40 anni dal governo Craxi / 9 – Intervista Maria Rosaria Manieri. Voleva modernizzare il Paese in senso liberale e dell’umanesimo socialista

Craxi aveva capito il potenziale esplosivo del divario tra noi e i Paesi del Mediterraneo. Colse l’importanza della cooperazione. Usa e Gorbaciov gli riconobbero un ruolo decisivo nel contesto europeo. Istituì la commissione per le pari opportunità. Le agenzie di rating assegnarono all’Italia la cosiddetta tripla A che è stata persa alcuni anni dopo e non è stata più ottenuta! Allargò il G5 e l’Italia entrò nel G7, nonostante la Francia. La mancanza da 40 anni di una riforma costituzionale è alla base della disastrata situazione dell’attuale sistema politico. Forse avrebbe potuto evitare alcuni cerchi magici che si formarono alla sua corte e che furono i primi a dissolversi nella disgrazia

Maria Rosaria Manieri, salentina di Nardò, docente universitaria di Filosofia morale, autrice di saggi come Donna e capitale, tradotto all’estero, e tra i più recenti Fraternità, Rilettura civile di una idea che può cambiare il mondo, anch’esso edito da Marsilio; senatrice per cinque legislature, questore del Senato per più legislature, figura di punta tra gli intellettuali socialisti. E con sguardo da testimone del tempo e da intellettuale dà, di volta in volta, nelle risposte analisi dei contesti politici, storici e internazionali, nonché ideologici, quando per esempio risponde sul Pci e i rapporti negli anni tra socialisti e comunisti.

 

 Nel 2023 sono trascorsi 40 anni dal governo Craxi ( 1983-1987), Senatrice Manieri, cosa resta di quella stagione e di quella esperienza di governo durata quattro anni, una novità visto che gli Esecutivi duravano in media pochi mesi?

Credo molto, che però è stato totalmente cancellato come se in questi anni fossero passate le cavallette. Per esempio, gli indirizzi di politica estera che Craxi portò avanti con coraggio: la difesa della scelta atlantica ed europeista che egli intendeva non solo come adesione ad un sistema di alleanze militari e politiche, ma anche in un senso più profondo di appartenenza ad un determinato contesto storico e culturale.

Craxi ebbe, come fu riconosciuto dagli Stati Uniti e da Gorbaciov, un ruolo decisivo nel contesto europeo nella scelta per gli euromissili di cui da presidente del Consiglio garantì l’installazione a Comiso. Non fu facile, data la presenza in Italia del PCI e del suo apparato organizzativo e propagandistico e dato anche l’orientamento ideologico di una larga parte del PSI. Al tempo stesso Craxi difese, come mai era stato fatto prima, la sovranità e gli interessi nazionali. Inoltre pose con decisione e lungimiranza il tema del rapporto tra Nord e Sud del mondo.

Egli aveva capito il potenziale esplosivo insito nel grande divario tra noi e i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e più in generale tra il Nord e il sud del mondo. Ricordo che Perez de Cuellar lo chiamò a collaborare con lui sulla questione del debito del Terzo mondo. Craxi era convinto che senza adeguate politiche di cooperazione che accompagnassero un processo di sviluppo lungo tutta la linea sud del Mediterraneo i flussi di immigrati verso l’Europa sarebbero stati inarrestabili e incontrollabili. Troppo grandi le disuguaglianze! Non ci sono blocchi navali che possano fermare intere popolazioni di giovanissimi e di donne con figli che scappano dalle carestie e dalla fame verso le luci-egli era solito dire- dei nostri paesi se non accenderemo un maggior numero di luci nei loro paesi.

Da qui l’attenzione del governo Craxi verso paesi come la Tunisia, la Libia o il Marocco. Si spiega in questo conteso l’episodio tornato alla ribalta   giorni fa dei suoi rapporti con Gheddafi al quale salvò la vita, avvertendolo, per evitare un’esplosione di instabilità in un paese islamico sito difronte all’Italia. Siamo- purtroppo- oggi ancora prigionieri di un’impostazione miope e confusa di una questione abissale del nostro tempo. Basta leggere le cronache degli sbarchi a Lampedusa e le continue soluzioni di emergenza per capire quanto attuale sia il pensiero di Craxi e come esso indichi l’unica via possibile per un cambiamento profondo.

Spieghiamolo ai giovani che a quel tempo non erano neanche nati: in che cosa consisteva la novità del governo Craxi ?

La novità era data dal fatto che Craxi era portatore di un disegno di riorganizzazione su basi moderne della democrazia politica, della democrazia e delle relazioni industriali, dei servizi, della funzione pubblica, della giustizia. L’Italia degli anni ’80 non era più l’Italietta degli anni ’50, ma un paese industrializzato tra i più avanzati in Europa; la società italiana era profondamente cambiata, dal punto di vista economico e culturale, nei costumi, nei modelli di vita e chiedeva alla politica di stare al passo. Il divario tra paese reale e paese legale, come ebbe a dire il Presidente Pertini, era già apparso chiaro all’indomani del referendum abrogativo della legge sul divorzio.

Craxi interpretava un’idea di modernizzazione del Paese in senso liberale ma nel solco dell’umanesimo socialista. Ricordo per esempio l’Accordo di Villa Madama del febbraio 1984 che modificò il concordato tra la Santa Sede e la Repubblica italiana, sottoscritto con i Patti lateranensi del 1929, e con il quale dopo oltre 40 anni si dava finalmente attuazione all’art.7 della Costituzione sulla libertà religiosa. Con il nuovo Concordato il cattolicesimo cessava di essere religione di stato e si riconosceva la libertà di culto anche per le altre religioni in linea con una società sempre più multietnica e multireligiosa. Veniva abolita la questua e il contributo da obbligatorio divenne volontario, da cui è scaturito poi l’attuale 8/1000 sull’IRPEF.

In un momento in cui c’era il rischio di un’involuzione autoritaria iI Governo Craxi seppe accogliere e tradurre a livello istituzionale le istanze dei movimenti femminili e femministi. Penso per esempio all’istituzione della Commissione per le pari opportunità con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1984, anche sulla spinta della Seconda Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne.

Dopo la sua istituzione nacquero a cascata organismi di parità presso le istituzioni locali, nella pubblica amministrazione, nelle Università, negli ordini professionali, nelle grandi aziende, nacque la figura della Consigliera di parità. Tutto ciò dette vita ad un diffuso protagonismo femminile in linea con i cambiamenti sociali e creò finalmente in Italia un nuovo contesto culturale e politico che rese possibile l’avvio di riforme importanti a livello legislativo, dal cosiddetto divorzio breve ai congedi parentali, alcune varate altre tuttora aperte.

Molti, ricordando il governo Craxi, si fermano a Sigonella, il punto più alto di affermazione della sovranità nazionale, che suscitò l’applauso alla Camera anche dei comunisti. Oltre Sigonella, che cosa andrebbe ricordato del governo Craxi? Alcune cose importanti le ha già menzionate.

Sigonella  fu il fatto più vistoso della novità apportata dal Governo Craxi nella politica estera, nella quale l’Italia era sempre stata marginale e subalterna, ma un’impronta profonda Craxi impresse anche nella politica interna. Nel 1983 eravamo sull’orlo di una crisi economica disastrosa che fu possibile superare grazie alle scelte coraggiose del Governo. Non si può non ricordare il cosiddetto Decreto di San Valentino varato il 14 febbraio 1984 per il contenimento dell’inflazione che galoppava al 20% ed erodeva pesantemente i salari e il potere di acquisto degli italiani. Ho letto giorni fa un articolo su Milano finanza dal titolo “Inflazione, Meloni come Craxi: siglato un patto antirincari analogo a quello del 1983”, non so se più frutto di superficialità o di piaggeria!

Il Decreto di San Valentino scaturiva da una vigorosa manovra antinflazionista che conteneva misure coraggiose per il calo dell’inflazione(il congelamento per un anno degli scatti di contingenza, quasi 3 punti della scala mobile, il contenimento dei prezzi e delle tariffe, la sorveglianza dei prezzi liberi, il blocco dell’equo canone) e contestualmente perseguiva l’obiettivo della ripresa economica con coraggiose riforme del mercato del lavoro (introduzione di nuovi tipi di contratti, a tempo parziale, contratti di solidarietà, prolungamento del periodo della CIG e della mobilità) e di lotta all’evasione fiscale nel commercio al minuto con l’introduzione del registratore di cassa e dello scontrino fiscale.

L’accordo su questa manovra di ampio respiro fu raggiunto con imprese e sindacati, la UIL e la CISL, mentre fu duramente contestato dalla componente comunista della CGIL e dal PCI di Berlinguer, fino allo scontro referendario del 1985 che Craxi vinse con il 54% dei voti, cioè una maggioranza superiore a quella che aveva votato il Decreto in Parlamento. L’economia italiana riprese a crescere. Le Agenzie di rating assegnarono all’Italia la cosiddetta tripla A che è stata persa alcuni anni dopo e non è stata più ottenuta! Da ricordare inoltre il ruolo decisivo che Craxi ebbe per allargare il gruppo del G5 nel corso del vertice di Tokyo, fu così che l’Italia entrò a far parte del G7 nonostante l’ostracismo della Francia.

Della Grande riforma quali proposte conservano validità e attualità? Che cosa andrebbe rilanciato?

Resta soprattutto l’idea, che era quella di Craxi, che nessun cambiamento reale è possibile se non viene affrontata alla radice la crisi delle istituzioni. Siamo ancora a questo punto. Al tempo di Craxi però la questione istituzionale s’intrecciava con quella tutta italiana della democrazia bloccata, cioè l’impossibilità del PCI ad accedere al governo e al tempo stesso l’impossibilità delle maggioranze di governo a rimanervi se non a prezzo dell’immobilismo.

Per lui il disegno complessivo doveva essere quello di una riforma costituzionale che sbloccasse la situazione anomala dell’Italia, garantisse al Paese la governabilità , premessa indispensabile dell’azione politica, desse ai governi maggiori capacità decisionali ( riduzione del potere di veto, riforma del voto segreto, che poi fu approvata nel 1988 dal governo De Mita, corsia preferenziale per i provvedimenti del Governo) e alle maggioranze parlamentari maggiore efficacia (riduzione del ricorso ai DL ), e la possibilità di nuove prospettive politiche, potenziamento delle autonomie e al tempo stesso rafforzamento dell’unità nazionale  attraverso l’elezione diretta del Capo dello Stato, che conservava però gli stessi poteri assegnatigli dalla Costituzione.

Per tradursi in risultati effettivi questo disegno aveva bisogno di un cambiamento sostanziale e dell’appoggio del PCI. Sappiamo come andò a finire. Opposizione rigida e diffidente da parte dei comunisti, ad eccezione dell’ala migliorista, del tutto minoritaria. Forattini disegnò Craxi su Repubblica con gli stivali di Mussolini e alla fine lo stesso Craxi dovette prendere atto che non c’erano le condizioni politiche per costruire una maggioranza in Parlamento. Un vero peccato!

La mancanza da quarant’anni di una riforma costituzionale, di cui Craxi aveva posto le premesse, una riforma ineludibile nel contesto mutato e mutevole dell’Italia, dell’Europa e del mondo, è alla base della situazione disastrata del nostro attuale sistema politico. Oggi il quadro non è più lo stesso degli anni di Craxi, la Costituzione è stata di fatto cambiata, in modo surrettizio e per certi aspetti perverso.

Grazie ad una legge elettorale vergognosa tre o quattro persone scelgono chi dovrà sedere in Parlamento e si è creato un sistema per cui si sa già chi sarà il presidente del Consiglio una volta conseguito il risultato elettorale. Il fatto che secondo la Costituzione debba essere scelto dal Capo dello Stato dopo aver fatto le consultazioni diventa una sceneggiata necessaria dal momento che non si è modificata la Costituzione.  Inoltre in questo contesto il presidente del Consiglio non è più, come la Costituzione prevede, un primus inter pares, ma un vero capo del governo che dispone sulla base di una legittimazione esclusivamente politica di un potere più forte e più ampio di quello che la Costituzione gli assegna. Se vogliamo che questo potere non sia tendenzialmente illimitato occorre porre mano e con urgenza ad una riforma che dia alla coalizione vincente una chiara dimensione costituzionale e imprima nuovo slancio alla democrazia italiana.

Il modus operandi del governo Craxi prevedeva riunioni preparatorie, in organismi istituiti ad hoco, come il Consiglio di Gabinetto. Un metodo che poi è stato abbandonato

I Consigli di Gabinetto, cui partecipavano rappresentanti autorevoli delle forze politiche di maggioranza servivano a delibare i provvedimenti politicamente importanti all’o.d.g del Consiglio dei Ministri, a concertare e a rimuovere eventuali ostacoli alla loro approvazione. Francamente non so se essi potrebbero funzionare oggi in una situazione ad alto tasso di strumentalità, di frammentazione dei partiti, dei movimenti, dei sindacati,  di proliferazione delle lobby che di volta in volta prendono il sopravvento sulle maggioranze di governo, e di fluidità politica, nella quale ciò che conta è soprattutto la propaganda virtuale al fine di rastrellare, comunque sia, il consenso anche sostenendo tutto e il contrario di tutto e negando subito dopo ciò che si era sostenuto poco prima; una situazione peraltro in cui il presidente del Consiglio, come dicevo prima, gode di un surplus di potere che spesso lo porta a risolvere i problemi con l’emanazione di DPCM. Oggi è il numero eccessivo di questi e di DL che pesa più che il numero di leggi d’iniziativa parlamentare.

Con Berlinguer i rapporti furono pessimi. Il segretario del Pci, invece di salutare la novità del primo presidente del Consiglio socialista, lo definì un pericolo per la democrazia. C’erano anche motivi caratteriali nei loro rapporti?

C’erano, ed erano evidenti e certamente hanno pesato nei rapporti, marcate differenze caratteriali, ma  la dura contrapposizione aveva soprattutto motivi politici e affondava le radici nella storia dei rapporti tra le due sinistre in Italia, a partire dall’invasione dell’Ungheria da parte dell’Unione Sovietica con la quale i comunisti, al contrario dei socialisti,  non riuscirono mai, nonostante le tante occasioni storiche, a tagliare il cordone ombelicale, non solo perché questa  finanziava e rendeva possibile il grande apparato organizzativo che il Pci aveva, ma anche perché Berlinguer temeva che nel caso contrario l’Unione Sovietica avrebbe fatto sorgere un altro partito comunista alla sinistra del PCI.

Quella del comunismo italiano è una storia nazionale ma radicata nel rapporto internazionalistico con l’URSS. Mentre il PSI a partire dalla segreteria di Craxi nel 1976 accentuava la propria autonomia per un socialismo democratico e liberale, i comunisti rimanevano fermi e incapaci a definire un’alternativa, persino con la svolta della Bolognina nella quale scelsero di partire dal nome piuttosto che da un giudizio storico e politico dell’esperienza sovietica e sulla prassi autoritaria nella quale si era involuto il socialismo reale.

Affondano su questo terreno le cause di quello che Giuliano Amato e Luciano Cafagna hanno definito “il duello a sinistra” e Giorgio Ruffolo “il paradosso del Porcospino” di due partiti della sinistra simili a quegli animali destinati a non incontrarsi mai senza pungersi e il cui obiettivo era la supremazia elettorale nel campo della sinistra. Certo, ciò si ripercuoteva anche sui rapporti personali tra i due leader. Se Craxi permise i fischi a Berlinguer, per il segretario del Pci Craxi era “un’avventuriero”, addirittura “un pericolo per la democrazia italiana”.

Morto Moro, finito il compromesso storico, Berlinguer si trovò senza la possibilità di un’alternativa praticabile e scelse la via apolitica della “diversità” che segnò il de profundis dei rapporti tra i due partiti della sinistra. Craxi fece qualche tentativo per sbloccare la situazione anche per salvare il salvabile: le amministrazioni di sinistra, la convivenza nella CGIL. L’incontro tra i due leader alle Frattocchie ( luogo simbolico della scuole di formazione del Pci, alla periferia di Roma, NdR)  nel 1983 fu disastroso. L’ idea di riforma presidenzialista alla Mitterand che voleva anche essere un’offerta al PCI per una via d’uscita si arenò perché come ebbe a dire lo stesso Craxi con amarezza si riduceva ad “un abbaiare alla luna”.

Lo scontro diventò così sempre più aspro. Nei socialisti c’era la paura di vedere insidiata la propria autonomia e tra i post comunisti si cercava l’occasione per eliminare un pericoloso concorrente a sinistra. Come ebbe a dire Formica il punto ineludibile per l’unità non era perciò per i socialisti la richiesta ai comunisti di una prova di democraticità, ma “l’impianto culturale, l’animus”, che faceva dire a molti di noi  che le élites di quel partito avevano cambiato il nome ma nella sostanza erano rimasti comunisti.

Come si potrebbe definire o descrivere lo stile di governo del presidente Craxi?

Craxi era un pragmatico, le sue scelte però erano sempre sorrette da un’idea, da una visione. Aveva un piglio decisionale, vuoi per carattere vuoi in coerenza della sua concezione di una democrazia che doveva essere “governante. Il suo stile rompeva  quello ovattato e paludato per eccellenza proprio dei democristiani. Il suo linguaggio era chiaro e diretto.  Introdusse una forte personalizzazione dell’azione di governo che se per un verso lo rese protagonista assoluto della scena politica dall’altro gli nocque non poco con lo scoppio di tangentopoli.

Era un politico puro, ma nell’azione di governo seppe anche avvalersi delle competenze tecniche di molti dei cervelli più avanzati della cultura italiana del tempo, di area socialista ma non solo. Forse avrebbe potuto evitare alcuni cerchi magici che si formarono alla sua corte e che furono i primi a dissolversi nella disgrazia

Qual è la cosa meglio riuscita del governo Craxi?

La lotta all’inflazione e il nuovo impulso dato all’economia e all’occupazione, tanto che all’estero si parlava di un nuovo miracolo economico dell’Italia. Ma anche la revisione del Concordato è stato un successo importante.

E quella non realizzata o rimasta incompiuta perché non ci tempo o perché non era possibile?

Il rinnovamento del PSI e l’abbandono della grande riforma che lo impantanarono nel tatticismo politico in attesa di tempi migliori e invece arrivò “la grande slavina”.

 

Mario Nanni – Direttore editoriale

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