Mani pulite e la fine del PSI. Cicchitto: “Un colpo di Stato”

Nel suo “L’odissea socialista”, Fabrizio Cicchitto distingue tra la distruzione del Partito Socialista e la sopravvivenza di una cultura riformista più profonda, ineliminabile dalla storia repubblicana ma oggi ridotta a etichetta vuota, mentre il contributo storico del socialismo italiano resta un patrimonio ancora irrisolto

C’è una parte della storia politica italiana che continua a pesare sul presente, anche quando sembra archiviata. È da qui che prende le mosse L’odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi. 2 giugno 1946 – 19 gennaio 2000, il nuovo libro di Fabrizio Cicchitto pubblicato da Rubbettino e presentato alcuni giorni fa alla Camera dei Deputati. Beemagazine ne ha parlato con l’autore, Presidente associazione Riformismo e Libertà, già senatore e deputato, presidente Presidente della 3^ Commissione Affari Esteri della Camera, per approfondire il senso di un volume che, tra analisi storica, documenti ed esperienza personale, ripercorre le fratture, le ambizioni, le contraddizioni e i passaggi più delicati della vicenda socialista italiana. Dalle ferite del dopoguerra alla stagione riformista, fino alla crisi degli anni Novanta e alla morte di Bettino Craxi in esilio, il libro restituisce un affresco denso, utile non solo a rileggere il passato, ma anche a capire meglio alcune linee profonde della nostra storia repubblicana.

Lei nel libro distingue chiaramente tra la fine del Psi e la persistenza di una più ampia cultura socialista. Che cosa ha comportato, per la politica italiana, la chiusura del Partito Socialista e quale traccia è rimasta invece di quella tradizione riformista?

Tangentopoli ha raso al suolo il Partito Socialista Italiano, cioè l’unico partito socialista riformista che allora fosse realmente in campo. La cultura socialista è invece rimasta in piedi e continua a esprimere personalità significative, fondazioni, analisi, riflessioni e proposte importanti, anche se senza immediate ricadute politiche. La tradizione socialista, quella, è ineliminabile, perché è iscritta nella storia di questo Paese: parte dal 1892, anzi anche prima, e attraversa tutta la vicenda italiana fino alla presenza del Partito Socialista, continuando ancora oggi almeno come memoria storica. Detto questo, non c’è dubbio che dal 1994, non solo per le inaccettabili decisioni prese da Ottaviano Del Turco, Roberto Villetti e Enrico Boselli, ma per l’effetto dell’operazione eversiva che allora avvenne, il Partito Socialista come tale sia stato abbattuto. Le sigle successive non hanno avuto né la dimensione, né lo spessore, né la forza del vero Partito Socialista Italiano, che per molti aspetti si è concluso con Craxi.

Lei definisce Mani Pulite un “colpo di Stato moderno”, consumato non con la forza militare ma attraverso l’uso politico della giustizia e la sua amplificazione mediatica. Perché usa questa definizione e quali furono, a suo giudizio, i meccanismi che portarono alla demolizione dei partiti di governo di allora?

Mani Pulite e Tangentopoli non sono la stessa cosa: Tangentopoli era il sistema, Mani Pulite fu l’operazione. Io parlo di colpo di Stato moderno. Se Curzio Malaparte dovesse riscrivere il suo Tecnica del colpo di Stato, dovrebbe aggiungere un capitolo per spiegare che in quegli anni è avvenuto un colpo di Stato di tipo nuovo: non fatto con i carri armati o i paracadutisti, ma attraverso l’uso politico della giustizia, amplificato dal circo mediatico. Si determinò una combinazione precisa. Non a caso, quegli anni furono dominati da due pool: il pool dei pm di Milano, nel quale era presente Gerardo D’Ambrosio, storico militante del Partito Comunista, e il pool dei direttori dei giornali del Corriere della Sera, de La Stampa e di Repubblica. Il Partito Comunista, in quei due pool, era presente in modo molto incisivo. Il segreto istruttorio, di fatto, non esisteva più. Lo hanno raccontato anche i protagonisti di quella stagione. I direttori dei giornali, o loro delegati – tra questi Antonio Polito e Piero Sansonetti – hanno spiegato come andavano le cose: alle 19 di ogni sera il pool dei giornalisti si consultava e, sulla base delle notizie che arrivavano in modo sistematico dai pm, decideva quali sarebbero state le pagine del giorno successivo, chi mettere nel mirino e in quale modo.

L’effetto fu quello che il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli, che sapeva bene come andavano le cose, definì la “sentenza anticipata”. Se una personalità politica, il cui peso dipendeva dal prestigio e dalla credibilità, riceveva un avviso di garanzia – e non parliamo di una custodia cautelare – bastava che quel provvedimento finisse il giorno dopo in prima pagina sui principali quotidiani, amplificato dalle reti televisive, comprese quelle di Silvio Berlusconi che fino al 1994, per salvare la pelle, si schierò con il pool, perché quella persona fosse politicamente distrutta. Anche se poi, sette o otto anni dopo, fosse stata assolta in terzo grado di giudizio. Se questo accade a dieci, cento, mille, diecimila dirigenti politici, come è accaduto al Partito Socialista, ai partiti laici – repubblicani, socialdemocratici, liberali – e all’area di centrodestra della Dc, quelle aree politiche vengono rase al suolo. A conferma del carattere organicamente irregolare ed eversivo dell’operazione, poi c’è anche un altro elemento.

Quale?

Partendo dal caso Mario Chiesa, il faldone rimase l’unico contenitore processuale nel quale furono riversate tutte le vicende di Mani Pulite, anche quando si trattava di soggetti e storie che non avevano alcun rapporto tra loro e che avrebbero dovuto essere trattati in procedimenti autonomi, da magistrati diversi. Il faldone unico servì invece ad avere un unico gip, Italo Ghitti, che quasi sempre convalidava le richieste di arresto dei pubblici ministeri. A questo si aggiunse il carcere come strumento di confessione. E tutto ciò avvenne in una situazione nella quale tutti i partiti politici, senza eccezioni — compreso, sia pure marginalmente, l’Msi — e tutti i grandi gruppi economici, pubblici e privati, erano coinvolti nel sistema di Tangentopoli. Però venne fatta una scelta: i colpi furono concentrati su Craxi in primo luogo, poi su tutto il Psi, senza eccezioni, quindi sui partiti laici e su un’area di centrodestra della Dc. Furono invece rigorosamente salvati il nucleo stretto dirigente del Pds — non tutto il Pds, ma il gruppo dei “ragazzi di Berlinguer” — e un nucleo altrettanto ristretto della sinistra democristiana.

La conferma più plateale sta anche in quanto racconta lo stesso Antonio Di Pietro, quando dice: “Io arrivo alle soglie di via delle Botteghe Oscure e provo che Raul Gardini era andato a un incontro con Achille Occhetto con una valigetta in cui c’era un miliardo di lire. Però non sappiamo a chi sia stata consegnata”. E così la cosa è rimasta lì, per aria. Se un episodio del genere fosse avvenuto alla direzione del Psi con Craxi o alla direzione della Dc, Di Pietro non avrebbe esitato a coinvolgere tutti, dagli uscieri ai segretari di partito. Invece si fermò, perché non ebbe la testimonianza diretta di chi avesse ricevuto quella valigetta, portata alla direzione del Pci per ringraziarli della defiscalizzazione di un’operazione economica che interessava Gardini. Addirittura, quando si celebrò il processo, Giuliano Spazzali, avvocato di Sergio Cusani, chiese l’escussione come testimoni di Occhetto e Massimo D’Alema. Il presidente del tribunale la rifiutò. Perché quello era un processo-gogna: doveva servire, nelle intenzioni di chi ne aveva la regia, a massacrare i segretari dei partiti di governo tradizionale, dalla Dc al Pli, senza sfiorare i massimi dirigenti del Pci-Pds.

Nel libro, lei ricorda che lo scontro tra socialismo riformista e Partito Comunista prima e Pds poi: da Matteotti fino a Craxi. Questa ostilità ha avuto una sua continuità storica?

L’ostilità dei massimalisti prima e dei comunisti poi nei confronti dei socialisti riformisti è stata fortissima. Addirittura, quando Giacomo Matteotti fu ucciso e il suo cadavere venne ritrovato, Antonio Gramsci – non Amedeo Bordiga, ma Gramsci – lo definì “pellegrino del nulla”. Analoghi giudizi, in quella stessa vicenda, formularono Ruggero Grieco e Pietro Secchia. E successivamente, quando Filippo Turati morì in esilio, Togliatti lo definì “il più corrotto fra i dirigenti del movimento operaio italiano”. Questa damnatio del riformismo durò dagli anni Venti fino agli anni Settanta-Ottanta. A rilanciare quella cultura fu Bettino Craxi, che ebbe il coraggio politico, al congresso socialista di Palermo del 1981, di intitolare la sua corrente “corrente riformista”. Da allora venne infranta non una conventio ad excludendum, ma una convenzione a demonizzare la tendenza riformista. Successivamente, anche per effetto della crisi del comunismo in Unione Sovietica, nei Paesi dell’Est e in Europa occidentale, il riformismo è diventato un tratto caratterizzante di una parte larga della sinistra italiana.

Il risultato beffardo è che oggi tutti si dicono riformisti, anche se di riformismo ne vedo molto poco. Molto riformismo ci fu invece nel centrosinistra dal 1961-62 fino al 1974-75, con andamenti non rettilinei ma a zigzag, con momenti alti e momenti bassi. I governi di unità nazionale del 1976-79 non ebbero alcun elemento di riformismo e anche quelli successivi fecero molte operazioni, ma di riformismo ce ne fu molto poco. Resta il fatto che, da un certo momento in poi, tutti cominciarono a definirsi riformisti.

Se dovesse spiegare a un giovane studente o a un giovane lettore quale sia stato il contributo più importante dei socialisti alla storia della Repubblica, da dove partirebbe?

Partirei da fasi diverse, anche precedenti alla Repubblica. Già nei primi anni del Novecento il socialismo riformista di Turati, attraverso l’intesa politica con Giovanni Giolitti, ottenne risultati importanti sul terreno della previdenza sociale e anche su quello dell’allargamento del suffragio, almeno per quanto riguardava il voto maschile, pur con limiti ancora notevoli.

Successivamente, quando il Partito Socialista riacquistò la sua autonomia dal 1956 in poi, venne costruito un autentico laboratorio politico del riformismo. E riguardò non soltanto i socialisti, ma anche forze laiche come Ugo La Malfa e forze cattoliche, a partire da Amintore Fanfani. Il precedente storico, nella Dc, era Giuseppe Dossetti, che poi si ritirò dalla politica per vivere il suo impegno in altro modo, dentro la Chiesa e il mondo cattolico. Ma, insomma, nella Dc ci furono almeno due componenti riformiste: quella fanfaniana e quella della sinistra sociale dei sindacati e delle Acli. Da lì nacquero la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni, la scuola, la casa, la sanità: una serie di riforme che hanno segnato un pezzo importante della storia italiana. Alcune sono andate avanti, altre sono state bloccate; ci sono stati fenomeni evolutivi e involutivi, perché non sempre il pubblico coincide con l’eccellenza, ma non lo è neppure il privato. Tuttavia, un pezzo decisivo della storia italiana è stato segnato in questo modo.

Più in generale, il passaggio dal capitalismo a un socialismo indistinto e indefinito è una prospettiva impraticabile. Quando si è tentato di realizzarlo con l’esproprio e la pubblicizzazione integrale dell’economia, gli effetti sono stati disastrosi. Si è visto, invece, che l’unica via per una sinistra razionale e ragionevole è quella di realizzare, parafrasando e rovesciando Berlinguer, un compromesso storico con il capitalismo: per regolarne gli andamenti e ritagliare risultati positivi sul terreno dell’occupazione, degli alti salari, delle case, delle scuole, degli ospedali. È un’operazione difficilissima, che in certi momenti ha avuto successo e in altri no. Ma questa è l’unica via possibile. L’altra, quella della transizione dal capitalismo al socialismo e al comunismo, o non riesce, o provoca reazioni pericolosissime, oppure, nei casi in cui è riuscita grazie all’Armata Rossa, ha prodotto conseguenze totalitarie.

Oggi il quadro internazionale è segnato da conflitti aperti e da tensioni sempre più estese, dall’Ucraina al Medio Oriente. Alla luce della Sua lunga esperienza alla guida della Commissione Esteri, qual è la crisi che giudica più pericolosa per gli equilibri globali e quale, invece, rischia di essere più sottovalutata?

Il regime iraniano presenta da tempo molteplici elementi di pericolosità: la repressione interna, l’uso di forze armate e terroristiche indirette, la disponibilità di missili a lunga gittata, l’ambizione nucleare e l’obiettivo dichiarato di colpire Israele. Di fronte a una minaccia di questa portata, una risposta era inevitabile. Ma proprio per questo sarebbe stato necessario muoversi con una linea politica chiara, definita, razionale.

È esattamente ciò che è mancato alla presidenza Trump, che si è distinta per un grado di imprevedibilità altissimo e per una pericolosa oscillazione tra muscolarità verbale e assenza di visione strategica. Trump non ha soltanto indebolito il linguaggio della diplomazia: ha colpito alcuni dei fondamenti del sistema di equilibrio istituzionale americano e ha alimentato tensioni con gli stessi alleati europei, dalla Nato ai singoli governi nazionali. In alcuni passaggi, il suo linguaggio è apparso addirittura inaccettabile sul piano politico e civile.

Tutto questo impone una riflessione netta. L’Occidente attraversa oggi una delle sue fasi più difficili, perché si trova a fronteggiare contemporaneamente minacce esterne molto serie e una crisi interna di direzione politica. È proprio in questo passaggio che l’Europa deve ritrovare sé stessa. Non può più limitarsi a reagire in ordine sparso, né può restare prigioniera di meccanismi decisionali che paralizzano ogni scelta strategica. Serve un salto di qualità sul terreno della difesa, della politica estera e anche della politica economica.

Solo un’Europa più unita, più consapevole e più determinata potrà affrontare una stagione internazionale tanto instabile. Ed è solo dentro una cornice europea più forte che sarà possibile, anche nei rapporti con gli Stati Uniti, riportare equilibrio, rigore e razionalità là dove oggi dominano troppe incertezze.

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