Glossario di termini ebraici e palestinesi / terza parte e ultima parte

OLP: Sigla di Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nata nel 1964 come espressione politico-militare della resistenza palestinese. Assunse rilevanza internazionale dopo il conflitto del 1967, Guerra dei sei giorni (v.). Sotto la direzione di Yasser Arafat (v.) l’OLP acquistò, con gli anni 1970, il ruolo di rappresentante politico della nazione palestinese anche in sede internazionale, ruolo accentuatosi dopo la proclamazione dello Stato di Palestina (v.) nel 1988, l’avvio dei negoziati arabo-israeliani nel 1991 e il riconoscimento reciproco tra OLP e Israele nel 1993. Nella seconda metà degli anni 1990, con l’istituzione dell’ANP (Autorità nazionale palestinese (v.), l’OLP andò perdendo il ruolo di rappresentante politico del popolo e della nazione palestinesi. Nel 2004, alla morte di Arafat, gli è succeduto nella carica di presidente Abu Mazen (v.).

 

 

 

Pogrom: termine russo che significa “demolire o distruggere con atti violenti”. La connotazione storica del termine si riferisce alle violente aggressioni contro gli ebrei da parte delle popolazioni locali, avvenute nell’Impero russo e in altre parti del mondo prima dell’avvento dell’Urss. Il termine pogrom è stato usato spesso in queste settimane per definire gli eccidi compiuti dai terroristi di Hamas nelle zone israeliane confinanti o vicine alla Striscia di Gaza.

Protocolli degli Anziani Savi di Sion: costituiscono la pubblicazione antisemita più famosa e più diffusa dell’era moderna, che continua a circolare ancora oggi, specialmente su internet. Chi ha usato i “Protocolli” ha un solo scopo, diffondere l’odio contro gli ebrei. Chi li diffonde sostiene che essi sono la prova di una cospirazione ebraica che avrebbe come obiettivo il dominio del mondo. In realtà, la cospirazione e i suoi supposti ideatori, i cosiddetti Anziani di Sion, non sono mai esistiti.

Sciiti: compongono la principale delle correnti minoritarie dell’islam, di cui, con circa 300 milioni di fedeli, rappresenta il 15 per cento. Lo sciismo è la maggioranza della popolazione in Iran, Iraq, Azerbaigian e Bahrein; in Libano si stima che sia sciita un terzo della popolazione, mentre in Yemen quasi la metà. Gli sciiti, agli albori dell’Islam, furono i primi a dare un impianto dottrinario alla loro religione, da cui il ramo maggioritario, la sunna (v.), che si ritiene vero depositario dell’ortodossia, differisce notevolmente. Gli sciiti seguono in particolare la discendenza del cugino e genero di Maometto, Ali (Ali ibn Abi Talib il suo nome completo) in quanto credono nel suo insegnamento delle Scritture. Alla morte di Maometto, nel 632, la questione della sua successione fu all’origine della più grande divisione all’interno dell’islam. Per gli sciiti il Profeta Maometto (e la sua discendenza) oltre ai profeti biblici che pure sono tali per l’islam, hanno la prerogativa dell’infallibilità assoluta, che discende loro direttamente da Allah; per i sunniti, invece, tale infallibilità è riconosciuta solo per questioni attinenti esclusivamente alla fede.

Sefarditi: i sefarditi, di origine orientale, dopo gli aschenaziti (v.) sono il secondo gruppo ebraico nel mondo. Sino al XV secolo abitavano la penisola iberica e dalla Spagna, in arabo Sefarad, prendono il nome. La comunità ebraica iberica godeva di condizioni agiate e per tutta la durata del dominio arabo in Spagna ebbe un trattamento complessivamente favorevole. Fu a causa di una supposta complicità tra ebrei e musulmani in Andalusia che i cristiani decisero di espellerli. Ciò avvenne dopo la “Reconquista” cristiana, che Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona completarono nel 1492. Dopo la cacciata, gli ebrei sefarditi furono accolti da molte regioni, tra le quali la penisola italica (soprattutto Modena, Ferrara e Livorno), i Balcani, il Maghreb e l’impero ottomano, col quale al tempo gli israeliti erano in rapporti complessivamente buoni. Semplificando una serie di complesse sotto-varianti regionali, la lingua dei sefarditi (di cui esistono tuttora notevoli sopravvivenze) era il giudeo-spagnolo (o judezmo o ladino), derivato dall’antico castigliano con una quantità di prestiti da turco-ottomano, greco, arabo, ebraico, francese e qualche elemento anche dal bagitto, una sorta di dialetto segreto degli ebrei livornesi. Dopo l’espulsione dalla penisola iberica, i rabbini sefarditi, per vendicarsi, lanciarono contro la Spagna una maledizione che sarebbe divenuta celebre, preconizzando una guerra fratricida entro quattro secoli. Cosa che per una coincidenza della storia nel 1936 in effetti avvenne, sebbene con qualche decennio di ritardo, con la Guerra civile tra franchisti e repubblicani.

Servizi degreti israeliani –

Mossad: servizio segreto, incaricato del coordinamento e delle operazioni speciali all’estero. Fondato nel dicembre 1949 come “Istituto centrale di coordinamento” (Mossad, in ebraico significa, appunto, “istituto”).

Shin Bet: l’agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele, fondata nel 1948.

Aman: fondato nel 1950, pur facendo parte delle Forze armateisraeliane è totalmente autonomo rispetto agli altri corpi militari. È il meno noto dei servizi segreti e dipende direttamente dal capo di stato maggiore delle forze di difesa.

 

 

 

Shabbat: Il sabato è uno dei fondamenti della fede ebraica. Gli ebrei osservanti (che non significa necessariamente ortodossi, v. haredi) sono tenuti ad astenersi dal compiere qualsiasi tipo di lavoro e tutte le azioni che simbolicamente potrebbero richiamare il lavoro o anche l’accensione di fuochi. Lo shabbat comincia in realtà il venerdì un’ora prima del tramonto e si protrae per circa 25 ore. Per l’intera durata del riposo sabbatico ogni attività lavorativa deve terminare, comprese le faccende domestiche o quelle ricreative, incluso il bricolage. Il sabato, con tutti i vincoli e i divieti che prevede, termina con il calare del buio. Di shabbat le famiglie ebraiche osservanti si recano in sinagoga, v., abbigliati con particolare decoro formale. Le norme che regolano lo shabbat sono vincolanti in ogni circostanza, tranne nei casi di emergenza medica o di altra natura (calamità, guerra, ecc.). Come tutto ciò che riguarda le norme halakhiche v., anche le regole sabbatiche sono numerose e complesse: tra queste il divieto di scrivere (ma non di leggere), viaggiare, spostarsi in auto o altro mezzo di locomozione, toccare danaro (è proibito comprare qualsiasi cosa), tagliare (che sia con coltello, forbici, ascia o altro arnese), usare telefono, computer, radio-Tv, nonché servirsi di mezzi meccanici e dell’ascensore. È anche vietato accendere qualsiasi interruttore o un fornello del gas. Di sabato però i rapporti coniugali non sono proibiti anzi, da parte di alcuni rabbini, incoraggiati.

Sharia: in arabo, “cammino”, “retta via”, complesso di norme di vita e di comportamento dettate da Allah per la condotta morale, religiosa e giuridica dei suoi fedeli. Per determinare il giusto comportamento nella vita terrena, la sharia divide l’operato umano in cinque categorie: obbligatorie (in arabo “fard”), raccomandabili (“mustahah”), lecite (“halal”), sconsigliate (“makruh”) e proibite (“haram”).

Shoah: termine ebraico (“tempesta devastante”, dalla Bibbia), modernamente traducibile come “sciagura” o “catastrofe”, col quale si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante la Seconda guerra mondiale. È vocabolo preferito a “Olocausto”  in quanto non richiama, come questo, l’idea di un sacrificio inevitabile. Fra il 1939 e il 1945 circa 6 milioni di ebrei furono sistematicamente uccisi dai nazisti, molti dopo essere stati ridotti in stato di schiavitù in campi di lavoro e/o di sterminio. Su 6 milioni, si calcola che circa 4,5 fossero gli ebrei di origine aschenazita. Tre milioni erano quelli che vivevano in Polonia, di cui sopravvissero appena 50.000.

Shtetl: termine yiddish (v.) che indica gli insediamenti umani, generalmente di medio-bassa condizione economica, costituiti intorno al XV secolo in città e villaggi dell’Europa centrale per lo più (e spesso interamente a partire dal XVIII secolo) da famiglie ebraiche. Gli ebrei degli shtetl erano tutti di origine aschenazita (v.), parlavano tra di loro yiddish e la lingua del posto; conoscevano e utilizzavano l’ebraico solo in funzione delle cerimonie religiose e della lettura dei testi sacri.

Sinagoga: edificio di culto degli ebrei, spesso definito anche “tempio”. In ebraico si chiama “knesset”, come il parlamento di Gerusalemme e il termine significa infatti “assemblea”.

Sindrome di Gerusalemme: disagio a sfondo psicotico, ormai ben noto agli studiosi, psichiatri e psicologi, che colpisce persone particolarmente sensibili o predisposte che visitano Gerusalemme. Il disturbo sarebbe apparentabile alla “sindrome di Stendhal”, la “malaise” che colpì lo scrittore francese nel vedere le meraviglie artistiche di Firenze, o alla analoga “sindrome di Notre Dame”, tipica dei turisti (soprattutto giapponesi) che vedono le bellezze di Parigi. A Gerusalemme però non sono le meraviglie architettoniche, ma l’eccesso di significati religiosi. C’è chi ha allucinazioni miste a deliri di onnipotenza, chi crede di parlare con i profeti, con gli apostoli o addirittura con Gesù. Altri ancora pensano di essere essi stessi quei personaggi e si vestono, parlano e si comportano di conseguenza, non senza effetti deleteri, talvolta, sull’ordine pubblico, in un luogo che certo non ha bisogno che gli si crei ulteriore allarme sociale oltre a quello che già si vive (guerre a parte) per le tensioni politiche sempre latenti, specie nella parte vecchia della città. La “sindrome di Gerusalemme”, affermano studi del centro di salute mentale Kfar Shaul, tipicamente riguarda i fedeli delle varie denominazioni protestanti e messianiche cristiane; meno i cattolici e, sembra, per niente ebrei e musulmani.

Sionismo: ideologia politica il cui fine è l’affermazione del diritto alla autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto ad uno Stato ebraico in quella che è definita “Terra di Israele“. Il sionismo emerse alla fine del XIX secolo nell’Europa centrale e orientale soprattutto in reazione all’antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno. Il movimento all’inizio del XX secolo si sviluppò in varie forme, tra le quali il sionismo socialista, maggioritario, quello religioso, quello revisionista e quello di ispirazione liberale.

Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, dopo la Shoah (v.), e in tre anni portò alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana e alla nascita dello Stato di Israele, il 14 maggio del 1948. Da allora i conflitti con il mondo arabo e l’esodo palestinese del 1948 causarono il rafforzamento dell’antisionismo, senza che da parte del mondo arabo e islamico si comprendesse che era più conveniente e realistico per tutti abbandonare l’atteggiamento massimalista, rendendosi conto che andare contro il sionismo equivarrebbe a negare l’esistenza di Israele. Se si fosse accettato da subito da entrambe le parti un processo di mediazione, col sostegno di quasi tutta la comunità internazionale, il risultato sarebbe stato la coesistenza dei due stati, pacificati e forse amici. Questo, oggi, suona invece come il più utopico dei sogni.

Spianata delle moschee: Monte del tempio per gli ebrei, è un luogo di eccezionale importanza per ebrei e musulmani e una delle numerose ragioni per cui Gerusalemme è contesa tra israeliani e palestinesi. Si trova su una collina all’interno della cosiddetta Città vecchia di Gerusalemme, e ospita la moschea di al-Aqsa, che è la più grande di Gerusalemme e ha un ruolo importante nell’islam, e la Cupola della Roccia, che è l’edificio con la celebre cupola dorata: al suo interno è conservata una pietrra, che secondo musulmani ed ebrei è quella su cui il patriarca biblico Abramo (Ibrahim per i musulmani) stava per sacrificare suo figlio Isacco (ma per i musulmani il figlio non era il primogenito Isacco ma il fratello Ismaele) su richiesta di Dio; inoltre, secondo l’islam, è il luogo da cui Maometto ascese al cielo.

Al di sotto della Spianata delle Moschee ci sono le rovine del Secondo tempio di Gerusalemme (o Tempio di Erode), il cui unico pezzo sopravvissuto è il cosiddetto Muro del Pianto. È il principale luogo sacro per gli ebrei, distrutto dai Romani nell’assedio di Gerusalemme del 70 d.C. e mai più ricostruito.

Stato di Palestina: nazione a riconoscimento limitato ma con stato di osservatore permanente presso le Nazioni Unite, la cui nascita è stata proclamata il 15 novembre 1988. La Palestina, de facto occupata in gran parte da Israele, rivendica sovranità sui territori palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale designata, sebbene il suo centro amministrativo si trovi a Ramallah, a nord di Gerusalemme.

Striscia di Gaza: è una porzione di territorio costiero rivendicato dai palestinesi assieme alla Cisgiordania e Gerusalemme est. Come le regioni di Giudea e Samaria, nomi storici della Cisgiordania, detta anche West Bank (che fanno parte dei Territori occupati da Israele), Gaza dopo il ritiro dei militari e dei coloni israeliani nel 2005 è passata sotto il controllo politico-amministrativo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). A differenza della Cisgiordania, però, l’amministrazione dell’ANP è durata poco più di un anno, poiché la Striscia è di fatto passata sotto il controllo di Hamas, che dopo una vera e propria guerra intestina contro Al-Fatah (il partito maggioritario in Cisgiordania) ha scalzato l’ANP e dal 2007 governa da solo la Striscia secondo i dettami della sharia. Gaza da allora si trova nella anomala situazione in cui, pur non essendo più occupata da Israele, in tempi “normali” dipende da questo per i servizi essenziali a livello di sussistenza, e ne viene controllata anche per i movimenti attraverso il valico di Erez, ora naturalmente chiuso, come anche quello con l’Egitto di Rafah, in questi giorni aperto solo a intermittenza. La Striscia si trova a sud di Israele, è lunga circa 41 km e ha una larghezza variabile da sei km a nord a 12 km nella parte meridionale, che confina con l’Egitto. La superficie è di 365 kmq. Nella Striscia vivono normalmente circa 2.300.000 persone, 650.000 delle quali nella capitale. Il resto della popolazione è concentrato soprattutto in otto campi profughi, i principali dei quali sono Jabalia, Beit Lahia, Khan Yunis e Rafah. Dopo le stragi di civili israeliani del 7 ottobre in vari kibbutz confinanti con Gaza e durante un rave party nel deserto con centinaia di giovani da tutto il mondo (1.400 persone brutalmente massacrate, tra cui centinaia di bambini bruciati vivi coi genitori, sgozzati e alcuni decapitati, migliaia di feriti e centinaia rapiti come ostaggi), per mano di terroristi palestinesi affiliati alla principale organizzazione islamica, Hamas, e alla più piccola Jihad islamica, la reazione di Israele è stata durissima.

Striscia di Gaza, situazione dopo tre settimane dalla crisi: bombardamenti a tappeto si susseguono sulla capitale e altre località dove risultano attività di miliziani o rampe di lancio di razzi e missili, mentre sono stati tagliati i servizi sinora forniti da Israele, luce, acqua, derrate e medicinali, e messo il blocco ai rifornimenti dall’Egitto. Il 27 ottobre, dopo una giornata particolarmente intensa di bombardamenti, con un centinaio di aerei che hanno effettuato raid a ripetizione sulla Striscia, le forze armate israeliane hanno cominciato le operazioni di terra, condotte da carri armati e fanteria. Dati precisi e confermati da fonti indipendenti non sono disponibili; il bilancio delle vittime palestinesi, secondo dati forniti da Hamas, è di circa 8.000 morti e quasi 20.000 feriti. Diverse migliaia sono i bambini e i ragazzi fino a 17 anni rimasti uccisi sotto i bombardamenti. Secondo fonti dell’Onu circa mezzo milione sono i residenti della Striscia che hanno potuto lasciare Gaza. Degli oltre 200 ostaggi, verosimilmente trattenuti all’interno di tunnel (v.) delle decine fatti scavare alla popolazione dai miliziani, per occultare armi, rifornimenti, droni e sfuggire ai ricognitori israeliani, sono stati recuperati una decina di cadaveri, mentre alcuni sono stati liberati.

Sunniti: musulmani che appartengono alla sunna (“consuetudine” in arabo), corrente maggioritaria dell’islam, comprendente circa l’85 per cento di tutti i musulmani del mondo, circa 1,8 miliardi in totale, la seconda religione dopo quella cristiana, che conta 2,4 miliardi di fedeli. I sunniti, semplificando nel complicato dedalo di denominazioni islamiche e loro varianti teologiche, oppongono un assoluto rifiuto alla pretesa degli sciiti, che la guida della comunità islamica, Umma (v.), debba essere riservata alla discendenza del profeta Maometto, attraverso sua figlia Faṭima e suo cugino Ali. Al contrario, il sunnismo è per l’elezione da parte di una ristretta cerchia di dotti della persona alla guida della Umma.

Tunnel: secondo fonti della Cia, la rete di tunnel scavati nel sottosuolo della Striscia è lunga circa 500 km. Israele avrebbe deciso di posporre l’entrata nella Striscia, per dare tempo ai civili che erano in condizione di farlo di mettersi in salvo prima che cominciassero le operazioni di terra e quindi la guerriglia urbana. Fonti di Gaza hanno confermato che molti centri operativi di Hamas e della Jihad sono stati collocati sotto scuole, ospedali e persino uffici di onlus; ciò anche spiega l’alto numero di civili e in particolare di bambini e ragazzi uccisi. Inoltre, risulta da fonti indipendenti che una larga parte delle scorte di carburante per alimentare generatori di corrente destinata a macchinari ospedalieri o desalinizzatori di acqua per la popolazione, sono stati requisiti dai miliziani islamici, per essere usati come propellente per i vettori da lanciare sui centri israeliani.

Umma: nell’islam, il termine umma (in arabo “comunità”, “nazione”, “etnia”) designa primariamente la comunità di fedeli (intesa quale “complesso dei credenti musulmani”), senza alcun significato etnico-linguistico-culturale.

Veli islamici femminili:

Burqa, copre per intero tutto il corpo della donna. All’altezza degli occhi c’è un rettangolo traforato, che non lascia vedere nulla ma permette a chi lo porta di vedere. È spesso azzurro, ma anche nero, verde o marrone. È tipico dell’Afghanistan, dove i talebani lo imposero a tutte le donne.

Chador, è un grande foulard, di solito di seta, indossato specialmente in Iran dalle donne quando sono fuori casa. Ha la forma di un semicerchio che passa sopra al capo, al collo, e alle spalle. Non presenta cuciture e viene chiuso sotto il mento o tenuto con una mano a guisa di mantello.

Hijab, il più diffuso, o almeno il più visto da noi, ricorda il “soggólo” delle suore e copre capo, collo e orecchie, lasciando scoperto solo il viso. Può essere di vari tessuti e colori e talvolta anche “fantasia”. Il termine arabo significa “protezione, copertura” e il modo in cui viene percepito, vissuto e anche indossato varia anche molto a seconda della sensibilità di chi lo porta.

Niqab, velo molto comune in Arabia Saudita, che copre tutta la parte superiore del corpo, viso compreso, lasciando visibili solo gli occhi.

 

Carlo GiacobbeGiornalista, già corrispondente da Tel Aviv e da varie capitali nel mondo

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