La Nato alla prova del fuoco

È indispensabile ancora. Quel botta e risposta tra Antonio Martino e Giulio Andreotti, che sbagliava ed è stato smentito dalla storia. Helmut Schmidt e il suo segretario antiamericano

Andrej Kartapolov, presidente della commissione Difesa della Duma, ha ingiunto al ministro della Difesa Sergey Shoigu: “Smettila di mentire sulla guerra!” Il leader ceceno Kadyrov e il capo/padrone dei mercenari Wagner, Evgenij Prigozhin, lo hanno richiamato al dovere di “suicidarsi sparandosi”. Tutti e quattro sono la crema del putinismo.

Ciò che pensano e dicono ad alta voce (ad alta voce) costituisce la prova che la megalomania di Putin sta portando la Russia alla sconfitta in guerra e allo sfaldamento della sua dittatura.
I quattro sono, ovviamente, terrorizzati meno dalla fine di Sansone che dalla loro morte da Filistei. Tutto ciò comprova che le sanzioni funzionano. Eccome!

Più o meno nelle stesse ore, la premier lituana Ingrid Simonyte ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera. Alla domanda “L’Ucraina può vincere la guerra?” ha risposto: “Non solo può, deve vincere la guerra. La fine della guerra è la vittoria dell’Ucraina e la sconfitta della Russia. Altrimenti non c’è fine ma ci sarà qualcos’altro, in qualche altro Paese o territorio. Ma dipende anche da noi, dai Paesi occidentali, dalla velocità con cui riusciamo a fornire armi all’Ucraina e dalla qualità delle armi.”

Nel contempo, dichiarazioni, indiscrezioni, interpretazioni di varie fonti, governative e giornalistiche, di qua e di là dell’Atlantico, fanno intuire un certo qual intiepidimento della posizione degli Stati Uniti e di qualche altro Paese della Nato, come se rimproverassero a Vladimir Zelensky e agli Ucraini di essere troppo eroici nel difendersi dal sanguinario aggressore. All’intuizione spingono principalmente le aperte minacce di Putin e dei suoi manutengoli sul possibile uso, sebbene extrema ratio, dell’arma atomica.

Cedere alla minaccia atomica equivale a cedere all’aggressione, condannata moralmente e contrastata militarmente sulla base dei principi di giustizia e legittima difesa, immanenti nel cuore umano oltre che nella Carta dell’Onu. La Nato è stata trascinata da Putin alla “prova del fuoco”, in ogni senso: in senso metaforico, perché mai nel corso della sua storia ha dovuto fronteggiare un potente nemico in guerra alle sue frontiere europee; in senso reale, perché, a parte le truppe combattenti, è ingaggiata nel conflitto fornendo all’aggredita Ucraina, che non appartiene all’Alleanza, armamenti e logistica.

La Nato non ha alternative nella temperie in cui è venuta a trovarsi senza nessuna sua colpa. Sta facendo in pieno il suo dovere di alleanza tra nazioni e popoli che credono nella libertà e nella democrazia, decisi a preservarle ad ogni costo, anche a battersi fino in fondo. La deterrenza della Nato sta nella forza militare e nella dichiarata volontà di esercitarla in grado proporzionato all’offesa. Ciò vuol dire credibilità, per l’oggi e il domani. Nei rapporti di forza tra Stati, più che in una relazione interpersonale, la credibilità è decisiva, addirittura esiziale per la loro sopravvivenza.

L’invasione dell’Ucraina ha terrorizzato soprattutto i vicini europei dei Russi. Persino nazioni storicamente neutrali hanno deciso sùbito, nel rispetto della volontà politica dei loro popoli democraticamente espressa, di abbandonare la neutralità e aderire alla Nato per sentirsi al sicuro. Anche gli Ucraini anelano a “venire con noi” nell’Europa unita e nell’Alleanza atlantica.  La Nato (compresi gli Stati Uniti), se non aiuterà l’Ucraina a difendersi, contrattaccare e vincere, scacciando i Russi dai suoi confini, perderà per sempre la credibilità di cui ha finora goduto e che l’ha resa desiderabile dagli Stati che, consapevoli non potersi difendere da soli, hanno scelto la sicurezza che promette e garantisce l’Alleanza. La perdita del credito politico sarebbe irreparabile per la Nato come organizzazione e per i singoli Alleati come nazioni. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, singolarmente considerati.

Raccontano che, durante la guerra fredda, Helmut Schmidt, cancelliere tedesco dal 1974 al 1982, socialdemocratico, avesse per segretario un fervente antiamericano, che non tralasciava mai l’occasione di stigmatizzare l’operato degli Stati Uniti. Il cancelliere sopportava con pazienza le frequenti lamentele, con la condiscendenza del superiore verso l’inferiore, ma con una certa divertita bonomia. Un giorno lo interruppe. Lo invitò ad ascoltare bene e riflettere meglio. E con tono grave lo ammonì: “Sì, lei ha ragione. Gli Americani sono prepotenti, rozzi, vogliono comandare, fanno guerre, eccetera, come lei ripete spesso. Tuttavia, lo ricordi bene e per sempre quello che sto per dirle: ‘Sono gli unici Americani che abbiamo!’”

Anche gli Alleati problematici o tiepidi sulla guerra di Putin non possono non ammettere, con Helmut Schmidt, che non solo sono gli unici Americani che abbiamo ma pure che è l’unica Nato che abbiamo e che senza Americani la Nato sarebbe una mezza Nato. La credibilità degli Americani come nazione coincide con la credibilità degli Americani come Alleati nella Nato. Né gli uni né gli altri possono sottrarsi alla “resa dei conti” comune benché non imposta dal fatidico articolo 5 del Trattato che impone l’aiuto reciproco degli Alleati alla nazione aggredita.  Qui non esiste una nazione Nato aggredita da terzi. Nondimeno è come se lo fosse l’Ucraina stessa, perché la sua difesa costituisce interesse nazionale di tutte le nazioni della Nato.  

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Secondo Giulio Andreotti, per la Nato il compito era finito già decenni fa, quasi. Intervenendo in Sardegna ad un convegno sulla politica estera, il senatore a vita dichiarò: “La Nato si sarebbe dovuta sciogliere per raggiunto fine sociale quando nell’89 è caduto il muro di Berlino. Gli interrogativi riguardano adesso il futuro della Nato perché alla base di un’alleanza militare vi è la necessità di sapere da chi ci si deve difendere”. Ma è lecito dissentire da un’opinione pur così autorevole. Del resto, a pensar male (andreottianamente…), l’illustre uomo politico dava l’impressione di aver cercato d’accattivarsi le simpatie dell’uditorio e non solo.

Infatti, generalmente parlando, un’alleanza difensiva viene stipulata contro un nemico oppure contro i nemici. Il nemico può essere attuale o potenziale, individuato o sconosciuto. Però, soprattutto, un’alleanza si stringe per qualcosa, piuttosto che contro qualcuno. La Nato, è vero, ha conseguito l’obiettivo originario. È stata determinante per consegnare il comunismo sovietico alla pattumiera della storia, come profetizzò Reagan. Quella vittoria dell’Alleanza atlantica, inoltre, non fu conseguita in battaglia, ma con la deterrenza. Un trionfo ancora più bello perché ottenuto senza spargere sangue in campo aperto. Tuttavia, aver raggiunto lo scopo primario non esaurì né ha esaurito la funzione della Nato. Per niente.

Dopo l’89, anzi, la Nato ha dimostrato di essere non solo l’arma vincente, ma l’unica disponibile. La comunità internazionale ha dovuto prendere atto che l’Onu è un magnifico foro per la discussione delle questioni mondiali, ma nelle emergenze strategiche è afflitto dai suoi paralizzanti difetti di nascita. Poiché la sicurezza costituisce la suprema necessità degli Stati, le nazioni più forti, quando sono esposte a pericoli mortali, non aspettano le decisioni delle più deboli. Considerata la sua competenza globale, l’Onu riesce ad agire nelle piccole cose, mentre usualmente si mostra impotente nelle grandi. Insomma, anche dopo la caduta del bolscevismo, l’esperienza ha dimostrato che, quando la gatta da pelare è bella grossa, l’Onu tergiversa con i distinguo quando non sterilizzata dai veti.

Perciò, una risposta indiretta al senatore Andreotti venne, non meno autorevolmente, dal ministro della Difesa Antonio Martino. Aprendo l’anno accademico del Centro alti studi militari, l’onorevole Martino tra l’altro affermò: “L’Alleanza atlantica non merita affatto di essere sciolta per conseguimento del fine sociale, bensì di essere solo aggiornata, perché, non dimentichiamolo mai, è l’unica organizzazione internazionale armata di Nazioni libere e indipendenti”.

Ecco il punto cruciale. Gli Stati, che aderiscono alla Nato, non sono amici perché alleati. Al contrario, sono alleati perché amici. Cioè perché condividono i valori di libertà, democrazia, responsabilità, umanità. A tal punto, da obbligarsi reciprocamente a difenderli armi in pugno, se necessario: una necessità che perdura, oggi non meno di ieri.  La volpe Andreotti è finita in bocca all’orso Putin.

 

Pietro Di Muccio de QuattroDirettore emerito del Senato, Ph.D. Dottrine e istituzioni politiche

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