo assolutamente originale l’idea degli Stati Uniti d’Europa ponendosi in maniera innovativa rispetto al dibattito di allora.

Sembrerebbe accettare lo Stato borghese

Certamente, è un riformista che vuole ancorare le strutture statali a un’idea di cambiamento a vantaggio delle classi popolari. Matteotti non vuole una rottura con l’ordine capitalistico ma una trasformazione graduale della società

Poi però arriva il fascismo, le aggressioni nel Polesine: è vero che un giorno Matteotti si veste da prete per sfuggire alle incursioni squadriste?

Sì, ne parla con ironia in una lettera alla moglie. Elia Musatti, collega di Matteotti, racconta che la domenica del voto del 6 aprile del ’24 Giacomo si finge claudicante davanti a un gruppo di fascisti che avanza verso di loro. C’è inoltre chi lo ricorda a Venezia mascherarsi con una lunga barba finta

Un personaggio fuori dagli schemi…

Sì come in occasione dei funerali di Eleonora Duse.

Che è successo?

Matteotti è presente ad Asolo perché è convinto che il proletariato debba partecipare alle esequie della celebre attrice. Per tornare in serata a Milano sale su un camion della milizia fascista spacciandosi per un attore drammatico. Raccontando la sera stessa la sua avventura ride di gusto

Molto ironico, in un periodo in cui era difficile esserlo

Era un amante dei doppi sensi. Soprattutto in sede parlamentare mostrava di possedere materia e lessico per fare scacco agli avversari.

Capita anche con Mussolini?

Sì, proprio nell’ultimo scontro verbale del ‘4 giugno sull’amnistia ai disertori. Mussolini accusa i socialisti di non aver pubblicato tutto quello che ha detto sulla questione. Matteotti ribatte di aver pubblicato le cose importanti. All’ennesima replica di Mussolini ecco la risposta mirabile di Matteotti: “Ma cosa pretendi? Che facciamo l’edizione critica di tutti i tuoi discorsi?”

La stessa tagliente ironia la riserva anche ai giornali

Certamente, ad esempio dimostra – dati alla mano – il disavanzo che la guerra ha prodotto nel bilancio italiano e smonta alcune imprecisioni del Corriere della Sera: “Che resta allora al Corriere? Niente, se non un disinvolto gioco che spera nell’ignoranza dei lettori”

Scusi la domanda professore, ma davanti ai fascisti che si fanno accompagnare dai carabinieri alle spedizioni punitive contro i rossi, Matteotti non è carezzato neanche un momento dall’idea di fare come gli arditi del popolo o le guardie rosse: la resistenza armata?

No, nello Statuto del Partito socialista unitario – Matteotti ne è il primo segretario – c’è la rinuncia alla violenza armata

Niente piombo su piombo

Assolutamente, anzi ai comunisti che lottano per la dittatura del proletariato Matteotti dice: “La vostra violenza pretende e giustifica la violenza fascista”.

Parlavamo di modernità: colpisce il rapporto di assoluta parità con la moglie Velia Titta

Un rapporto caratterizzato da estrema complicità, da romanticismo, da grande passione e soddisfazione sessuale. Tra i due c’è poi una profonda stima intellettuale: Matteotti nelle lettere l’aggiorna continuamente sulla sua attività politica, sui suoi dubbi, sui tormenti di quelli anni difficili. Velia condivide con il marito il cinema, la musica, i viaggi. Lei è poetessa: scrive un romanzo “L’idolatra”, pubblicato con lo pseudonimo di Andrea Rota. É una donna libera che non vuole essere considerata solo la moglie e poi la vedova di Matteotti.

Nell’incontro con Mussolini del 14 giugno, quando il corpo di Matteotti ancora deve essere ritrovato, Velia mostra una straordinaria dignità

Sì, i giornali fascisti dicono che lei sia scoppiata a piangere e Mussolini l’abbia consolata. Velia scriverà a Salvemini dicendo che è tutto falso: “Quando sono entrata non si è nemmeno alzato in piedi: non era commosso né altro. Era spettro di terrore, io non implorai: domandai con poche parole fredde e sicure alle quali egli oppose risposte che ora non ricordo: ma fredde anch’esse”.

Cosa Matteotti può insegnare oggi?

La competenza e la capacità di mescolare il vecchio e il nuovo, e cioè di adeguare gli antichi ideali alle nuove sfide. Poi la dimensione europea: le sfide di oggi – la crisi climatica, la povertà, l’immigrazione – non possono essere affrontate che in una chiave sovranazionale. Infine la generosità politica: le forze riformiste, oggi come cento anni fa, devono far prevalere l’unione sul particolarismo.

Nessuna preclusione

Assolutamente no. Ai suoi compagni dice: “Prima o poi ci alleeremo con i cattolici: ognuno manterrà la propria dignità”.

Cosa recuperare del suo stile?

Il linguaggio: capace di essere specialistico – tutti dati e numeri – nel dibattito parlamentare e diventare divulgativo quando parla alle masse. Lo vuole sapere un aneddoto?

Mi dica

Matteotti si reca a Bruxelles per il congresso del Partito socialista belga. Il giornalista e sindacalista rivoluzionario russo, Suchomlin, lo accompagna e descrive Giacomo “entusiasta quando entra nelle rumorose piccole osterie fiamminghe, ascoltando il rozzo, incomprensibile linguaggio del popolino di Bruxelles e riconoscendo con stupore nella variopinta folla chiassosa dei modelli viventi e delle scene di Bruegel il vecchio e di Teniers (i pittori fiamminghi)”. Ecco la morale: il popolo esiste, ed ha un suo linguaggio. La cultura riformista – se intende farsi capire in periferia – deve comprendere il linguaggio della periferia. La lezione di Matteotti è ancora valida, validissima.

 

Andrea PersiliGiornalista

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