Referendum, ecco perché ha vinto il No. Parla Piccolillo (CorSera)

La sconfitta della riforma sulla separazione delle carriere, dagli errori della maggioranza, allo scontro con la magistratura fino ai rischi per la tenuta del governo, analizzati da Virginia Piccolillo, giornalista del Corriere della Sera

Il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati si è concluso con una vittoria netta del fronte del No, ma la portata del risultato ha sorpreso anche chi quella battaglia l’aveva avviata. Come si è costruita questa maggioranza silenziosa? Quali errori hanno pagato la maggioranza e il governo? E soprattutto: cosa cambia ora negli equilibri politici del Paese? Lo abbiamo chiesto a Virginia Piccolillo, giornalista del Corriere della Sera e osservatrice attenta delle dinamiche tra politica e giustizia.

Come si spiega il risultato al referendum che in pochi avevano previsto?

All’inizio era inaspettato, perlomeno in queste proporzioni. Non tanto numeriche, ma proprio di opinione. Questo grande movimento che c’è stato alla fine, all’inizio non c’era. Non se lo aspettava neanche l’Associazione Nazionale Magistrati, che aveva avviato la battaglia venendo subito accusata di condurre una lotta corporativa: era una questione poco sentita.

Cosa ha cambiato le proiezioni?

Il momento di svolta è stata la raccolta firme promossa dal “Comitato società civile per il no” di Giovanni Bachlet, Carlo Guglielmi e altri. Quella “battaglia di Davide contro Golia”, come l’avevano impostata loro, ha innescato qualcosa. Il sostegno delle forze del centrosinistra ha poi fatto circolare con forza una parola d’ordine precisa: con il referendum vogliono squassare la Costituzione. Questo ha terrorizzato molti. Da quel momento, un esito del genere era certamente possibile.

Quali sono le conseguenze politiche immediate per le opposizioni?

Le conseguenze di questo referendum sono molte e le stiamo già vedendo. Il centrosinistra ha trovato in questa battaglia un obiettivo comune da condividere — finora non ne aveva avuti molti — e su questo continuerà, facendo da pungolo al governo in maniera molto più incisiva di quanto sia riuscito a fare finora. Su temi come la guerra avevano posizioni difformi; su questo obiettivo di abbattere la riforma, invece, possono tenere alta la tensione in modo coeso.

E per il governo?

Il vero nodo è come reagiranno governo e maggioranza. Se la pressione resterà solo esterna e la compagine governativa rimarrà unita, potranno provare a ridisegnare una rotta. Ma da qui alle elezioni dovranno mostrare un cambio di passo reale, perché le riforme promesse in campagna elettorale non ci sono state. Dopo questa bocciatura, né il premierato né l’autonomia differenziata — quest’ultima già indebolita dalla Corte Costituzionale — sembrano percorribili. Dovrebbero “stupire con effetti speciali”. Il rischio concreto, invece, è che si apra una guerra interna e che parta una campagna elettorale lunga un anno e mezzo, in cui ciascuno cerchi visibilità a scapito del Paese. Sarebbe la cosa più grave.

Quali sono stati, a suo avviso, i principali errori tattici e comunicativi della maggioranza?

Gli errori sono stati tanti, è facile dirlo col senno di poi. Il più grave, però, è stato il primo: varare una riforma costituzionale senza accogliere nemmeno un emendamento, né dall’opposizione né dalla propria maggioranza. Questo ha mandato un segnale di arroganza che l’opposizione ha saputo sfruttare per alimentare il timore di una deriva autoritaria portata avanti a colpi di maggioranza.

Il secondo errore è stato criminalizzare la magistratura. Abbiamo assistito a uno scontro tra esecutivo e giudiziario le cui macerie le raccoglieremo ancora a lungo: siamo andati oltre ogni limite. Sentir battere ogni giorno sugli errori dei magistrati — che pure ci sono stati — e presentare questa riforma come una sorta di bacchetta magica non è stato uno spettacolo rassicurante per l’elettorato moderato. A questo si è aggiunta una linea comunicativa ondivaga.

L’opposizione invece è riuscita a essere più efficace?

L’opposizione era costante e martellante nel ripetere “attaccano la Costituzione”, mentre la maggioranza non è riuscita a spiegare nel merito perché la riforma non fosse deleteria. Un giorno si chiedeva di guardare ai contenuti, il giorno dopo si tornava alla contrapposizione politica pura. Anche l’intervento di Giorgia Meloni è stato altalenante: un giorno spiegava il provvedimento, il giorno dopo diceva “usciranno gli stupratori per le strade”. Dall’altra parte, invece, la linea è stata data con un’incisività molto maggiore, riuscendo a far passare un messaggio che il ministro della Giustizia, nonostante continui a definire non vero, non è mai riuscito a dimostrarne la falsità nel merito.

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