Europa, il salto di qualità è la Federazione

Ha ragione Draghi: "l’integrazione europea deve essere partecipata, affiancando il pragmatismo all’idealismo federalista".

MondoPolitica

Le drammatiche vicende della guerra nel cuore del nostro continente fanno riemergere e pongono con urgenza, all’attenzione dei governanti e dei cittadini dell’U.E., il tema della tempestiva capacità decisionale delle sue istituzioni, dalla quale dipende l’efficacia e la credibilità stessa delle risoluzioni adottate.

L’Unione oggi ricorda una confederazione di stati “sovrani”, non di rado in disaccordo fra loro su scelte importanti quali, per citare le più note, la politica dell’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, la politica energetica e, recentissime, le sanzioni nei confronti della Russia di Putin. Le divaricazioni registratesi hanno imposto estenuanti mediazioni al ribasso, che hanno ridimensionato la portata delle decisioni rispetto agli obiettivi che si volevano inizialmente conseguire.

Al fine di superare l’attuale situazione di impasse, alcuni rappresentanti dei governi e della politica europei hanno avanzato idee e proposte da considerare con attenzione.

La Comunità politica proposta dal Presidente francese Emmanuel Macron non costituirebbe una più avanzata configurazione dell’Unione, ma un ambito più largo nel quale gli stati europei, che aderirebbero sulla base di comuni valori di massima, troverebbero ragioni e modi di comune sicurezza e sistemi di cooperazione nei campi dell’energia, delle infrastrutture, della circolazione delle persone.

La proposta del Presidente francese, che in verità non sembra porsi in pieno l’obiettivo della efficace funzionalità degli organismi europei e della necessaria maggiore integrazione istituzionale, potrebbe comunque rappresentare la soluzione per aggregare nella “Comunità” sia i paesi non ancora UE che intendano farne parte,  sia quelli già accolti troppo frettolosamente nell’Unione e che, invece, dimostrano di voler conservare tuttora una completa autonomia decisionale, adottando scelte a volte decisamente contrastanti con gli orientamenti della maggioranza degli altri stati dell’Unione.

L’abbandono dell’unanimità proposta da Macron costituisce peraltro un reale passo in avanti, in particolare se l’obiettivo da raggiungere è più alto rispetto alla creazione di una specie di confederazione e se il cammino da percorrere ha come meta non lontana la federazione europea. Infatti, se ogni stato dovesse rimanere “sovrano”, le decisioni a maggioranza rischierebbero di riprodurre di nuovo accordi al vertice fra gli stati più forti su temi che riguardano la vita delle popolazioni. Risoluzioni e riforme che riguardino politica estera, agricoltura, sanità, giustizia, accoglienza, economia, finanza, non debbono corrispondere a scelte concordate soltanto da alcuni governi “coalizzati”.

Di particolare interesse appare, pertanto, l’articolazione delle proposte di Macron riguardanti la modifica dei trattati istitutivi dell’Unione Europea (“raccomandata” anche dal Parlamento Europeo), l’abolizione dell’unanimità con la conseguente introduzione del voto a maggioranza degli stati, la prerogativa in capo al Parlamento Europeo (ora l’unico organo democraticamente eletto) di iniziativa legislativa autonoma.

Fra le proposte di valori, fondamentale appare la definizione di finalità comuni per clima, piena occupazione, giustizia sociale, crescita economica.

La visione di mutamenti istituzionali contenuta nella proposta di Enrico Letta, Segretario del Partito Democratico, pur apprezzabile negli intenti generali (coinvolgimento di nuovi paesi europei nella creazione di una democrazia subcontinentale: da 27 si passerebbe a 36 paesi), non si discosta granché dalla situazione attuale. L’iter proposto di summit dei leader di ben 36 paesi è simile a quello degli incontri al vertice fra i vari ministri degli stati dell’Unione (già di faticosa conduzione ora che gli stati aderenti all’UE sono “soltanto” 27), che non hanno evitato, come ribadito,  situazioni di gravi divergenze nelle intenzioni e nei comportamenti.

Occorre riproporre con determinazione l’obiettivo di una Costituzione europea che accolga i principi basilari della democrazia, dell’uguaglianza sociale, dell’universalità dei valori umani. Una costituzione per gli Stati Uniti d’Europa, che sancisca la preminenza di un Parlamento federale – nel quale siano largamente rappresentati i popoli e, in misura decisamente minore, gli stati federati –pienamente titolare della legislazione in tutte le materie di rilievo non locale, che sia l’orientatore e il riferimento democratico dell’azione di un unico governo europeo. Mutuando una incisiva essenziale sintesi di Mario Draghi, si può affermare che “l’integrazione europea deve essere partecipata, affiancando il pragmatismo all’idealismo federalista”.

In questo senso è quindi indispensabile una coraggiosa rottura degli indugi da parte degli stati già orientati ad una integrazione di tipo federale, i quali inizino – con chi ci sta – il percorso della costituzione degli Stati Uniti d’Europa, lasciando in vita l’attuale Unione di stati con le funzioni – ridefinite dalle auspicate modifiche dei trattati – di coordinamento di massima, di confronto politico, di approfondimento delle tematiche importanti, di possibile composizione delle situazioni di contrasto. La successiva ammissione agli Stati Uniti d’Europa non dovrebbe ricalcare assolutamente gli errori e le frettolosità che hanno contrassegnato l’allargamento dell’Unione.

Se non è questa la visuale, continueranno purtroppo a riproporsi le situazioni di indecisione, di stallo, di contrasti che finora hanno tarpato l’efficacia delle decisioni europee.

 

Rino Giuri – Già funzionario e ispettore della Banca d’Italia

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