La rana bollita di Chomsky. Complessità di una metafora sociale

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Dalla descrizione di un esperimento scientifico elementare, di evidente concretezza, scaturisce un’astrazione fatta propria da una delle intelligenze più acute in attività. La mente è quella, instancabile, di Noam Chomsky, che tra pochi giorni compirà 94 anni.

Dall’esperimento, conosciuto come la “esperienza della rana bollita”, il celebre linguista, filosofo, matematico e attivista politico statunitense ha tratto spunto per elaborare una metafora, non priva di elementi paradossali, che nell’attuale fase potenzialmente esiziale per la vicenda umana credo sia utile richiamare.

L’esperimento risale al 1882 e si inquadra nello spirito tardo positivista che sul modello dell’Europa, Gran Bretagna e Francia soprattutto, avrebbe contrassegnato in modo determinante lo scientismo del Nuovo continente.

Presso la John Hopkins University, a Baltimora, alcuni fisici hanno un’idea un po’ crudele per provare la resistenza di un essere vivente al calore. Presa una rana, la mettono in una pentola di acqua fredda, sotto alla quale accendono poi un fornelletto, tenendo la fiamma molto bassa. L’acqua all’inizio si stiepidisce appena, cosa che all’inizio risulta gradita all’anfibio.

Col passare dei minuti la temperatura aumenta, ma la rana sembra essersi adattata e non ha reazioni. Ancora un po’ di tempo e quell’acqua si è fatta caldissima; neanche fosse una salamandra – un altro anfibio, al quale gli antichi testi alchemici attribuivano il potere sovrannaturale di resistere al fuoco – la rana è sempre immobile. Così però resterà, sino a che gli sperimentatori non accerteranno che è morta bollita. La prova non appare particolarmente significativa, se non per la ovvia constatazione che se fosse stata immersa quando l’acqua era già molto calda, poniamo a 50 o 60 gradi, la rana avrebbe certamente reagito, avendo un guizzo e saltando fuori dalla pentola, o almeno provandoci.

Invece quella gradualità ha innescato una sorta di abitudine, alla quale l’animale, ormai debilitato, non è stato capace di reagire, portandolo all’inazione e alla morte.

Questo antico episodio Chomsky, reputato dalla maggioranza degli specialisti il più importante linguista vivente, lo ha trasferito in un altro campo speculativo cui, particolarmente negli ultimi anni, si è dedicato con grande assiduità: l’acquiescenza dell’uomo contemporaneo ai centri di potere; i quali, sostiene Chomsky, artatamente e agendo con subdola lentezza lo prevaricano, arrivando a sottrargli capacità di giudizio, di reazione e poteri decisionali che non siano in linea con i loro tornaconti.

È come un processo di mitridatizzazione al contrario. Mentre assumere veleni a piccole dosi serve, per così dire, a immunizzarsi contro i loro effetti letali, se i cambiamenti socio-politici avvengono a poco a poco, spesso presentati addirittura come vantaggi agli ingenui, ai pigri, agli sciocchi, o anche semplicemente ai deboli e agli inadeguati, gli scenari e la vita della gente comune vireranno al peggio, con un costo e una conflittualità minimi per chi trae beneficio da quei cambiamenti di stato.

Tra gli aspetti paradossali e contraddittori che la metafora di Chomsky mette in luce, c’è lo spirito di adattamento crescente verso un continuo assottigliarsi di vantaggi e di conquiste che dopo gli anni “gloriosi” del boom economico, almeno nei paesi avanzati occidentali e in alcune nazioni asiatiche di punta, sembravano ormai acquisiti e irrinunciabili.

Invece oggi lavoratori e classi medie sono schiacciati dall’economia, che il Chomsky politico, che a tratti si dichiara su posizioni socialiste-libertarie o anarco-sindacaliste, non ha dubbi essere eterodiretta dai gruppi di potere, peraltro concentrati soprattutto negli Stati Uniti. Si potrebbe obiettare, a questo punto, che pressoché tutti gli studi qualificati di tipo socio-antropologico, a cominciare dalla paleontologia, hanno sempre individuato nella capacità dei nostri antenati di adattarsi alle più varie avversità ambientali – clima, alimentazione, animali feroci, altri gruppi umani ostili, ecc. – come la fonte principale della resilienza e della resistenza della nostra specie.

Allora perché Chomsky stabilisce il paragone con la povera rana? Per una questione di tempi. Fino a che la rana percepisce che l’acqua ha un gradevole tepore va tutto bene; è con la temperatura che sale impercettibilmente che ha inizio il dramma, che alla fine si converte in tragedia. Essendo a sangue freddo, l’animale ha un sistema di termoregolazione esogeno e, soprattutto, gli è nemico il freddo, tanto che d’inverno va in letargo. Per questo inizialmente apprezza il calore; quando questo si fa torrido, invece, altrettanto ne risente e passa ad una condizione definita estivazione, appunto il contrario dell’ibernazione, nella quale cerca riparo sotto terra, nella cavità di un tronco o dove possa esserci ombra. Ma in un liquido che in ebollizione raggiunge i cento gradi centigradi non può esserci salvezza.

E l’uomo? A differenza degli anfibi, potrebbe regolare la propria temperatura abbastanza autonomamente, ma non lo fa. In uno stato di apparente benessere, che potremmo definire gli “ozi di Capua” dello spirito, si abbandona a una lenta deriva, facendosi complice inconsapevole degli obnubilatori della sua coscienza e alla fine vittima di sé stesso. Per Chomsky, il responsabile principale di questo processo è il sistema mediatico, che secondo lui è controllato dai gruppi di potere, quando addirittura non ne fa parte. Sono proprio i media che hanno addormentato la gente, facendola tendere verso una sorta di ebetudine stuporosa e sospendendone quasi lo stato di coscienza.

Sebbene parta da presupposti diversi, non troppo dissimili sono le conclusioni alle quali sembra arrivare un altro americano visionario, non statunitense, stavolta, ma canadese, Marshall McLuhan.

Al filosofo, sociologo e “massmediologo” più famoso, inventore dei due “topoi” che parlando di comunicazioni sono imprescindibili, il “villaggio globale” e l’aforisma “il medium è il messaggio”, il linguista Chomsky ruba il mestiere. Lo fa quando nel libro intitolato “Media e potere” affronta le tematiche relative ai mezzi di informazione. Ma a differenza del canadese, che non senza certe ambiguità e contraddizioni non vede necessariamente un male nel “villaggio” reso globale dai satelliti, Chomsky resta incrollabilmente attaccato a una concezione squisitamente politica.

Lo fa anche nei confronti del fenomeno della globalizzazione; sorta di “fata Morgana” della conoscenza, che alla fine si rivela essenzialmente un veicolo illusorio, mentre risulta terribilmente efficace per perpetuare la messa in discussione delle libertà individuali, l’apatica indifferenza, la perdita della dignità personale, del senso del bello e soprattutto dell’etico. Cosa, quest’ultima, che comporta un’altra perdita, ancor più originaria, direi addirittura primordiale, la voglia, e quindi la capacità, di lottare. Come in certe vignette di Altan (che talvolta valgono come un trattato di sociologia), ciò che oggi resta dell’“individuo secondo Chomsky” sembra dire all’amico che gli fa notare quanto cupo si stia delineando il futuro: “Dobbiamo accontentarci, perché domani sarà peggio”.

L’effetto peggiore dell’immobilismo proprio di questi anni, che fa sopportare come eventi ineluttabili cose che qualche decennio fa avrebbero suscitato indignazione, prese di posizioni, reazioni, è la passiva accettazione che molti hanno nei confronti dei disastri ambientali causati dall’uomo. Già in una intervista di alcuni anni fa Chomsky, secondo il suo stile che non conosce mezzi termini o possibilistica ponderazione, dichiarò di sentire di star correndo verso il baratro, “senza uscita e senza sopravvivenza”, rappresentato da una catastrofe ecologica. Il tempo per cercare di invertire questa tendenza, sembra ribadire oggi, è sempre più scarso e siamo chiamati a mettervi rimedio entro poche generazioni.

Tutta la comunità scientifica seria ripete i rischi altissimi insiti nel riscaldamento globale e riconosce che i combustibili fossili devono essere lasciati nel sottosuolo, se i nostri nipoti vogliono avere prospettive di vita accettabili. Su altre letture sociali che Chomsky dà della contemporaneità molti, non di rado con ragione, possono essere in disaccordo e giudicare contraddittorie alcune sue interpretazioni del mondo. Ritengo però inattaccabili i giudizi, oltre tutto da scienziato, che egli formula sulle emergenze della Terra.

Il “padre della linguistica moderna”, che solo pochi specialisti possono seguire quando parla delle discipline che insegna da 70 anni, per i molti che invece ne seguono il discorso “politico” seguita a lanciare i suoi moniti in difesa del pianeta. Ma per la grande stampa del suo paese, che comprensibilmente si dichiara incompetente a seguirlo sulla strada di studi che gli sono valsi 42 lauree ad honorem (il conto è incompleto), se parla di ambiente o di giustizia sociale è solo un vecchio straordinariamente ingenuo.

 

Carlo GiacobbeGiornalista e scrittore

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