Il pacifismo degli italiani. L’eroismo degli ucraini

"Dedicato all’intellighenzia dei talk show"

Il pacifismo degli Italiani, popolo riluttante a combattere ma capace d’eroismi individuali, trae linfa dall’antinazionalismo, dalla cattolicità, dal comunismo. Il Risorgimento fu soprattutto una guerra per l’unità dell’Italia. I detrattori del Risorgimento tendono a dimenticare che l’unione della Patria significò bensì la riunificazione del territorio ma soprattutto l’indipendenza degli Italiani. La Chiesa avversò lo Stato che le aveva tolto con forza lo Stato. Era comprensibile. 

Però dopo decenni benedisse come liberazione ciò che aveva scomunicato come usurpazione. La Grande Guerra fu bollata dal papa come “inutile strage”. Per l’Italia fu il compimento del Risorgimento. I comunisti furono sempre internazionalisti. Contava per loro la rivoluzione sociale. I rivoluzionari erano cittadini del mondo oppresso, non degli Stati oppressori. Accomunando capitalismo, fascismo, nazismo, combattevano per emancipare gli sfruttati dalla proprietà privata, per il collettivismo, per la dittatura del proletariato. Organizzarono un movimento per la pace che combatteva una guerra con altri mezzi.

Non erano certo pacifici alla maniera dei non violenti. Benché la dottrina cattolica abbia sempre approvato la guerra giusta, ogni tanto ascende al papato qualche irenista ad oltranza. I comunisti, genia di pacifisti come i lupi tra le pecore, esaltano le guerre di liberazione, specie quelle che li liberano dai loro nemici. Per i cattolici e i comunisti, in verità la guerra giusta non è giusta allo stesso modo. C’erano governanti comunisti capaci di confessare che l’uso di missili atomici sarebbe la continuazione della lotta di classe e che il conflitto risolutivo tra forze del progresso e della reazione sarebbe una guerra giusta. Ciò nonostante il cattolicesimo e il comunismo hanno in comune una fede che, per quanto inconciliabile, non è inerente allo Stato, travalica le nazioni, trova nell’universalismo un carattere essenziale. 

Nelle relazioni internazionali gli Stati si comportano alla stessa stregua, né più né meno, degli uomini nei rapporti individuali. “I popoli fra loro non sono che individui” (Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, Milano, 1982, pag.118). Già per Cicerone “il medesimo che negli individui accade nei popoli: nessuno Stato è così stolto da preferire d’esser servo in giustizia che signore ingiustamente…nessuna guerra viene intrapresa da uno Stato ottimo se non per fedeltà ai patti o per la propria salvezza” (Marco Tullio Cicerone, Lo Stato, III, 18,28; 23,34, Torino, 1974, pag.325-327).

Kant ha precisato: “Lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura, è piuttosto uno stato di guerra nel senso che, se anche non si ha sempre uno scoppio delle ostilità, è però continua la minaccia ch’esse abbiano a prodursi. Lo stato di pace deve dunque essere istituito, poiché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza, e se questa non è garantita da un vicino ad un altro (il che può aver luogo unicamente in uno stato legale), questi può trattare come nemico quello a cui tale garanzia abbia richiesto invano” (Immanuel Kant, Per la pace perpetua, Roma, 1985, pag. 8). 

A Cicerone siamo debitori della più profonda, eloquente, ammirevole definizione della pace: “Pax est tranquilla libertas” (Marco Tullio Cicerone, Filippiche, 2, 44,113). Agli inermi, infatti, è negata ogni tranquillità diversa dalla fortuna. E sappiamo inoltre, per comune esperienza e insegnamento storico, che non può esserci tranquillità, né tra le persone né tra i popoli, in presenza di minacce, sopraffazioni, fanatismi, persecuzioni, dittature. 

Demostene constatava che “in generale i regimi tirannici sono guardati con sospetto dagli Stati costituzionali, specie quando si tratta di Stati confinanti” (Demostene, Primo discorso per Olinto, I, 5). Il sospetto sui vicini è incompatibile con la serenità di una vita libera. Sempre a parere di Kant, “Tre sono gli antidoti alle guerre: il commercio, pacifismo fase estrema del capitalismo; la morale democratica, la pace è una virtù dei popoli; la pubblicità, una politica a tutti manifesta” (Jean Touchard, Storia del pensiero politico, Milano, 1967, pag. 350). 

Le correnti pacifiste italiane dimostrano con i fatti d’essere animate da opinioni affatto diverse da questa dottrina classica sulla pace, consolidatasi dall’antica Grecia ai giorni nostri. L’Occidente ha sempre concepito la pace come indipendenza e libertà nella sicurezza.

Pericle elogiò gli Ateniesi anche per ciò: “Nell’incertezza del successo si affidavano alla speranza, ma nei fatti, di fronte alla situazione che avevano davanti agli occhi, credettero di dover fare affidamento su se stessi; in quel pericolo ritennero che difendersi e soffrire fosse più nobile che cedere e salvarsi; evitando la vergogna di una parola di biasimo, affrontarono con la loro vita i rischi dell’azione e nel brevissimo momento decisivo della loro fortuna, al culmine della fama ma non della paura, scomparvero…Questi uomini voi ora emulateli e, considerando che la felicità consiste nella libertà e la libertà nel coraggio, non guardate con ansia ai pericoli della guerra” (Tucidide, Le Storie, II, 42-4; 43-4, Torino, 1982, volume primo, pag.343). 

Venticinque secoli dopo, le parole di Pericle risuonarono nelle orazioni di un altro gigante, Winston Churchill, come nel breve discorso di presentazione del suo governo al Parlamento: “Vorrei dire alla Camera quello che ho già detto ai ministri: ‘Non ho da offrire che sangue, fatica, lacrime e sudore’. Abbiamo davanti un’esperienza terribile, delle più dolorose. Abbiamo davanti lunghissimi mesi di lotta e sofferenza. Voi chiedete qual è la nostra politica. Io risponderò: è scatenare guerra per mare, terra e aria, con tutta la nostra potenza e con tutta la forza che Dio può darci; scatenare guerra contro una mostruosa tirannia, insuperata nel nero ignobile catalogo dei crimini dell’umanità. Questa è la nostra politica. Voi chiedete qual è il nostro scopo. Io posso rispondere con una parola: Vittoria, vittoria a tutti i costi, vittoria malgrado tutto il terrore, vittoria, per quanto lungo e duro possa essere il cammino; perché senza vittoria non c’è sopravvivenza” (Winston Churchill’s Famous Speeches, London, 1989, pag.149: House of Commons, 13 May 1940).

I pacifisti italiani sembrano condividere una sorta di strabica filosofia della sottomissione, sebbene talvolta le proteste pacifiste vengano effettuate in un clima d’odio e perpetrando violenze su cose e persone. Le marce della pace sono un alto esempio di civismo, se i marciatori non sbagliano direzione, come accade ahimè troppe volte. I più stravaganti pacifisti sono certi antifascisti che si gloriano della guerra senza quartiere al nazifascismo. A tacere del fatto che spesso l’agitarsi per la pace è soltanto una forma di antiamericanismo obliquo, attraverso la quale danno sfogo all’invidia e all’odio verso quella grande, generosa, libera, amica, alleata nazione. 

La pace è una cosa terribilmente seria perché si possa lasciarla esclusivamente ai pacifisti di strada, per quanto ottime siano le loro intenzioni. I pacifisti italiani lo sono di frequente all’italiana. Così prendono a pretesto del malinteso pacifismo l’articolo 11 della Costituzione, secondo cui l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e promuove le organizzazioni che favoriscono la pace e la giustizia tra le nazioni. 

Tale disposizione stabilisce indirizzi certamente lodevoli. Mostra tuttavia la chiara origine postbellica. Ripudiare la guerra offensiva e la guerra risolutiva di liti internazionali è facile a dirsi. Esistono scontri bellici che non possono essere rifiutati o evitati. Le guerre esplodono non solo a causa di pretesti o di futili motivi, ma anche per ragioni capitali: era possibile annullare Hitler senza scatenargli contro, a tenaglia, la più poderosa armata della storia? 

Era pensabile contenere il comunismo senza la reale minaccia della MAD, “Mutual Assured Destruction”reciproca distruzione totale assicurata? La distinzione tra guerra offensiva, vietata, e guerra difensiva, ammessa, è talvolta un capello che nessuno può spaccare. 

Del resto l’articolo 52 della Costituzione sancisce che la difesa della Patria è “sacro dovere” del cittadino, e per l’articolo 54 tutti i cittadini hanno “il dovere di essere fedeli alla Repubblica”. Difesa e fedeltà sono obblighi indefettibili da assolvere con ogni mezzo, guerra compresa, per preservare l’integrità, l’indipendenza, la libertà della Patria. 

Il pacifismo deteriore ha fatto sì che per decenni le Forze Armate siano state considerate con sufficienza quando non addirittura con sospetto e relegate in un limbo istituzionale, quasi che non fossero esse stesse lo strumento per la difesa, “sacra” per Costituzione, della Patria. Da quando la politica estera viene esercitata attraverso l’impiego di contingenti militari, il credito delle Forze Armate appare in crescita, ma non può dirsi purtroppo che i nostri soldati siano circondati dal consenso patriottico che una nazione seria riserva sempre ai suoi soldati anche quando comandati in operazioni bensì legittime ma senza unanime approvazione. 

Mohandas K. Gandhi, il Mahatma, tanto spesso invocato a sproposito dai pacifisti più ignoranti, ha respinto senza mezzi termini ogni degenerazione irenistica e considerato la pace un’elevazione spirituale del coraggio, testimoniando con perfetta coerenza di parole ed opere che “la non-collaborazione con il male è un dovere al pari della collaborazione con il bene” e che “la non-violenza è un’arma per il valoroso”. 

Infatti dichiarò: “Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita, io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare la violenza. Per questo io presi parte alla guerra anglo-boera, alla cosiddetta ribellione degli zulù e all’ultima guerra (1904). Però credo che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più virile del castigo. “Il perdono nobilita il soldato”. Ma l’astensione dal castigo equivale al perdono soltanto allorché si ha il potere di punire; non ha senso, invece, quando proviene da una creatura impotente. Un topo non perdona il gatto nel momento in cui non può far altro che lasciarsi sbranare” (Gandhi, Le parole di Gandhi, scelte da Richard Attenborough, Milano, 1983, pag. 29 e passim). Dunque il vero pacifismo, come ha scritto Mulford Sibley, “non è un’etica della sottomissione”.

Un eccelso poeta dovrà pur alzarsi dal mondo libero per celebrare il sacrificio degli eroici combattenti ucraini, come accadde nell’antica Grecia per i morti in battaglie cruciali, ai quali le poleis dedicavano epitaffi metrici. “La realizzazione dell’Epitaffio per i caduti delle Termopili era stata affidata all’anziano Simonide, che l’aveva spuntata su Eschilo, al quale, tuttavia, era stato commissionato il Peana per la vittoria di Salamina; ad Euripide, diversi anni più tardi, venne assegnato il compito di comporre l’epitaffio per i caduti ateniesi in Sicilia” (Epitaffi Greci. La Spoon River ellenica di W.Peek, Firenze, 2019, pag. XXVII). In tal conto i Greci tenevano l’etica della libertà da farne onorare i caduti con gli epigrammi dei Giganti. 

Non troverete nell’antichità un elogio funebre della “resa umanitaria” (eufemismo ipocrita per servitù volontaria!) perché “difendersi e soffrire” fu sempre considerato più nobile che “cedere e salvarsi”, mentre oggi l’intellighenzia, con intenti pseudo morali, ingiunge a chi resiste di deporre le armi difensive sotto il pretesto che nuocciono a lui stesso e ai compatrioti, pure loro resistenti in ogni senso, che egli difende a prezzo della vita.

 

Pietro Di Muccio de Quattro – Direttore emerito del Senato della Repubblica, Ph.D. dottrine e istituzioni politiche 

 

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