Moro, quei due “perché” senza risposte da 44 anni

Oggi, 16 marzo, anniversario del rapimento di Moro e dell’eccidio della scorta. Sono passati 44 anni, il tempo di due generazioni. E si aspetta ancora la verità, si attende la risposta alla domanda: “Perché avvenne tutto questo”?

Non la verità processuale. Neanche la verità storica, che verrà in un tempo non prevedibile. Si aspetta la “verità effettuale”, come direbbe Machiavelli. Nonostante due commissioni parlamentari d’inchiesta, numerosi processi, quintali e quintali di carte e documenti depositati negli archivi del Parlamento e dei palazzi di Giustizia, resta ancora senza risposta la domanda: perché?

E come un amaro refrain si recita ogni 16 marzo e ogni 9 maggio, mentre si depongono corone in via Fani e due mesi dopo in via Caetani, due vie di Roma ormai tristemente evocative. Ma su queste cerimonie aleggia oggettivamente l’alone delle commemorazioni dovute.

Per fortuna, e questo è un fenomeno sempre più incoraggiante, sono numerose le scuole di tutta Italia, e anche le Università, dove Moro viene ricordato, studiato, con lezioni, seminari, tesi di laurea. Si studiano i suoi discorsi alla Costituente dove, giovane deputato di 30 anni, Moro fruttuosamente incrociava le armi della dialettica e del dialogo con personaggi della statura di Togliatti, Croce, Nenni, Calamandrei, ed elaborava anche materialmente il testo di articoli della Costituzione riguardanti la scuola e i valori della persona.

Persona che, nella sua dottrina di studioso della filosofia del Diritto e di umanista, veniva PRIMA dello Stato. Su questo concetto, infatti, martellò nelle lettere dalla prigionia nel covo delle Brigate rosse, quando cercava di aprire gli occhi al ministro dell’Interno Cossiga e agli “amici” della Dc, suggerendo, in punto di diritto e di precedenti, alcune ipotesi che potessero portare alla sua liberazione, e a un certo punto scrisse, negli ultimi giorni prima che fosse assassinato: Com’è possibile che si venga condannati a morte nel Paese di Beccaria, e si pensa che lo Stato vada in rovina se una persona venga salvata?!

Perché fu rapito Moro, un uomo “buono, mite, saggio, innocente”, come lo definì  Paolo VI nell’omelia funebre nella Basilica di San Giovanni il 13 maggio del 1978, dove il feretro di Moro non c’era, perché i familiari avevano rifiutato i funerali di Stato e lo avevano portato per piangerlo in solitudine al cimitero di Torrita Tiberina, un paesino a  50 chilometri da Roma.

Il politico che sapeva guardare non solo all’oggi ma al domani, ed esortava il suo partito a guardare anche al dopodomani, a cercare alleanze con altre forze politiche, per rafforzare una democrazia giovane e fragile come la democrazia italiana, perché il “futuro non è più solo nelle nostre mani”.

Perché  fu colpito il politico che spese tutta la sua vita per allargare – come Giolitti nei primi decenni del ‘900 – la  base democratica dello Stato, e la partecipazione di sempre più vasti strati della popolazione alla gestione del potere, prima battendosi per il centrosinistra con la partecipazione dei socialisti, poi per maggioranze più larghe con l’ingresso dei comunisti nella maggioranza e non ancora nel governo?

Il teorico della “terza fase” della politica italiana, della “democrazia compiuta”, il fertile inventore di formule e slogan (“la strategia dell’attenzione”), che dovette peraltro sopportare con un senso di  pietà intellettuale lo sfregio caricaturale del suo linguaggio e la presunta fumosità dei suoi  ragionamenti, da parte di certa stampa prevenuta.

Basterebbe invece, ed è un consiglio ai giovani, e molti già lo fanno, leggere i testi dei suoi discorsi, dove si resta ammirati davanti alla tessitura dei concetti e alla chiarezza (sì la chiarezza) dell’esposizione, in un lessico mai banale, ma ricco e suggestivo, e comunque di grande fascino intellettuale.

E menomale che al tempo di Moro non c’erano i social, altrimenti è facile immaginare come le sue formule e le sue frasi sarebbero state ridotte e sfigurate dall’incultura e dalla faziosità travestite da libertà di opinione.

Ma c’è un’altra domanda che aspetta una risposta, oltre a quella “perché Moro fu rapito e ucciso”. E la domanda è: CHI lo fece rapire? CHI decise che, come per Gramsci nel 1926, quel  cervello dovesse  smettere di funzionare?

Per Gramsci il giudice del Tribunale speciale fascista disse: per 20 anni. Per Moro fu per sempre.

Sì, apparentemente lo sappiamo CHI. I processi ci dicono: le Brigate rosse. Ma i terroristi per conto di chi fecero quell’impresa omicida che un noto professore di matematica, con accento futurista fuori luogo definì  un’operazione di “geometrica potenza” (riferendosi al rapimento in via Fani)?

Sono stati tirati in ballo motivi internazionali: Moro con la sua politica che coinvolgeva il più forte partito comunista dell’Occidente, anche se il Pci con Berlinguer aveva fatto atti coraggiosi di autonomia e distacco dall’Urss, era troppo in avanti con i tempi, poneva problemi agli equilibri stabiliti nel 1945 a Jalta, con la divisione del mondo in zone di influenza (l’Occidente sotto l’ombrello americano, l’Est europeo sotto l’onbrello, più esattamente il tallone sovietico).

Secondo questo schema geopolitico, la presenza dei comunisti nel governo poneva problemi all’Occidente e imbarazzo all’Unione Sovietica.

Ma tutto questo, pur con una certa plausibilità politica e storica, autorizza l’assassinio, il delitto politico?

Quanti sanno o ricordano che nel 1974 Moro, dopo un colloquio con il segretario di Stato americano Henry Kissinger, ebbe un malore e si accasciò su una panca della Cattedrale di Saint Patrick, a New York? 

Si parlò di un colloquio “difficile”, per usare un termine diplomatico. Ma il discorso di Kissinger dovette essere minaccioso, perché critico verso la politica di Moro di apertura ai comunisti, e foriero di conseguenze,  se il leader Dc tornato in Italia espresse il proposito di allontanarsi dalla politica per almeno tre anni.

Moro ne fu dissuaso dai suoi collaboratori più stretti. E ritornò sulla trincea della politica. Fu un gesto di altissima responsabilità, di dedizione alla comunità, pur nella consapevolezza dei rischi che correva, e con il discorso del 28 febbraio 1978, riuscì a portare una Dc in parte riottosa ad approvare la nascita di un governo con i comunisti per la prima volta nella maggioranza. Nacque Il governo Andreotti, che si presentò alla Camera proprio il 16 marzo, quasi nello stesso momento in cui Moro veniva rapito e la sua scorta annientata.

Quel discorso fu il suo (involontario) testamento politico, il suo capolavoro di strategia ma segnò anche la sua condanna.

Dopo 44 anni,  che sembrano pochi e al tempo stesso una infinità – ma è un passato che non passa-  resta in campo,  in tutta la sua drammatica impotenza, la ricerca della verità: chi volle togliere dalla politica e dalla vita un personaggio come Moro?

Il mistero resta, e va ad aggiungersi al rosario dei tanti misteri dolorosi di questo sventurato Paese. Al quale manca una classe politica che, come Moro, riesca ad avere pensieri lunghi, larghezza d’orizzonti, capacità di visione, di tracciare e aprire strade nuove, nel segno di una concordia discors, di un dialogo alto, di una capacità di “compromesso” tra linee diverse.

Non vogliamo fare di Moro un santino, ma sottolineare il valore della sua visione politica, soggetta ovviamente alla discussione, ma soprattutto il suo metodo di fare politica e di cercare soluzioni “alte”.

Oggi questo “costume politico democratico” manca.

I risultati di questa mancanza  si vedono: da anni l’Italia è un Paese che vive psicologicamente e politicamente in una fase emergenziale (covid e guerra di Putin a parte).

Si sono succeduti governi di emergenza, gli elettori prendono perdutamente la cotta per soggetti politici e con la stessa facilità se ne disinnamorano; sono stati chiamati di volta in volta tecnici di valore invocati come salvatori della patria dal rischio di bancarotta, ed è facile convenire che fortunato è quel Paese che non ha bisogno di eroi.

Ci si è dovuti appellare al presidente della Repubblica Mattarella, desideroso di godersi il meritato riposo dopo sette anni impegnativi, perché ritornasse al Quirinale per un altro mandato.

Si è vista, anche durante le elezioni presidenziali, l’incapacità dell’attuale classe dirigente di trovare un’intesa per scegliere il successore del presidente della Repubblica. Sono proprio mancati il metodo e la capacità di raggiungere intese, di andare oltre i propri, sia pur legittimi, calcoli di bottega, in nome dell’interesse generale.

Di Moro, e soprattutto del suo metodo di fare politica, basato sulla ricerca di un dialogo tra diversi, questo Paese avrebbe un gran bisogno. Ma forse sarebbe lui a non  sapersi  ritrovare in un Paese probabilmente irriconoscibile ai suoi occhi.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

 

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