Nel 1941, sopravvissuto a una gravissima operazione chirurgica che l’aveva portato alle soglie della morte, Henri Matisse ha la percezione di essere entrato in una “seconda vita” che sarà per lui occasione di nuove conquiste creative. I suoi ultimi anni (1941-1954) sono caratterizzati da una realizzazione personale priva di enfasi che tocca tutte le forme di espressione artistica cui si avvicina attraverso un grande movimento di sintesi. Mai precedentemente era stato tanto prolifico nella varietà delle tecniche, dei mezzi e dei supporti. Pitture, disegni, gouaches, collages, illustrazioni di libri, tessuti, vetri si succedono sotto le sue mani come varianti di questo suo nuovo slancio.
Quando la seconda guerra mondiale esplode, malgrado le ripetute sollecitazioni a trasferirsi negli Stati Uniti, Matisse decide di non lasciare la Francia. Considerato dal regime nazista come un artista degenerato, continua a lavorare, ma rifiuta di esporre. Il suo opporsi a divenire oggetto di una propaganda nazionalista che lo glorifichi come emblema dell’École artistique française, fa progressivamente di lui un simbolo di libertà, un’immagine che suo figlio Pierre, gallerista a New York, propaga attivamente tra i francesi che rappresentano la Francia libera sul suolo USA. Malgrado la volontà di restare nell’ombra, la guerra lo tocca comunque pesantemente.
A sua insaputa, sua moglie e sua figlia entrano nella resistenza e sono catturate dalla Gestapo. Amélie è imprigionata in Fresne e Marguerite è torturata e deportata prima di essere liberata nell’agosto del 1944. Con la fine della guerra Matisse ritorna in primo piano partecipando al Salon d’Automne di Parigi. L’acquisto, da parte dello Stato, di sette sue opere in occasione della riapertura del Musée national d’Art Moderne e una sua personale alla Galérie Maeght di Parigi, lo consacrano definitivamente come “artista della Pace”. Alla Maeght (1945) egli espone sei dei suoi dipinti realizzati durante gli anni di guerra. Ognuno di questi è contornato da fotografie prese in corso d’opera e che documentano le tappe per giungere alla creazione definitiva. Tramite questa messa in scena, che sollecita l’osservatore, Matisse vuole lasciare intravedere la durata reale del percorso che porta alla realizzazione finale e fare sì che sia smentita la falsa idea di una attività semplice, cosa che potrebbe essere suggerita dalle esemplificazioni radicali delle sue creazioni più recenti.
La Blouse roumaine, in cui spiccano i colori della bandiera francese, è accompagnata da dieci immagini di stati transitori di cui nel risultato finale non c’è più traccia perché essi sono sfumati col procedere del lavoro. Lungi dall’idea del voler dimostrare che vi sia una tensione verso l’opera definitiva, con questo apparato scenico Matisse mette in luce il valore dell’opera in divenire, fatta di sequenze che si succedono: “Quando io lavoro – scrive – è veramente una sorta di cinema perpetuo”. In tale modo il processo di creazione assume il valore del risultato stesso.

Matisse, La blouse roumaine, 1940, Centre Pompidou, Paris
Il nero per Matisse è un colore. Nel 1944 fa dono a Picasso, che ha appena acquistato da lui una delle sue nature morte, del dipinto Tulipes et huîtres sur fond noir. Dopo quarant’anni dal loro primo incontro, dopo le rivalità e gli scambi accesi (mai cessati nemmeno durante gli anni di guerra e che si spegneranno solo con la sua scomparsa) la stima reciproca sempre li unisce. Lo sfondo del quadro a riquadri vuole essere una dimostrazione di quanto egli ha sempre sostenuto e cioè che il nero è un colore. Se i bagliori bianchi dei tulipani, ostriche, vasi e piatti animano la composizione, una particolare luminosità si propaga attraverso la superficie ebano, confermando che Matisse non ha mai smesso di ricercare di creare la luce attraverso il nero e che questo impegno si conferma più che mai negli ultimi anni.

Matisse, Tulipes et huîtres sur fond noir, 1943, Musée national Picasso, Paris
Malgrado il contesto di guerra e i postumi dell’intervento chirurgico che lo costringono a convivere con parziali infermità, Matisse si rimette subito al lavoro. Trova nell’esercizio del disegno un ardore che non si aspettava e che classifica come una “fioritura”. Questa ritrovata ispirazione esaltante è l’occasione per creare disegni in serie. Ne pubblica 158 in un album dal titolo evocatore: Dessins. Thèmes et variations (con prefazione di Louis Aragon). Ricerca nel contempo la stessa disinvoltura in pittura, evitando le immagini d’interno e le nature morte. La dimensione mentale dell’atelier prende da quel momento tutta la sua importanza. Si susseguono modelle (Lydia Delectorskaya, Nézi Chawkat, Monique Bourgeois, Elvire Van Hyfte) che Aragon, grande testimone di questo momento, definisce “la comédie du modèle” ad indicare l’esperienza del pittore che sempre ha bisogno di ricreare il suo spazio-studio che metta in relazione esseri e cose.
Gli oggetti familiari di cui si circonda, partecipano ugualmente alla costruzione di una realtà sensibile e multipla mentre una stessa effervescenza nutre la linfa giovanile e sensuale che irriga le pagine dei suoi libri che definisce “decorati” (in opposizione ai libri illustrati), sola produzione di Matisse accessibile in tempo di guerra, considerato il suo rifiuto ad esporre. Per l’artista francese il disegno nel libro ha una valenza plastica e non solo descrittiva del testo. Sui suoi disegni porta una attenzione quasi maniacale mentre dà libero sfogo alla luminosità del nero che spicca tra l’incandescenza delle linee bianche. È Aragon, rifugiato a Nizza in semi-clandestinità, a soprannominare il suo atelier, che occupa l’ultimo piano del vecchio Hotel Regina di Cimiez-Nizza (poi trasformato in appartamenti), “La Chambre claire” (la stanza chiara).
È lì, in quel luogo invaso dalla luce mediterranea, che Matisse esperimenta i suoi disegni distinti in temi a carboncino, risultato di successivi interventi, e variazioni in cui il segno è di getto, senza riprese. Questa seconda modalità viene paragonata dall’artista a un uomo alla ricerca della propria strada nell’oscurità in cui nulla è previsto ed in cui non è lui che guida, ma è guidato. L’idea comune che, a differenza di Picasso, Matisse trovasse poco di suo gusto le rappresentazioni erotiche è smentita proprio in questi ultimi anni che contrastano con l’immagine di un anziano asessuato. Alla fine della vita egli esprime una giovinezza che si manifesta in curve femminili riproposte con una sorta di entusiasmo, mentre la ricerca della luce attraverso il nero non tende mai ad affievolirsi.

Matisse, Nymphe et faune, 1943, Centre Pompidou, Paris

Matisse, Pasiphaé, Chant de Minos, 1944, Paris, Martin Fabiani
Nel 1944 Matisse sottoscrive un contratto con l’editore Tériade per un “libro sul colore”. Lo risolve producendo venti tavole con acquarelli (su carta) ritagliati in cui si mescolano infanzia, circo, racconti popolari ricordi di lagune oceaniche. Le alterna con pensieri sull’arte e sulla vita che mano scrive in inchiostro nero. Questo libro lo intitola Jazz a rappresentare l’incontro a volte stridente tra il colore puro e l’improvvisazione che talvolta guida l’opera. Imprescindibile è il colore nero.

Matisse, Maquettes originales de l’Album de jazz, 1943-1944, Centre Pompidou, Paris
L’insonnia lo tormenta: cerca di combatterla invano con mezzi comuni e la fa divenire esperienza creativa. Tra gli stratagemmi personali si distinguono i suoi prolifici esercizi di scrittura spesso legati a progetti di libri illustrati. La ripetizione meccanica calligrafica di lettere o di disegni lo assorbono in uno stato che definisce ipnotico mentre immagina di realizzare opere che non si concretizzeranno mai, quali Les fleurs du mal di Baudelaire.
Tra il 1946 e il 1948 con la serie denominata Interieurs de Vence Matisse dà l’addio alla pittura. Questa è costituita da echi vicini e lontani quasi un ritorno retrospettivo alle origini del suo lavoro. I quadri posti uno vicino all’altro, ripropongono qui il tema dell’atelier come spazio mentale più che descrittivo. Contemporaneamente l’artista si dedica agli acquarelli ritagliati e ai disegni al pennello.

Matisse, Polinésie la mer, guaches su carta ritagliati e incollati su tela, 1946, Musée National d’Art Moderne, Paris
Tra il 1948 e il 1951 Matisse si consacra a quella che considera l’opera più importante di una vita e cioè una cappella per i domenicani del Rosario di Vence. La concepisce come una opera totale, dall’architettura generale al suo programma iconografico, dai mobili ai vestiti sacerdotali. Gli acquarelli ritagliati si trasformano in opera monumentale. Modelli di vetro e disegni al pennello sono a taglia reale. I modelli delle casule sono considerati da Picasso come la più bella parte della cappella. Sempre vi spicca il colore nero.
Il vetro come incontro di colore e luce si realizza nella cattedrale di Chartres, dove Matisse dice di avere avuto la rivelazione della tecnica su vetro. Oltre a quelli della cappella di Vence, elabora sei progetti su vetro per luoghi religiosi e profani. Commissionato da Life Magazine, Nuit de Noël è installato nel dicembre del 1952 nella Hall del Time-Life Building di New York. È un notturno che nega l’oscurità e traduce la sottigliezza della luce nel cielo.

Matisse, Maquettes de la chasuble verte, 1950-51, Musée Matisse de Nice

Matisse, Nuit de Noël, 1952, The Museum of Modern Art, New York
Il lavoro riscuote grande successo e Nelson A. Rockefeller gli commissiona una vetrata per l’Union Church di Pocantico Hills nello Stato di New York. Matisse finisce il bozzetto (Rosace) il primo giorno di novembre del 1954. Due giorni più tardi muore a Nizza (dove è la sua tomba), a 84 anni, assistito dalla figlia Marguerite. Il New York Times lo commemora scrivendo di lui che è uno di quei giovani ribelli vissuto abbastanza a lungo per essere considerato un “vecchio maestro” e che la sua vita costituisce una parte importante di quello che è oramai conosciuto come il Movimento Moderno.
Di certo Matisse impronta di sé non soltanto il periodo storico in cui vive, ma generazioni di artisti. La sua versatilità e la sete insaziabile di sperimentazione che manifesta specie nella sua ‘seconda vita’ ne fanno un riferimento che permea di sé la Storia dell’Arte moderna.
La grande mostra “Matisse 1941-1954” del Grand Palais di Parigi, curata nei minimi dettagli e con la partecipazione del Musée Matisse di Nizza, iniziata il 24 marzo si chiude il 26 luglio 2026. Si snoda sala dopo sala facendo scoprire al visitatore un Matisse che concentra una vitalità inesauribile nei suoi ultimi anni di vita e che travalica malattia e età. Questo dimostra quanto Matisse abbia realizzato in sé il suo scritto: “Io spero che, anche se invecchieremo, moriremo giovani”.
Correda la mostra un catalogo ricco di testi e splendide immagini.
Fonti:
Matisse 1941-1954, sous la direction de Claudine Grammont, Paris, GrandPalaisRMN, 2026, catalogo della Mostra;
Essers Volkmar, Henri Matisse 1869-1954, Köln, Benedikt Taschen Verlag GmbH, 1987.
Immagini: tutte le fotografie qui inserite sono state scattate in corso di esposizione dall’autrice




