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40 anni dal governo Craxi / interviste 13/ Ugo Intini | | Parla lo storico braccio destro del leader socialista

Milanese, giornalista, direttore dell’Avanti, politico, parlamentare, vice ministro degli Esteri,  scrittore, tenace polemista, Ugo Intini, o “Ugo Palmiro”, come i comunisti lo chiamavano per la sua intransigente battaglia contro il Pci, o per il suo “anticomunismo viscerale”, con i suoi quasi quotidiani articoli e soprattutto corsivi sull’Avanti, di cui era direttore, quando non era lo stesso Craxi a scriverli con il famoso pseudonimo Ghino Di Tacco, è stato a fianco del leader socialista soprattutto negli anni Settanta e Ottanta.  Perciò, dal punto di vista politico, documentario e storico, la sua testimonianza e le sue analisi ricche di dati e riferimenti, hanno un particolare interesse e valore, non solo per la narrazione  di importanti fatti politici ma anche per alcuni retroscena ( per esempio, a proposito degli accordi di Oslo tra israeliani e palestinesi, o dell’installazione degli euromissili, o episodi delle Brigate rosse)  e vari aneddoti. ( le sottolineature in neretto, nel testo, sono nostre)          ****** Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi.  Onorevole Intini, che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni? Resta l’esempio di quando ancora oggi si potrebbe fare. Ma che si è sempre più lontani dal fare. In politica estera, un’Italia impegnata perché in Europa ci sia non soltanto una moneta unica, ma anche una politica economica, estera e della difesa comune. Una Europa e un’Italia alleate agli Stati Uniti ma autonome. Capaci cioè di dialogare a Est (un tempo con l’Unione Sovietica e oggi con la Cina). Capaci soprattutto (compito dell’Italia e dei Paesi mediterranei) di connettersi alla sponda nord africana in una prospettiva di pace per il Medio Oriente e di cooperazione economica. In politica interna, c’è bisogno di una Italia pragmatica, non dominata né dall’ideologia liberista né da quella statalista. Negli anni ‘80, dovevamo contrastare lo

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Vaticano, il processo anomalo delle “prime volte”. Per il card. Becciu l’unico atto di giustizia è l’assoluzione

Altro che “processo del secolo”, come pomposamente alcuni media lo hanno definito, indulgendo a pigri meccanismi classificatori, senza andare al fondo delle cose. Questo, più concretamente e visibilmente, è il processo basato sull’inchiesta anomala delle prime volte. È la prima volta che un principe della Chiesa, in questo caso Sua eminenza Giovanni Angelo Becciu, prima Sostituto della Segreteria di Stato poi Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, finisce sotto processo. È la prima volta che un cardinale viene giudicato non da cardinali o comunque uomini di Chiesa ma da giudici laici, pur sottostanti alle leggi vaticane. La prima volta che si imbastisce – forse nel proposito di chi lo ha costruito-  una sorta di  maxi processo, per reati molto diversi tra loro: infatti non c’è solo il cardinale Becciu ma altre nove persone, e le imputazioni sono diverse, con buona pace delle regole aristoteliche dell’unità di tempo, di luogo e di azione. E ancora come sottolineato nella loro arringa dagli avvocati del Cardinale, Maria Concetta Marzo e Fabio Viglione: è la prima volta che il teorema accusatorio viene costruito sulla base di manovre orchestrate da personaggi estranei al processo stesso ma che hanno lavorato in concorso tra di loro per montare accuse infamanti quanto inverosimili, spingendo quello che era stato il principale collaboratore di Becciu, mons. Alberto Perlasca, a scrivere un memoriale accusatorio verso il cardinale. Le udienze hanno dimostrato senza ombra di dubbio il lavorio nell’ombra di discussi personaggi di dubbia credibilità, avendo avuto, in qualche caso a che fare con la giustizia vaticana riportando anche condanne (e quindi tecnicamente pregiudicati). E questa è forse un’altra anomalia, la più grave, perché ha inquinato tutto il processo ma ne ha al tempo stesso rivelato l’inconsistenza dei rilievi mossi al cardinale. In un “dizionario del processo” in corso di

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40 anni dal governo Craxi/interviste 12/ Di Muccio. Un liberale rigoroso dice la sua spassionatamente e con metafore spiazzanti

Di Muccio, ex parlamentare, di scuola e di studi liberali, fa una “doverosa premessa” prima di rispondere alle domande: presentati nel Pli una mozione per non partecipare al governo Craxi e non entrare neanche nella maggioranza. “Non c’era da conquistare Parigi e quindi non era il caso di andare a messa”                                                                         ***** Il Consiglio nazionale del PLI del 1983, ad inizio legislatura, fu chiamato a decidere se partecipare o no alla svolta politica del primo governo presieduto da un socialista, il segretario stesso del PSI. Vi furono presentate tre mozioni. La prima di “Democrazia liberale”, firmata Malagodi e Bozzi, che approvava l’azione della segreteria per entrare nella maggioranza e nel governo, ebbe 86 voti. La seconda di “Autonomia liberale”, firmata Sterpa e Rossi, che, senza opporsi a tale partecipazione, poneva delle condizioni, ebbe 14 voti. La terza, scritta e firmata da me, ebbe solo il mio voto. Nella mozione e nell’illustrazione argomentavo le ragioni storiche e politiche, per le quali il PLI non dovesse entrare né nella maggioranza né nel governo Craxi.              Chi avesse la curiosità di riandare a quell’importante dibattito, potrebbe soddisfarla leggendone il resoconto su “L’Opinione”, 6 settembre 1983. Allegai a mio sostegno e conforto anche il celeberrimo discorso che Benedetto Croce tenne in Senato il 24 maggio del 1929 sui Patti Lateranensi. Notai anch’io che coloro i quali si compiacevano di vedere nel governo socialista in gestazione un bell’atto di “fine arte politica” mettevano in pratica il “trito detto che Parigi val bene una messa”. Mi sento di dire che con il governo Craxi il PLI non andò a Parigi né valeva la pena ascoltare la messa per andarci. Tra l’altro aggiunsi che, con il PLI nella maggioranza, mentre il coefficiente liberale del governo sarebbe stato impalpabile quanto incerto, l’opposizione

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Fabrizio Tomada: Craxi e Spadolini: erano diversi ma si stimavano | | Non avevano in comune solo la passione per Garibaldi

Intervista a un personaggio che per anni fu l’ombra del leader repubblicano, storico, direttore del Corriere della Sera, presidente del Senato e presidente del Consiglio: ci racconta i rapporti tra Craxi e Spadolini, le dimissioni dell’allora ministro della Difesa, nel governo Craxi, in occasione dell’episodio di Sigonella nel 1985. Dimissioni poi ritirate dopo un chiarimento. Ma la decisione di Craxi su Abu Abbas servì a dare all’Italia una certa “immunità” rispetto ad attacchi terroristici.     Fabrizio Tomada, Lei è stato per anni l’ombra di Spadolini. Ci può ricordare esattamente gli incarichi e in quali anni?  Sì sono stato vicino a Spadolini per oltre 12 anni. In diversi incarichi. Ricordo dopo la collaborazione a Piazza dei Caprettari sede del Pri dove ero approdato al termine di una frequentazione di oltre un anno alla CEE (oggi UE) vincitore di borsa di studio. Spadolini mi chiese se lo seguivo nel suo incarico al Governo. E dall’1983 al 1987 fui suo Segretario Particolare in quella straordinaria avventura che è stata l’esperienza alla Difesa. Spadolini fu ministro della Difesa nel governo Craxi dal 4 agosto 1983 al 16 aprile 1987 e fui chiamato dal Professore/Direttore/Senatore. Una funzione davvero delicata e “particolare” di estrema fiducia! Successivamente, terminato l’incarico di Governo trascorsi alcuni mesi che definirei sabbatici; rimasi senza alcun lavoro, senza alcuna occupazione in quel periodo, e solo con l’elezione di Spadolini alla Presidenza del Senato nel luglio 1987 venni chiamato dal Presidente a ricoprire l’incarico di suo consigliere a Palazzo Madama. Continuai la mia collaborazione con Spadolini anche in tutto il suo secondo mandato alla guida del Senato dopo la rielezione che avvenne nella XI legislatura nell’aprile 1992. Nell’ aprile 1994 mancò la riconferma per un solo voto. Il 4 agosto di quell’anno moriva a Roma Non lo abbandonai e gli stetti vicino… fino

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40 anni dal governo Craxi/interviste/ 10/ Riccardo Nencini | | Craxi diede la spallata a un’idea di sinistra antistorica. Fu un governo riformista come pochi nella storia italiana

“Ma la resistenza alle riforme, nel Paese, è dovuta al fatto che nel fondo è rimasto un animo populista che non ha mai considerato il riformismo come la strada maestra” Proseguendo la serie di interviste sui primi anni Ottanta che videro, dopo la breve esperienza del governo Spadolini, il primo presidente non Dc dell’era repubblicana, il primo presidente del Consiglio socialista, con un governo che durò dal 1983 al 1987. Registriamo l’analisi di Riccardo Nencini, già deputato, senatore, vice ministro, segretario del Psi, saggista, autore di una importante biografia di Giacomo Matteotti: Nipote del famoso campione di ciclismo Gastone Nencini ****** Senatore Nencini, Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi. Che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni? Resta la formidabile spinta data all’Italia, il suo inserimento definitivo nel complesso delle grandi nazioni. Resta l’esempio di un governo riformista come pochi altri nella storia italiana.       -Spieghiamolo ai giovani che al tempo del governo Craxi non erano neanche nati: in che cosa consisteva la novità del governo Craxi? Quali i suoi punti qualificanti? Era la prima volta che un socialista guidava il governo, all’inizio addirittura con Pertini presidente della Repubblica. Un duo straordinario. C’erano passione politica e un’interpretazione audace e realistica dell’Italia del tempo, un Paese che si stava modernizzando affidandosi soprattutto alla creatività delle imprese piccole e medie e ad un rinnovato ruolo nella politica estera. Confidare nella capacità dell’industria e scommettere sull’Europa mi pare siano due pilastri di quella politica. La vittoria nel referendum sulla scala mobile, il vero punto di svolta. Raccolse il consenso popolare e di larga parte del mondo sindacale, intellettuale e d’impresa. L’inflazione fu messa sotto controllo e i salari ne uscirono rafforzati.       Della Grande Riforma, che Craxi agitò come bandiera di rinnovamento dello Stato,

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40 anni dal governo Craxi / 9 – Intervista Maria Rosaria Manieri. Voleva modernizzare il Paese in senso liberale e dell’umanesimo socialista

Craxi aveva capito il potenziale esplosivo del divario tra noi e i Paesi del Mediterraneo. Colse l’importanza della cooperazione. Usa e Gorbaciov gli riconobbero un ruolo decisivo nel contesto europeo. Istituì la commissione per le pari opportunità. Le agenzie di rating assegnarono all’Italia la cosiddetta tripla A che è stata persa alcuni anni dopo e non è stata più ottenuta! Allargò il G5 e l’Italia entrò nel G7, nonostante la Francia. La mancanza da 40 anni di una riforma costituzionale è alla base della disastrata situazione dell’attuale sistema politico. Forse avrebbe potuto evitare alcuni cerchi magici che si formarono alla sua corte e che furono i primi a dissolversi nella disgrazia

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40 anni dal governo Craxi/ 8/ Carmelo Conte | Quando don Macchi gli disse: se fossi rimasto con noi saresti diventato Papa Su Sigonella Reagan gli diede ragione, ma il giorno dopo la stampa Usa: Craxi sceriffo d’Italia

Pubblichiamo oggi una intervista a Carmelo Conte, avvocato, parlamentare per quattro legislature, sottosegretario, ministro delle Aree Urbane nei governi Andreotti e Amato,  uomo di punta del Psi nel Mezzogiorno.   In questa intervista porta testimonianze di avvenimenti vissuti di persona, alcuni aneddoti e riferimenti testuali e documentari. Questo spiega anche la lunghezza delle risposte. Non le abbiamo ridotte sia perché filologicamente rispettiamo l’espressione compiuta del pensiero, sia perché sono ricche di spunti, aneddoti, citazioni, riferimenti testuali e documentari, analisi politiche approfondite, utili a capire meglio quella stagione di governo di cui ricorre il quarantennale.  E non mancano accenti critici e autocritici come gruppo dirigente del partito, e principalmente riferiti a Craxi per quanto riguarda la conduzione dei rapporti con la Dc di De Mita.   ***** Il 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi. Che cosa resta di quell’esperienza di governo durato quattro anni? Va sottolineato innanzitutto un dato di realtà che da solo ne testimonia il carattere storico: è stato il primo governo a guida Socialista, costituito (1983) quando Presidente della Repubblica era un altro socialista, Sandro Pertini.               Eppure il Psi, per rappresentanza parlamentare, era il terzo partito dopo la Dc e il Pci. Una condizione straordinaria ma coerente col sistema elettorale del tempo e la storia dei partiti.  In Italia non c’erano mai stati governi di sola destra o di sola sinistra, ma solo di coalizione, all’interno delle quali le forze politiche, pur tenendo conto ai fini del potere della loro diversa consistenza elettorale, avevano pari dignità.                                                                                           

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Fiamma Nirenstein: Hamas vuole distruggere Israele, annientare gli ebrei. Questa è la verità, noi siamo i perseguitati loro i persecutori

Fiamma Nirenstein, nota giornalista, scrittrice, con una esperienza di deputata nella XVI legislatura, ma soprattutto una appassionata, lucida e pugnace testimone del tempo e una donna in battaglia per difendere Israele dai suoi nemici, politici, religiosi, e soprattutto dal pericolo terroristico che sovrasta il suo Paese . Come dimostra l’imprevisto, inatteso e proditorio attacco di Hamas, che ha mostrato al mondo di quale nefandezza, orrore e mostruosità si possa macchiare l’essere umano (?!) quando la ragione e la pietà lo abbandonano. Perciò ci è sembrato interessante ascoltare il suo stato d’animo e il suo pensiero sull’attuale situazione e gli eventuali sbocchi       Fiamma Nirenstein una domanda per cominciare, e prima di entrare nel merito dei fatti terrificanti che sono avvenuti: questo attacco inaspettato che ha colto di sorpresa un intero Paese non ha incrinato il mito della onnipotenza del Mossad ( il famoso servizio segreto israreliano, che non ha avuto sentore del pericolo)? Questo , della efficienza e lungimiranza dei servizi segreti, in questo momento è il punto che mi interessa meno. Vorrei invece mettere a fuoco un’altra questione fondamentale. Prego C’è stata una grave sottovalutazione di Hamas, e al tempo stesso una grave illusione Esattamente quale? Abbiamo pensato, sperato che Hamas potesse essere tenuto a bada con l’aiuto internazionale. Abbiamo dato ai palestinesi aiuti, fondi, risorse, ma poi tutto questo è andato a finire nelle mani del vertice di Hamas. Il gruppo terroristico si è foraggiato, è stato aiutato da altri Stati che lo forniscono di armi e risorse. Ed ecco il risultato Netanyahu ha fatto errori? ? Certamente. Il governo ha responsabilità e anche le forze armate Come le sono sembrate le reazioni internazionali all’attacco di Hamas Ho apprezzato in particolare la posizione degli Stati Uniti. Una volta Berlusconi propose di far entrare Israele nell’Unione europea,

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