“La guerra vista dai bambini”

Amnesty International racconta i fenomeni, i traumi e le nascite di figli nei contesti bellici e illustra la propria missione. Un incontro all’ Istituto dell’Enciclopedia Treccani

Perdere completamente quel tempo che tutti abbiamo avuto da piccoli per giocare, stare con gli amici e istruirci, per passare immediatamente alla fase di responsabilità. È quello che succede ai bambini che vivono in contesti di guerra e ha un nome: “unchilding”.

Il fenomeno coinvolge sin dalla tenera età i figli dei soldati, o in generale delle zone straziate dai conflitti a fuoco, che sono chiamati a badare a se stessi e a sopportare tutta la violenza attorno a loro. Genera vulnerabilità e shock, traumi che si protraggono per anni e che si ripresentano improvvisamente durante tutta la loro vita. Proprio per questo, molti di loro si perdono.

Di bambini che non possono vivere la propria infanzia ce ne sono parecchi: secondo Save the Children, 450 milioni solo nel 2021. Ma i numeri spaventano ancora di più se pensiamo ad altre mostruosità che coinvolgono i minori nel mondo. Sono più di 8 mila i bambini morti o mutilati nello stesso anno, 200 milioni le bambine che hanno subito mutilazioni dei genitali e circa 300 mila i bambini-soldato. Di questo e di molto altro ha parlato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, durante l’evento “La guerra vista dai bambini”, tenutosi all’Istituto della Enciclopedia italiana.

“La militarizzazione delle guerre moderne comprende un ampio spazio civile – esordisce Noury – e perciò colpisce infrastrutture, centri abitati, scuole, ospedali. Tra questi, ci sarà sempre un bambino tra le vittime”. Il portavoce fa riflettere proprio sulle conseguenze della crescita di questi bambini, partendo, attualmente, da quelli ucraini: “Abbiamo visto diverse famiglie scappare dall’Ucraina portando con sé animali da compagnia, peluche, giocattoli, con cui i bambini potessero sentirsi ancora a casa. Crescere sradicati, con un’istruzione in una lingua non tua, porta a un’estrema fragilità. Ci sono stati trasferimenti forzati di civili verso zone occupate dalle forze russe o fino ad entrare in territorio russo. Madri trattenute e figli portati via, mentre in Russia si acceleravano le procedure di adozione”.

Ma l’Ucraina è purtroppo solo l’ultimo degli Stati colpiti da guerre e conseguenti vite stroncate sul nascere. In Iran, Iraq, Afghanistan o in alcuni paesi africani come il Senegal, per citare altri fenomeni, molti minori sono stati condannati a morte per dei reati e moltissime bambine sono ancora obbligate a sposarsi, spesso anche con un parente. “I genitali di queste bimbe vengono mutilati proprio per impedire loro qualsiasi piacere o stimolo fino al matrimonio – afferma Noury – Durante la guerra sono tanti anche gli stupri etnici di ragazzine”.

Altro capitolo ampio è quello dei bambini impiegati nelle guerre. Minori a cui vengono dati compiti umili come fare il facchino o fare da mangiare, ma a volte anche un impiego massiccio nelle ostilità, come nella guerra del Sierra Leone. “Quando una guerra termina, il processo di pace può essere terribilmente lento, a volte anche mai completo. Ci sono dei casi in cui i bambini-soldato, dopo essere stati disarmati, non riescono a tornare a casa, perché i genitori non li vogliono più” spiega l’autore.

Infine, ci sono situazioni dove i più piccoli finiscono per essere coinvolti indirettamente. “Nove anni fa, in Nigeria – racconta Noury – quasi 300 studentesse vennero rapite dalla propria scuola e vennero detenute. Poi 14 di loro furono rilasciate e tornarono a casa con i figli dello stupro. Le famiglie si trovano in questa situazione in cui accolgono le figlie e i nipoti, ma non ce la fanno a sfamare anche loro. Questo fa capire che anche quando una storia finisce, soprattutto in condizioni di povertà estrema, non è mai finita fino in fondo”.

Situazione simile quella avvenuta in Medio Oriente: “Dopo aver sconfitto lo Stato Islamico, sono state catturate anche moltissime donne e molti bambini. Diversi di questi sono cittadini europei, per il cosiddetto fenomeno dei ‘foreign fighters’ (i combattenti stranieri). Il risultato è che ci sono dei bambini nati in teatro di guerra e che oggi crescono in campi di detenzione, senza che nessuno se ne occupi. Qual è il futuro per loro?” conclude il portavoce di Amnesty International.
Ma partendo proprio da quest’ultima domanda, possiamo trovare risposte e soluzioni, per togliere i più piccoli da questi ambienti o per lo meno limitare la loro partecipazione? Secondo Noury, “già conoscere e informare è importante. Questa è la premessa per le cose successive. Poi è fondamentale che organizzazioni umanitarie si muovano, che i militanti presenti assicurino un minimo di educazione. Ma alla fine è necessario che entrino in gioco gli Stati e i politici, che vadano a prendersi questi bambini. Noi – sottolinea il rappresentante di Amnesty – qualche risultato l’abbiamo ottenuto, perché la Francia è andata a prendersene decine, forse anche centinaia”.

Invece, il fine di impedire l’impiego di minori nelle guerre è molto più complesso: “Intanto c’è una convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che vieta l’arruolamento forzato dei minorenni, e gli Stati si trovano via via a rispettarla. Ma noi andiamo in varie parti del mondo in cui lo Stato non c’è, come ad esempio il Burkina Faso. È un problema di governance che dovrebbe mettere tutto sotto controllo, altrimenti continuerà”.

 

Enrico ScoccimarroGiornalista

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