Moretti, Arcuri, Castellucci. L’antipatia non è reato

Il caso Moretti riapre la questione della responsabilità manageriale in Italia. Tra Arcuri, Castellucci e l’ex ad di Fs, la lezione è una sola: si paga per l’antipatia, non sempre per le colpe

L’epilogo del processo a Mauro Moretti aggiunge amarezza al ricordo delle vite perdute che, come ci insegna la tradizione cristiana, non possono trovare pace né nella giustizia sommaria né nei capri espiatori. Non si può non pensare ad altri casi: top manager di grande esperienza trascinati nel fango della gogna mediatica ben prima che il processo giungesse a conclusione, ovvero Domenico Arcuri, allora ad di Invitalia e commissario Covid, e Giovanni Castellucci, già ad di Atlantia e Autostrade per l’Italia. L’antipatia non è reato, al di là del merito delle analisi che vedono bocciata, con voti più o meno gravi, la comunicazione dei tre manager: meno peggio Moretti, male Arcuri mentre per il ponte di Genova la malpractice è tale da essere materiale per manuali e lezioni universitarie.

Arcuri è uscito a testa alta dagli accertamenti giudiziari, i casi di Moretti e Castellucci sono invece emblematici. Nel caso di Avellino, il super manager che aveva lavorato sulla sicurezza di migliaia di chilometri di autostrade è condannato per non aver cambiato un tratto di guardrail che non spettava lui analizzare. L’analogia con l’ex numero uno di FS è sconvolgente e getta l’ennesima ombra sulla pericolosità di fare impresa in Italia, Paese in cui un ad può essere considerato responsabile di qualunque scelta, anche se a lui umanamente impossibile da conoscere. Nel caso di Viareggio la giustizia aveva già stabilito la colpevolezza dei responsabili dell’impresa tedesca proprietaria del carro cisterna, degli operai manutentori e di chi avevano revisionato e montato la componente difettosa.

Sono però tre le principali lezioni del caso Moretti: la prima, a pagare in questi casi è chi è antipatico, anche se è bravo. Moretti ha risollevato, modernizzato e lanciato verso il futuro Fs; Castellucci è stato forse il manager italiano più capace della sua stagione e la sua creatura, l’aeroporto di Fiumicino, è ancora oggi il migliore d’Europa, Arcuri ha ben guidato Invitalia e ha gestito la fase più drammatica del Covid quando – al di là di sofismi – non c’erano mascherine o terapie intensive e dovevano essere reperite nell’immediato in una corsa mondiale.

La seconda lezione è: bisogna prepararsi, perché la crisi arriva ed è inutile pensare che sia un fattore da evitare con scaramanzia. Distingue piuttosto le organizzazioni professionali da quelle improvvisate.

La terza: di come si viene socialmente avvertiti dall’opinione pubblica, non ci si può occupare quando accade l’imprevedibile e, spesso, l’irreparabile. La reputazione – specie in tempi di verità labili come questa – è un patrimonio da preservare e da non far sporcare da invidiosi, concorrenti, detrattori e incapaci, peraltro, spesso, persone che accumulano tutte queste stesse caratteristiche. In gioco non c’è un manager o protagonista delle istituzioni, simpatico o antipatico, ma l’Italia intera, ed è sempre avvilente scoprire dieci anni dopo di aver rovinato una carriera o un’esperienza di successo per sciatteria e tracotanza.

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