Legge elettorale, Lauricella «Servono clausole che spingano alla coalizione. Nella prossima legislatura si accentuerà la centralità del Governo»

EvidenzaPolitica

Premetto che non credo che – di per sé – ridurre il numero dei parlamentari generi un vulnus alla rappresentanza.

Di contro, le motivazioni che hanno condotto alla riforma mi lasciano profondamente perplesso, perché non solo non risolvono il tema dei “costi della politica” ma, soprattutto, rivelano uno scarso senso delle istituzioni e della stessa democrazia.

Un dato è certo: la democrazia costa più di un sistema autoritario e su tale assunto è inaccettabile la logica del risparmio. Un’ipocrisia che ha riguardato anche il finanziamento pubblico ai partiti.

Peraltro, il taglio del numero dei parlamentari non garantisce la qualità della rappresentanza. Questa dipende da chi forma le liste elettorali che, almeno fino ad oggi, ha perseguito e preferito la logica della “fedeltà” dell’eletto più che quella della “qualità” e della “dignità” della funzione del parlamentare.

E in un sistema con un numero più contenuto di parlamentari tale criterio rischia di essere ancor più accentuato.

Dirò di più: persino le liste bloccate avrebbero potuto (e potrebbero) essere un eccezionale strumento di selezione del parlamentare, ma in larga misura non è stato sfruttato in tal senso. Anzi, a volte è servito per sostituire un parlamentare non fedele, seppur competente, con un fedele acritico.

Oggi la riforma è passata e non poteva che essere questo il risultato del referendum, alimentato soltanto dal senso di sfiducia e di “rivalsa” dell’elettorato rispetto alla classe politica.

Dunque due interventi parlamentari – prioritariamente – si impongono: la modifica dei regolamenti parlamentari, per adeguarli alla nuova struttura parlamentare, e (almeno) la definizione dei collegi e delle circoscrizioni.

Quanto alla legge elettorale, non ritengo che vi sia una essenziale connessione con l’esito della riforma.

L’unica connessione che si ravvisa riguarda l’allungarne i tempi di discussione e approvazione, atteso che gli stessi parlamentari sono consapevoli della inevitabile sorte di un terzo degli attuali componenti di Camera e Senato.

Chi vuole cambiare la legge elettorale vuole farlo a prescindere, ma utilizza la riforma costituzionale approvata per giustificarne la modifica.

Allora, il problema – in realtà – è un altro: i partiti sotto la soglia del 3% chiedono di essere presenti in Parlamento e, in nome di questo, si sono sempre prodotte leggi elettorali che li hanno, comunque, garantiti.

Ricordiamo la migliore lista perdente? Persino il Mattarellum, pur privilegiando i collegi uninominali (maggioritario), inserì la quota proporzionale per garantire le piccole liste e anche per garantire la elezione dei vari “notabili”.

Nessuno in Germania (visto che parliamo di “germanicum”) denuncia un vulnus di rappresentanza pur essendoci uno sbarramento al 5%!

Tanto varrebbe – come avveniva prima del Mattarellum – togliere ogni forma di sbarramento e lasciare che tutti entrino, quale massima espressione del pluralismo politico.

L’unica scelta su cui si dovrebbe riflettere è, invece, tra maggioritario e proporzionale, tenendo conto che nell’uno come nell’altro sistema – se si vuole – si possono inserire clausole che spingano alla coalizione e – come pensato in una proposta di legge della scorsa legislatura – alla c.d. “omogeneità delle maggioranze” nei due rami del Parlamento.

Ma data la mancanza di fiducia tra le forze politiche e, persino, di queste al loro interno, l’unico approdo – in questa fase – è il proporzionale.

Nella prossima legislatura, con una nuova e ridotta composizione del Parlamento, si accentuerà la centralità del Governo, che, data la riduzione del numero e il più diretto controllo (alias, condizionamento) dei parlamentari, potrebbe ancor più facilmente affermare le sue scelte (anche grazie al vincolo di Gruppo e di Partito), con un sempre maggiore vulnus per la tutela del diritto della minoranza, fondamento dello Stato di democrazia classica.

Per tali ragioni una maggiore autonomia del Parlamento e dei parlamentari sarebbe l’unico strumento per garantire il pluralismo non solo politico ma, soprattutto, delle idee, che significa affermare la democrazia, la rappresentanza e con esse la dignità della politica.

*professore di diritto pubblico all’Università di Palermo, già deputato

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