Ritorno al futuro. Anticipiamo il 25 Aprile! Una proposta “illuministica” per una vera pacificazione del Paese

Un interessante "discorso" nutrito di storia e dottrina, ma anche sui "fondamentali" di un autentico pensiero liberale

Affligge anche l’Italia un passato che non passa.

Sembra tuttavia giunto il tempo di espellere dal corpo della nazione le scorie che impediscono agl’Italiani di liberarsi del passato. Il 25 Aprile non è solo una data fatidica, ma anche una cartina di tornasole. Festa per molti, non per tutti, quel giorno divide benché vi sia stato edificato il mito della redenzione della Patria dai nefasti del fascismo.

Troppi sentimenti opposti e contraddittori offuscano quel giorno e quella festa che dovrebbero affratellare i cittadini. Finché la Liberazione non sarà stata demitizzata, finché non verranno tolti alle figure e agli eventi gli elementi mitici che ne velano, trasfigurano, snaturano le dimensioni reali, nessuna conciliazione avverrà nel profondo degli animi dei viventi, che pure ne sono eredi a vario titolo.

I gonfiatori del mito, ai miei occhi, sono in buona fede quando creduli ne esaltano la forza come verità indiscutibile mentre sono in mala fede quando increduli lo magnificano per interessi politici e tornaconto personale.

Sempre costa meno, infatti, navigare in favore di corrente, quanto è piacevole lasciarsene trasportare da protagonisti o gregari. Non sono misteriosi i motivi ed i pretesti che dividono le celebrazioni della Festa della Liberazione. Taluni li sottovalutano e altri li disconoscono. Troppi condannano le assenze o se ne compiacciono. Sta di fatto che l’annuale celebrazione attesta le dissociazioni piuttosto che la concordia nazionale.

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Cosa dicono le leggi

Fu Umberto di Savoia, Luogotenente generale del Regno, il futuro Umberto II, a sanzionare e promulgare: “A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”(Decreto legislativo luogotenenziale 22 aprile 1946, n. 185).

Il decreto fu adottato su proposta di Alcide De Gasperi, previa deliberazione del suo primo Governo, formato dai partiti del Comitato nazionale di liberazione (Dc, Pci, Psiup, Pli, Pd’A, Pdl) che vi partecipavano con le loro più rappresentative personalità, tra gli altri: Nenni, Togliatti, Visentini, Corbino, Brosio, Scoccimarro, Romita, Spataro, Gullo, Lombardi, Scelba, Gronchi, La Malfa. La dichiarazione di “festa nazionale” fu confermata anche per il 1947 (Decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 aprile 1947, n. 208).

Poi la legge 27 maggio 1949, n. 260, riordinando la materia delle ricorrenze festive, stabilì:“Articolo 1. Il giorno 2 giugno, data di fondazione della Repubblica, è dichiarato festa nazionale. Articolo 2. Sono considerati giorni festivi, agli effetti della osservanza del completo orario festivo e del divieto di compiere determinati atti giuridici, oltre al giorno della festa nazionale, i giorni seguenti: tutte le domeniche; il primo giorno dell’anno; il giorno dell’Epifania; il giorno della festa di San Giuseppe; il 25 aprile, anniversario della liberazione…”

Seguono altre undici categorie di giorni festivi, poi variamente soppressi, ripristinati, spostati. Dunque, nell’elenco delle festività stabilito dalla legge, la Liberazione occupa soltanto il quinto posto. La legge del 1949 distingue tra la fondazione della Repubblica, dichiarata con solennità “festa nazionale” e il “25 aprile” semplicemente annoverato tra i “giorni festivi” perché “anniversario della liberazione” (senza maiuscole).

Nella relazione introduttiva del disegno di legge, primo firmatario il presidente del Consiglio De Gasperi, è scritto: “Feste nazionali, si celebrano in esse ricorrenze ed avvenimenti di particolare importanza che hanno avuto notevole ripercussione nella vita della Nazione. Dette feste comportano l’orario festivo intero e l’obbligo di imbandieramento ed illuminazione degli edifici pubblici. Il disegno di legge, mentre mantiene l’Anniversario della Vittoria della guerra 1915-1918 (4 novembre), conferma – in via permanente- come festa nazionale il 2 giugno: Festa della Repubblica”.

Lo stesso disegno di legge stabilisce: “Giorni festivi a tutti gli effetti civili, in tali giorni si osserva l’orario festivo completo e non possono compiersi atti aventi speciali effetti giuridici e che determinate disposizioni di legge vietano di compiere nei giorni festivi (ad esempio: protesti di cambiali, atti esecutivi in genere ecc.). Non si fa luogo all’imbandieramento ed all’illuminazione degli edifici pubblici” (Atti Senato, Disegno di legge n. 75/1948). La celebrazione del 2 Giugno, spostata con legge del 1977 alla prima domenica di giugno, fu ripristinata con legge del 2000, ma sempre definita “festa nazionale della Repubblica”.

Fin qui le disposizioni di legge.

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La questione sotto il profilo politico

Nondimeno, politicamente parlando, il 25 Aprile ha sopravanzato il 2 Giugno e la Liberazione ha sovrastato il Referendum istituzionale.

È accaduto perché il 25 Aprile è stato eretto a gloria della resistenza partigiana avversa o slegata dal mondo libero, mentre la Resistenza fu storicamente un fenomeno complesso, i cui meriti vanno ascritti a individui, gruppi, partiti delle più varie estrazioni ideologiche e sociali. Infatti, prova decisiva, le prospettive della Resistenza, non solo in Italia, erano nient’affatto omogenee. Al suo interno coesistevano tendenze antagoniste e talvolta addirittura antitetiche.

Lo ha chiarito in modo esemplare il giurista francese di origine russa Boris Mirkine-Guetzévitch: “La rivoluzione europea rinnega decisamente tutti gli aspetti di quella che sarebbe la rivoluzione europea di marca moscovita. Basti considerare il fondamentale contrasto di concezione sul rapporto tra guerra e rivoluzione: secondo la concezione russa, il comunismo deve vincere la guerra per lanciare la rivoluzione in Europa; secondo la concezione inglese, il governo deve organizzare e dirigere la rivoluzione europea per vincere la guerra. Essa anzi potrebbe avere la funzione di antidoto inglese contro quel virus comunista di cui l’Europa minaccia d’infettarsi, uscendo da un’atroce guerra e da quattro dittature” (La pensée politique et constitutionelle de la Résistance, in Henri Michel, Les idées politiques et sociales de la Résistance, Presses Universitaires de France, Paris 1954, pag.49).

Invece Pietro Secchia, vicesegretario del Pci, il quale, anche a motivo dell’intimo legame con Mosca, contava ben più della carica che rivestiva, in un libro del 1954 scrisse: “Ci si accusa, noi comunisti, di voler monopolizzare la Resistenza. È assolutamente falso. Non abbiamo mai voluto monopolizzare la resistenza, vogliamo semplicemente che il contributo dato dalla classe operaia e dal partito comunista non sia ignorato, né sottovalutato” (Pietro Secchia, I comunisti e l’insurrezione (1943-1945), Edizioni di Cultura Sociale, Roma 1954, pag. X).

Ciò scrivendo, Secchia adoperava alla perfezione quella capacità manipolativa dei fatti che, per la nomenklatura del comunismo, era un’autentica virtù politica. Il sillogismo sotteso al pensiero di Secchia è il seguente: i comunisti sono stati gli artefici della Resistenza; la Resistenza ha liberato l’Italia; i comunisti hanno liberato l’Italia. Neppure dopo il fatidico biennio 1989-1991, nel quale accadono i due eventi epocali contro la teoria e la pratica del bolscevismo, la verità effettuale della Resistenza viene stabilita. Il 25 Aprile fa aggio sul 2 Giugno, ancora.

La realtà storica e politica è che il partito comunista, con il caudatario socialismo massimalista, fu estraneo all’ordine costituzionale statutario, che il regime fascista aveva calpestato e infranto con l’avallo della monarchia. Il fatto che il Pci, con la galassia dell’illiberalismo, parteggiasse ideologicamente, programmaticamente, internazionalmente per il bolscevismo sovietico, lo contrapponeva al nazifascismo ma non lo avvicinava, anzi ne determinava la radicale avversione alle democrazie liberali, a fianco delle quali il bolscevismo pure aveva combattuto contro Hitler e Mussolini.

Privo com’era, per dottrina filosofica e prassi politica, per condotta interna e legami esteri, di affinità con il sistema occidentale, il Pci non aveva credenziali per inserirsi, con ragione e coerenza, nell’opera di ricostruzione di un ordinamento libero e democratico. Al partito comunista non restava che la Resistenza (alla quale aveva contribuito con passione e sacrificio ma “per lanciare la rivoluzione”) quale titolo di legittimazione politica per essere ascritto al numero dei fondatori del nuovo Stato.

Da qui l’ossessiva enfasi sulla Resistenza e sulla Costituzione nata dalla Resistenza, ma non sul Referendum.

L’apporto alla lotta partigiana poteva essere arrangiato ad usum Delphini, massimizzato, persino monopolizzato come in effetti fu, fino a farlo diventare, ideologicamente e politicamente, l’elemento essenziale e creativo del nuovo Stato costituzionale, sebbene l’atto istituzionale rivoluzionario fosse stato l’abolizione della monarchia mediante un libero plebiscito di elettrici ed elettori a favore della Repubblica.

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Svalutato o non riconosciuto l’antifascismo non comunista

Nessuno dei 38 senatori a vita nominati dai presidenti della Repubblica appartiene alla Resistenza di matrice genuinamente liberale, neppure Edgardo Sogno, un prode adamantino che ne fu protagonista meritandovi la medaglia d’oro al valor militare eppure nella Repubblica “nata dalla Resistenza” conobbe innocente l’onta del carcere per mano d’un magistrato poi deputato del Pci. Tra essi vi sono tre esponenti delle altre correnti politiche: Leo Valiani (Partito d’Azione), Camilla Ravera (Partito comunista italiano), Emilio Taviani (Democrazia cristiana).

Anche con la nomina dei senatori a vita la Resistenza è stata colorata politicamente. È stata fatta apparire come movimento vassallo di quella parte dell’antifascismo. L’egemonia culturale dei comunisti ha “imposto” di scegliere senatori a vita di fede resistenziale, intesa al modo di Botteghe Oscure.

A riprova, è significativa anche la mia testimonianza diretta, che vale in positivo e in negativo, per il contenuto rimarchevole e l’autorevolezza dell’interlocutore. Incontrandolo in Senato, chiesi a Francesco Cossiga perché, oltre Agnelli, Andreotti, De Martino, Taviani, Spadolini, non avesse nominato senatore a vita Mario Scelba, che pure li sovrastava tutti per i suoi altissimi meriti politici, essendo stato “il ministro che si oppose al fascismo e al comunismo in nome della libertà”, come perfettamente definito dalla sua biografa (Gabriella Fanello Marcucci, Scelba, Mondadori, Milano 2006). “Perché i comunisti mi avrebbero mangiato vivo!” rispose Cossiga con il vocione dall’accento sardo. Aveva ben ragione di temerli. L’avevano già azzannato con l’impeachment, nonostante la parentela con il segretario generale del Pci.

I comunisti non solo non hanno mai valorizzato l’antifascismo non comunista, non filocomunista, non simpatizzante, non dipendente. Hanno sempre cercato di occultarlo e screditarlo, presentandolo come irrilevante, viziato, sospetto. Il fatto che combattesse per la libertà e per l’Italia anziché per il collettivismo e l’internazionalismo lo rendeva, nella loro testa, pericoloso fino all’assurdo di dipingerlo come una quinta colonna nel campo resistenziale. I comunisti non hanno mai smesso di considerare gli antifascisti “borghesi” alla stregua di nemici di classe.

La vulgata della Resistenza, benché condotta su fonti apocrife, è divenuta pervasiva, accettata e stabilita dall’establishment postbellico però dopo la caduta del centrismo degasperiano, a mano a mano che la politica della Dc ha volto fin troppo lo sguardo a sinistra, fino ad abbracciarne l’oggetto amato-odiato, mentre la società gemeva squassata dal rivoluzionarismo collettivistico sfociato in terrorismo e dall’autoritarismo antagonista con conati golpisti.

Nella vulgata della Resistenza hanno preso ad inserire i connotati rafforzativi della versione comunista. La teoria del “Doppio Stato”, elaborata per la dittatura nazista, è stata seriamente accreditata da autorevoli esponenti del Pci con riguardo allo Stato italiano.

Tra l’altro, il machiavellico accreditamento costituiva paradossalmente un’autolesionistica negazione implicita del senso evocato dalle espressioni “Costituzione nata dalla Resistenza” e “Costituzione più bella del mondo”.

La variante italiana della teoria del “Doppio Stato” ha generato per partenogenesi la teoria della “Democrazia protetta”. La teoria generata aveva gli stessi caratteri organici della teoria generante: era falsa, controproducente, spregiudicata. Nondimeno sottintendeva un ragionamento capziosamente illiberale. Infatti il sottinteso era che il protettore della democrazia resistenziale non poteva essere altri che il Pci che della Resistenza era stato il protagonista e ne rimaneva l’intestatario.

Senza neppure percepire il ridicolo del partito comunista “Lord Protettore” della democrazia liberale, questi strampalati teorici hanno preteso di egemonizzare pure gli epigoni dei resistenti e blateravano di “Stato giusto”, legale e democratico, da preservare dagli attacchi dello “Stato ingiusto”, occulto e autoritario.

In quanto eredi della Resistenza, si sono ritenuti gli unici legittimati ad agire per preservarne l’eredità.

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“L’altra Resistenza”. Testimonianze di Alessandro Natta e Sergio Romano

Ovviamente, nella vulgata della Resistenza non trovano posto, forse sugli strapuntini, i resistenti non brevettabili come partigiani in senso stretto. I militari italiani internati nei lager nazisti, gli IMI, dai nazisti neppure considerati prigionieri di guerra, sono stati politicamente quasi dimenticati per tutto il XX secolo. Solo negli ultimi lustri gli storici hanno dedicato l’attenzione a questi militari, sebbene ammontassero a circa 650.000! E rappresentassero ciò che due autorevoli studiosi, Avagliano e Palmieri, hanno esattamente definito Una resistenza senz’armi” (Mario Avagliano e Marco Palmieri, I militari italiani nei lager nazisti, Il Mulino, Bologna 2020). Solo una piccola parte di loro, infatti, accettò l’offerta di aderire alle SS o alla repubblica di Salò per essere rimpatriata. La gran massa rifiutò e scelse di restare prigioniera nei lager, al costo di inenarrabili sacrifici e in migliaia di casi a prezzo della vita.

Sulla storia degli internati militari italiani e sulla loro rimozione dalla storia della Resistenza

Esiste un testimone tanto autorevole quanto insospettabile, Alessandro Natta, segretario generale del Pci dal 1984 al 1988, dopo la morte di Berlinguer. Il povero Natta, nello stesso anno 1954 in cui Secchia scriveva quello che abbiamo letto più sopra, cercò invano di pubblicare con gli Editori Riuniti (la casa editoriale del Pci!) il saggio autobiografico L’altra resistenza dove rievocava la sua prigionia di internato militare nei lager tedeschi, anche con gli accenti drammatici comuni a migliaia di diari di altri internati.

L’onesto Natta ha scritto: “A me importava far emergere la verità che poteva valere e contare per tutti e per il nostro Paese, allora e in avvenire, affermando con forza la validità e il valore nazionale e democratico di quella resistenza, il dovere patriottico e la rinascita di una coscienza democratica che essa cercò di perseguire” (Alessandro Natta, L’altra Resistenza, i militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino 1997, pag. XXVII).

Natta ha ricordato ancora che, appena tornato dalla prigionia, iniziò a rivendicare sùbito “il valore della non collaborazione, della resistenza a cedimenti e compromessi dei soldati e degli ufficiali prigionieri in Germania come una realtà che era legittimamente parte della lotta di liberazione.” E ha concluso: “Sia chiaro: la tesi che nel 1954 mi sforzavo di provare – che la prigionia nei lager tedeschi era parte integrante della resistenza antifascista – mi sembra oggi generalmente condivisa” (Alessandro Natta, L’altra Resistenza, i militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino 1997, pag. XXX).

L’oggi a cui Natta fa riferimento è il 1997, anno in cui riesce a pubblicare il libro con Einaudi. Ma sbaglia. Neppure in quegli anni la sua tesi, benché storicamente impeccabile, era “condivisa” dai suoi compagni. Natta considera pateticamente, tenuto conto dei quarantatré anni trascorsi, il rifiuto del 1954 una “disavventura” che all’evidenza costituiva invece una censura di pretto stampo stalinista a uno stalinista, a quel tempo tutto il partito.

La verità insegnata dal “caso Natta” è dunque che il Pci era talmente proteso ad egemonizzare, se non monopolizzare del tutto, la Resistenza, che non tollerava neppure che un suo deputato, avendone fatta esperienza diretta, riconoscesse l’esistenza e il valore di un’altra resistenza: di massa (650.000 soldati nei lager) contro una resistenza domestica comunque elitaria (150.000 partigiani); militare, contro la resistenza civile; eroica e patriottica benché passiva, contro una resistenza combattente e bellica. La scelta di resistere in uno straflager (campo di punizione per ribelli e fuggiaschi: mio padre, benché ufficiale medico, vi fu rinchiuso) poteva essere apprezzata almeno quanto la scorreria di un partigiano in montagna?

In occasione del 25 Aprile 2014, scrissi a Sergio Romano una lettera chiedendogli perché, nelle celebrazioni, gli Alleati non venissero neppure nominati mentre veniva ripetuta la millanteria di un’Italia affrancatasi da sé dal nazifascismo, e perché, consegnati alla storia il fascismo e il comunismo, la festa della Liberazione suscitasse ancora una sorda divisione nazionale.

Alla mia lettera, Sergio Romano diede una lunga risposta sotto il titolo Come celebrare il 25 Aprile con il senso della misura, scrivendo tra l’altro: “In primo luogo le migliori feste nazionali, quando un Paese esce da una guerra civile, sono quelle che trasmettono alle generazioni future l’immagine di una nazione riconciliata. Per molti italiani il 25 aprile fu il giorno della riscossa e della vittoria; per altri fu quello della sconfitta. Sperare che i discendenti degli uni e degli altri ricordino quella giornata in un clima di concordia nazionale mi sembra illusorio…”

“In secondo luogo il 25 aprile è stato lungamente usato dal Partito comunista per rivendicare meriti che gli appartenevano soltanto in parte, per accreditarsi come la principale forza democratica del Paese, per distrarre lo sguardo degli italiani dal suo rapporto con l’Unione Sovietica, per convincere il Paese che il fascismo era una minaccia permanente e il Pci un indispensabile baluardo contro il suo ritorno. Quanto più il Partito comunista usava il 25 aprile per le sue strategie politiche, tanto più cresceva la diffidenza di una parte del Paese per la sua commemorazione”.

“In terzo luogo la data è stata spesso brandita come un’arma contro gli avversari politici… È così accaduto che una festa nazionale venisse usata per fini politici e contribuisse ad alimentare il sentimento che fra ‘noi’ e ‘loro’? esiste una insormontabile incompatibilità. Questo non significa che la data del 25 aprile debba essere ignorata. I partigiani non hanno liberato l’Italia, ma hanno messo la loro vita sul piatto della bilancia e contribuito a modificare l’immagine dell’Italia nel mondo. Gli insorti del 25 aprile non hanno liberato le loro città, ma non potevano sapere, quando passarono all’azione, quali fossero le reali intenzioni dei tedeschi. Il coraggio merita sempre di essere ricordato e onorato” (Corriere della Sera, 29 aprile 2014).

È una risposta che, presumo, debbano condividere appieno con me tutti gl’Italiani antifascisti e anticomunisti, siano essi, generalmente parlando, socialisti o liberali, progressisti o conservatori, perché il 25 Aprile vinse la libertà e la democrazia, come l’intendono questi Italiani, non in parte quelli che pure ne propiziarono l’avvento, insorgendo in armi contro i comuni nemici d’allora.

Anche quell’anno (2014) avevo atteso invano che, dalle celebrazioni del 25 Aprile, venisse almeno un cenno di saluto all’altra Resistenza, quella senza armi degli internati militari, e altrettanto invano che nelle feste sventolassero i tricolori in numero almeno eguale alla somma delle altre bandiere di parte.

Più nel secolo scorso che nell’attuale, qualche raro tricolore affogava nel mare delle bandiere rosse: un paradosso per cerimonie che commemoravano una (pretesa) vittoria nazionale. Era quasi impossibile ascoltare persino un semplice riferimento, non dico ringraziamento, agli Alleati, per non parlare della riconoscenza che avrebbe dovuto essere tributata ai veri liberatori, che hanno riempito tanti cimiteri di guerra nei luoghi di combattimento, mentre non esistono cimiteri di guerra partigiani perché fortunatamente non dovettero combattere come truppe in campo aperto.

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Strane e significative rimozioni di fatti e personaggi

Nella retorica resistenziale, il silenzio ha sempre coperto il contributo delle Forze armate alla guerra di liberazione e i nomi di un Cadorna, di un Montezemolo, di un Perotti. Vi è risuonato l’encomio dei gappisti di Via Rasella ma non ha scandalizzato l’oblio disceso sui trentacinque militari dell’Esercito, dodici dei Carabinieri, sei della Marina e due dell’Aeronautica trucidati alle Fosse ardeatine.

La rimozione più scandalosa riguarda il vice brigadiere Salvo D’Acquisto, medaglia d’oro al valor militare. Il sottufficiale dei Carabinieri sacrificò volontariamente la sua vita per salvare ventidue civili rastrellati dai soldati tedeschi e destinati per rappresaglia alla fucilazione. Offrendosi innocente al loro posto, l’eroe fu abbattuto dalla scarica gridando “Viva l’Italia” e gettato nella fossa scavata dagli ostaggi. Non aveva compiuto ventitré anni, quel 23 settembre 1943. Il martirio è misconosciuto dagli apologeti della Liberazione e pone agl’Italiani un interrogativo denso di implicazioni morali, politiche, storiche. L’atto più eroico della Resistenza, una pura attestazione del bene, è il meno annoverato dalla Resistenza. Perché?

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Sembrerebbe tutto risolto. Invece, no. La Costituzione è democratica perché antifascista? È antifascista perché democratica

Dai postulati suddetti discende un corollario fondamentale che sintetizza gli aspetti connessi al 25 Aprile e le conseguenti implicazioni politiche. Nel corso dei decenni la classe politica, Pci in primis, servendosi della macchina di condizionamento culturale e mediatica e degli apparati di propaganda, è riuscita a rendere ovvia nell’opinione comune la proposizione falsa secondo cui la Costituzione, in quanto nata dalla Resistenza, è democratica perché antifascista. Mentre, al contrario, è vera la proposizione opposta secondo cui la Costituzione è antifascista perché democratica. Sebbene di per sé evidente, la negletta verità di questa proposizione non risulta soltanto ai fanatici.

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Il pasticcio logico e politico dello scambio di significati tra democrazia e liberalismo

L’Italia, avendo inventato il fascismo, soffre di una confusione aggravata, per così dire, rispetto a quella normale ingenerata nei candidi dallo scambio dei significati tra democrazia e liberalismo. Il pasticcio logico e politico consiste in questo, che gl’Italiani in genere sono stati portati a credere che antifascismo significasse al tempo stesso democrazia e liberalismo: un’endiadi, un unicum; mentre semplicemente significa avversione al fascismo e dittature consimili. Se in negativo il significato di antifascismo è chiaro, in positivo non lo è affatto, con la conseguenza di un equivoco circa la natura del nostro sistema politico.

Per effetto della “falsa verità” così inculcata, nelle celebrazioni del 25 Aprile viene onorato un antifascismo generico oltre che la specifica liberazione del suolo patrio. La dimostrazione della falsità della proposizione che vuole derivare la democrazia italiana dall’antifascismo resistenziale è tanto facile quanto evidente.

Tanti esponenti dell’antifascismo, italiani e stranieri, sono stati bensì antifascisti eppure antidemocratici e illiberali. Il campione assoluto della dimostrazione è Stalin che li riassume tutti. Il tiranno comunista, a parte l’occasionale sodalizio e la formale alleanza con Hitler e la Germania nazista per spartirsi la Polonia, fu un irreconciliabile nemico del nazifascismo ma mai, né prima né dopo, un politico ascrivibile a forme liberali di governi anche lontanamente democratici.

Accettando per vera la proposizione falsa, cade il castello illusorio della “Costituzione più bella del mondo”, una vanteria che vi si ricollega in rapporto di causa ed effetto. Benché sia ovvio, anzi per me doveroso, riconoscere che la libertà e la democrazia furono ripristinate anche con il concorso resistenziale di combattenti che le avversavano, quella proposizione porta a concludere che non una libertà e una democrazia compiute e piene avremmo conquistato il 25 Aprile, bensì manchevoli e incomplete. Le avremmo carenti se credessimo davvero che basti l’antifascismo a consegnarcele integre.

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Una pagina di Benedetto Croce

In una pagina dei Taccuini di lavoro, alla data 2 dicembre 1943, Benedetto Croce disegnò da par suo il ritratto di Mussolini (un capolavoro di acume storico, sintesi politica, qualità letteraria) e concluse: “Quando la radio tedesca annunziò la sua liberazione e il suo ritorno all’azione politica, rimasi indifferente, perché egli prese in me la figura di un fantoccio di pezza, che ha perduto la segatura della quale era imbottito, e pende e si ripiega floscio” (Benedetto Croce, Soliloquio, Adelphi, Milano 2022, pag.105).

I posteri della Resistenza, persino i sentimentali resistenti dell’Anpi, temono i postumi del fantoccio? Intendono incarnare, proprio loro, l’aforisma di Marx secondo cui i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire, due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa?

L’antifascismo retrodatato circolante come una scoria indigerita non giova, contro le buone intenzioni quando pure esistano; non giova, dico, alla piena vita libera e democratica dell’Italia, che non è minacciata da un interno reale fascismo riveduto e corretto o da pseudo fascismi, ma da nazioni estere che hanno fatto tesoro del leninismo, in forma integrale od attenuata, non collettivistico ma semplicemente dittatoriale, rinverdendo i fasti del dispotismo asiatico; così, il neofascismo nostalgico, sia come abito mentale sia come maschera ideologica sia come abbigliamento simbolico, che fa da contraltare a quel genere di antifascismo resistenziale, deve essere ripiegato e riposto nella soffitta della storia; così, l’anticomunismo deve rivolgere altrove il disdegno della dottrina che tanti ha illuso quanti ammazzato, e sia detto da me che negli anni incolparono prima di “anticomunismo viscerale” e dopo di “liberismo selvaggio” gli accusatori che oggi giudicano  senza pentimento e senza redenzione.

Immersi nel primo quarto del XXI secolo, è tempo di liberarci del 25 Aprile celebrato al passato. È ora di farne davvero la festa degl’Italiani anziché mantenerlo come giorno festivo di una parte. I discendenti dei vincitori e dei vinti, dei nemici in guerra e degli avversari nel dopoguerra, dal lato giusto o dal lato sbagliato delle frontiere fisiche, ideali, morali, siano magnanimi oggi gli uni con gli altri e lo dimostrino firmando assieme una “legge di pacificazione” che affidi alle coscienze e alle conoscenze la verità, senza rotearla come una clava sulla testa dei dissenzienti.

Conviene ai civili, governanti e governati, da sempre!

 

Pietro Di Muccio de QuattroDirettore emerito del Senato, Ph.D. Dottrine e istituzioni politiche

 

 

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