Minniti, la pace si ottiene coinvolgendo il Sud del Mondo. Italia ponte naturale tra Europa, Usa, Africa e Paesi arabi del Golfo

In Italia gli sbarchi sono aumentati del 60% rispetto allo scorso anno. Ma nel Mediterraneo allargato risiede il problema e insieme la soluzione. L’Ucraina rischia di diventare l’Afghanistan di Putin

Politica

“Oggi non è possibile pensare di arrivare a un cessate il fuoco tra Ucraina e Russia e poi a una pace duratura senza il coinvolgimento del Sud del mondo. È evidente il ruolo del Mediterraneo allargato in un nuovo ordine mondiale da costruire dopo il collasso di quello precedente. L’area mediterranea si muova come soggetto geopolitico unico e riequilibri verso Sud gli spostamenti a Nord provocati dalla guerra. L’Italia ha un ruolo centrale di ponte naturale tra Europa, Usa, Africa e Paesi arabi del Golfo”.

Marco Minniti, ex ministro dell’Interno e più volte sottosegretario a Palazzo Chigi con delega alla sicurezza, da un anno e mezzo presiede la nuovissima Fondazione Med-Or, costola di “Leonardo” dedicata allo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso, e del Medio ed Estremo Oriente.

La sede è una palazzina in un quartiere residenziale di Roma, dove Minniti non sembra rimpiangere affatto il mezzo secolo di carriera politica che ha (forse momentaneamente, chissà) abbandonato.

Sugli scaffali, accanto alle foto di cani dal nome soave ma grossi come vitelli, la collezione di modellini di aerei da guerra, compreso un Sukhoi dell’aeronautica russa memento di altri tempi e altre fasi politiche.

L’ex titolare del Viminale analizza lo scenario attuale, dall’incontro Biden-Xi all’“incidente da fine del mondo” sfiorato in Polonia: “L’Ucraina rischia di diventare l’Afghanistan di Putin. Se si apre uno spiraglio di negoziato non va sprecato”.

E non sottovaluta la prospettiva di una crisi umanitaria globale: “Dall’Ucraina si sono mossi 10 milioni di profughi, l’Europa ha retto bene e non era scontato. Ma se ricomincia la migrazione attraverso il Mediterraneo rischia di trovarsi stretta in una morsa umanitaria. Una tenaglia che può diventare elemento di forte tensione interna”.

L’area euro-mediterranea, già complessa di per sé, è stata resa cruciale dalla guerra in Ucraina sotto tre aspetti: energetico, alimentare e umanitario. Come è cambiato il quadro dopo il 24 febbraio e quali sono le attuali priorità geopolitiche?

La guerra in Ucraina rappresenta uno spartiacque nella storia del mondo. Non che non ce ne siano altre, purtroppo, ma questa è unica per la collocazione nel cuore dell’Europa e per la rilevanza degli attori, Russia in primis. Quando c’è una rottura storica nel mondo interconnesso di oggi si allenta la tensione – penso al lockdown durante la pandemia – ma poi l’interconnessione riprende più impetuosa di prima, consumando le distanze economiche, sociali, comunicative. Così dall’Ucraina sono partite tre grandi onde d’urto.

La prima è, appunto, quella energetica.

L’aggressione a Kiev e le sanzioni a Mosca hanno innescato una drammatica crisi energetica che ha nel Mediterraneo allargato il punto d’impatto. Bene le iniziative dell’Italia per l’indipendenza energetica rivolte verso l’Africa, dall’Algeria al Mozambico. Ma ricordiamoci che i primi produttori al mondo di energia sono i Paesi del Golfo. Poi c’è la partita dei metalli delle terre rare: gli I-phone di Cupertino dipendono da quel mercato in cui domina la Cina, che ha sviluppato forti investimenti strategici proprio in Africa.

La seconda onda d’urto, la cosiddetta crisi del grano, sembra sotto controllo. È così?

Ucraina e Russia sono i primi produttori mondiali di grano, se si bloccano le loro esportazioni sono guai. Questo scenario è stato in parte evitato grazie all’iniziativa di Onu e Turchia dei “corridoi del grano” che hanno finora veicolato 8,5 milioni di tonnellate di quel cereale. Ma l’accordo è in scadenza e ci sono ombre sulla volontà di rinnovo della Russia. Questo mette a rischio la tenuta sociale e la stabilità di Paesi come Egitto e Tunisia che stanno calmierando il prezzo ma indebitandosi con il Fmi. Non dimentichiamo che nelle Primavere Arabe le potenzialità hanno spesso ceduto terreno alla delusione.

Il rischio di carestia globale e conseguente crisi umanitaria rimane concreto?

Dall’Ucraina si sono mossi 10 milioni di profughi verso l’Europa. Alcuni sono rientrati in patria, molti sono in Ungheria, Polonia, Germania: l’Ue ha retto bene e non era scontato. Ma se a questo fenomeno si accompagna la ripresa della migrazione attraverso il Mediterraneo, l’Europa rischia di trovarsi stretta in una morsa umanitaria. E se la tenaglia si stringe può diventare elemento di forte tensione interna.

La chiusura dei porti italiani alle Ong ha portato a frizioni con la Francia. Si ripropone il dibattito, che lei conosce bene, tra Paesi di prima accoglienza e Paesi di asilo o ricollocamento. Vede una ripresa degli sbarchi o piuttosto un atteggiamento “identitario” del nuovo governo di centrodestra?

Gli sbarchi in Italia sono aumentati del 60% rispetto all’anno scorso, è stata superata quota 90mila profughi. Ma nel Mediterraneo allargato risiede il problema e insieme la soluzione. Un esempio: il cartello Opec, che riunisce i Paesi arabi del Golfo e la Russia, avrebbe potuto aumentare la produzione di petrolio e invece ha scelto di diminuirla di 20 milioni di barili. Oggi non è possibile pensare di arrivare a un cessate il fuoco prima e a una pace duratura poi senza il coinvolgimento del Sud del mondo. È evidente il ruolo del Mediterraneo allargato in un nuovo ordine mondiale che va costruito dopo che la guerra in Ucraina ha portato al collasso di quello precedente. A fianco degli Usa, della Cina, di un’Europa protagonista politica e dell’India diventata prima potenza demografica del mondo.

Obiettivo ambizioso. Davvero l’area euro-mediterranea, così variegata e frastagliata, può acquisire voce unica?

Il Mediterraneo allargato è tante cose, non un’identità politica compiuta bensì un insieme di storie e religioni diverse. Tuttavia non se ne può prescindere: serve al percorso verso la pace. È qui che si trova il maggior numero di Paesi “indifferenti” alla guerra. E non è casuale che qui sia collocato il principale mediatore di questa fase, la Turchia. Se si vuole isolare diplomaticamente Mosca la partita fondamentale si gioca nel Mediterraneo: le pressioni di Ankara e dei Paesi arabi sulla Russia sono più forti di quelle di un’Europa che ha già rotto i legami economici.

Il G20 di Bali è stato un passo avanti in questo percorso?

Ha segnato icasticamente una gigantesca contraddizione. Da un lato i grandi del mondo hanno deplorato l’invasione e paventato l’effetto escalation. Compresa la Cina, con il no all’arma nucleare. Dall’altra Putin non ha partecipato e si è sfiorato l’incidente da fine del mondo – per fortuna rientrato – in Polonia. Al sollievo si accompagna la consapevolezza che camminiamo sul filo del rasoio.

Ma su quale terreno concreto può rivelarsi determinante l’area mediterranea?

La Russia ha subito una sequenza di scacchi militari, da ultimo il ritiro da Kherson. Mentre è difficile che Kiev possa riconquistare tutti i territori che ha perso dal 2014. Se si apre uno spiraglio non va sprecato e se il Mediterraneo allargato riesce a diventarne protagonista attivo sarà determinante. È un negoziato difficile, da perseguire step by step. A partire da un cessate il fuoco che ristabilirebbe un minimo rapporto di fiducia tra le parti. Un segnale è arrivato dall’incontro diretto tra Biden, rinvigorito dall’esito delle elezioni di Midterm, e Xi. Consideriamo che la Russia ha perso per sempre lo status di grande potenza mondiale ed è entrata nell’orbita cinese. Ne è diventata un vassallo.

È un enorme mutamento degli equilibri geopolitici. Che conseguenze avrà?

Pochi ricordano che prima del 1989 il principale antagonista della Cina era l’URSS. La Cia era presente sul territorio cinese proprio in funzione antisovietica. Solo dopo Pechino ha aperto la sfida agli Usa con uno slogan scaltro: “hiding your capabilities and buying your time”, nascondi le tue capacità e compra il tempo che ti serve. Con una chicca: la prima portaerei la Cina l’ha comprata dall’Ucraina in una svendita dell’arsenale ex sovietico. È tecnicamente un capolavoro: aprire la competizione strategica con gli Usa e rendere la Russia un satellite, grazie al clamoroso azzardo di Putin che si sta rivelando ogni giorno più avventato. Il tweet di Dugin dice la pura e semplice verità: la sconfitta per un autocrate mette in gioco anche la vita. Più passa il tempo, più l’Ucraina rischia di diventare l’Afghanistan di Putin.

La politica internazionale è tornata a parlare di un “patto per l’Africa”. Con quali interlocutori principali e quali costi?

Ogni passaggio traumatico presenta delle opportunità. C’è un filo rosso che assegna all’Italia – Paese saldamente europeista e atlantista ma storicamente dialogante – un ruolo strategico fondamentale di ponte naturale tra Usa, Europa e Mediterraneo allargato. È il compito e l’obiettivo su cui deve concentrarsi in questa fase per la sicurezza nazionale e globale. Serve un piano per la stabilizzazione e la prosperità dell’Africa: senza entrambi questi elementi l’incendio anziché spegnersi si propagherà. Non si tratta solo di governare i flussi migratori, pensiamo che nonostante la guerra la Russia ha mantenuto la presenza nel Nord Africa. Bisogna dare un segnale di vicinanza a quei Paesi che stanno chiedendo prestiti al Fmi. E creare rapporti solidi con Turchia e Paesi arabi. L’abilità politica di Ankara – che ha inviato droni a Kiev ma non ha applicato sanzioni a Mosca – ha ottenuto un risultato positivo per tutta la comunità internazionale.

Sulla mediazione di Erdogan si è abbattuto l’attentato ad Istanbul. Il mondo è ancora ostaggio del terrorismo?

Capiremo le cause e gli autori di quell’attentato. Ma certo una situazione di tensione può portare alla ripresa del terrorismo internazionale. Dopo l’Afghanistan, l’Africa è il principale incubatore delle varianti autoctone delle organizzazioni islamiche. Stabilizzarla è fondamentale anche in questa prospettiva. Ma anche i Paesi del Golfo hanno forte capacità di influenza in quel continente.

Insomma, lei tratteggia una “rivincita” del Sud del mondo che passi attraverso le difficoltà dell’Europa e dell’ordine geopolitico finora costituito senza consegnare la supremazia economica, tecnologica e strategica a Cina e India. È così?

Auspico che il Mediterraneo allargato acquisisca una soggettività geopolitica, cominci a ragionare come un soggetto unico e riequilibri verso Sud gli spostamenti verso Nord provocati dalla guerra. Sono un sostenitore dell’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato: è il principale successo di Putin dovuto all’eterogenesi dei fini. Ma se il baricentro dell’Alleanza si sposta a Nord, va compensato da una spinta meridionalista in cui l’Italia ha un ruolo centrale.

 

Federica FantozziGiornalista

 

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