“Si risolve si risolve!”

Così si salutavano due malati di cancro, un italiano e un ivoriano, ritrovandosi ogni mattina nel luogo di cura. Una novelletta sulla scoperta della malattia, sul se e a chi comunicarla, sul supposto coraggio di affrontarla

Quella mattina il dentifricio non mi sembrò del solito sapore, come di un’altra marca. Era sempre quello, invece. Spazzolai ben bene. Lo riposi. Come d’uso, passai mollemente la lingua a destra e sinistra della chiostra dentaria, per verificarne la pulizia. Sentii in fondo alla gengiva superiore, a sinistra, un’escrescenza che risultava inspiegabile. Non certo perché mio padre fu dentista che sospettai alquanto della novità, ma non tanto da allarmarmi. Comunque, pensai, lì quella cosa non avrebbe dovuto esserci. Meglio perciò appurare. Il mio dentista mi ricevette subito. Ero suo vecchio cliente, oltre che cliente vecchio. Gli bastò un’occhiata con lo specchietto per dirmi subito cosa pensasse. Un pensiero che non aveva dovuto elaborare, tanto era sicuro che quella roba lì fosse più che sospetta e perciò dovesse essere esaminata con urgenza da uno specialista di quelle robe lì. Lo specialista ce l’avevo già, lo stomatologo del Gemelli che da tempo mi curava per un altro problema derivante dalle fumate di Toscano che avevo ripreso, stoltamente come risultò poi, per festeggiare i sessant’anni.

Così, nel crescendo delle preoccupazioni personali e delle prove cliniche, iniziò l’iter della speranza che tanti percorrono in un’esperienza vitale. L’inizio fu rapido: prelievo del campione, medicalmente parlando; biopsia di conferma; prognosi chirurgica. Serviva un otorino dalla mano felice che amasse la professione. Perché Antonio, il malato di cui sto rivelando da ventriloquo le ambasce confidatemi in amicizia, considerasse il miglior elogio di un professorone famoso il dirgli: “Lei ama il suo lavoro”, non lo so. Certo è che glielo diceva spesso, alla fine di ogni visita. Se ne sentiva confortato in scienza e coscienza.  L’intervento di escissione fu per lui, e per tutti, magico. Ricovero, operazione, dimissione: tutto in un giorno. Intervento totalmente incruento, neppure una stilla di sangue. Fantascienza? No, Antonio ripeteva compiaciuto che quel professorone amava il suo lavoro. “Il carcinoma, un centimetro, epidermoidale del trigono retromolare sinistro” era finito nella pattumiera. I nomi del cancro sono così brutti e complicati perché devono descrivere una cosa brutta e complicata: “Nomina sunt consequentia rerum”.

Del cancro, però, ce ne sono centinaia. Non lasciano spesso l’ospite. Se ne guarisce pure, sospirava Antonio, ma convivi con la sensazione che rispunti in altri modi e da altre parti. Questa, tuttavia, non è un’evenienza ineluttabile.  Molti cancri sono stati vinti. Ma Antonio dovette fare una seconda esperienza. Qualche cellula cancerosa era sfuggita dalla bocca incistandosi nei linfonodi del collo. Le risonanze portarono ad una prognosi alternativa. Un linfonodo era sicuramente infetto: irradiare tutto o operare. Antonio scelse l’intervento: “svuotamento laterocervicale sinistro radicale modificato tipo III”. Sebbene riuscito, non fu lieve come il primo. Un taglio incurvato dall’orecchio al pomo d’Adamo consentì al chirurgo amante del lavoro di scovare e scavare dodici linfonodi dal collo come patate novelle da un fertile terreno. Appena dimesso, la cosa non finì lì. Gli consigliarono in aggiunta anche un ciclo di radioterapia di quarantasei giorni, per ripulire il campo e bloccare lì lo sviluppo temuto. Così fece. E non fu una passeggiata di salute: dolori, bruciori, niente gusto, cibi e liquidi insapori.

Ad Antonio la diagnosi di cancro e le due operazioni avevano riproposto i dubbi di tali malati: “Lo dico a tutti? Lo dico solo agl’intimi? Non lo dico a nessuno?” Al tempo dei social, al quale non si era adattato, vedeva le celebrità vere e fasulle, le personalità di vario genere pubblicare tutto su tutte le piattaforme e condividere, con un che di narcisistico, la malattia. Secondo la teoria più accreditata, la conoscenza che il male avesse aggredito i più fortunati era alquanto consolatoria per gli esseri normali, la gente comune. Antonio pensava che essere accomunati nella stessa sofferenza affratellava e umanizzava, come confrontare terapie e risultati, magari soltanto alla buona, da scienziati della domenica addottorati nelle “talkuniversities” televisive. Nessuno così poteva sentirsi unico nel dramma. Pur abbastanza convinto di tali considerazioni, egli seguì la via che i suoi mezzi elettronici gli consentivano e la sua educazione gl’ispirava.

Scrisse un’email ai parenti stretti e li mise a parte del suo guaio, nei passi decisivi. Voleva che sapessero che lui sapeva che sapessero, per scongiurare quella catena di detto e non detto, di bisbigli, tra conoscenti e pettegoli, che circonda i malati di cancro che, anche volendo, non riescono quasi mai a conservare il segreto nella cerchia ristretta del coniuge o dei figli.

Gl’interventi operatorii istituiscono una relazione tra chirurgo e malato. Sono loro due i protagonisti dell’azione. Le terapie radiologiche sono invece un’attività comunitaria, nel senso che sono presenti tutti i malati che ordinatamente accedono alle macchine muovendo da una sala d’attesa ben regolata. Ognuno se ne sta chiuso nei suoi pensieri, che di per sé non sono mai allegri. Nondimeno qualche scambio di parole, non solo tra accompagnatori e parenti, accade tra malati che non si conoscono. E in queste sbocconcellate conversazioni gli argomenti sono tre, in linea di massima: “Dove ce l’hai? Da quanto tempo? Quale trafila?” Ma più importante è la questione che cade sotto due nomi che colpiscono: coraggio e lotta, e non solo con riguardo ai malati di cancro, i quali, giusto o sbagliato, sono considerati un po’ speciali, anche per il retaggio superato dell’invincibilità della malattia. Antonio rilevava sornione che di ogni malato di cancro, quando muore, sogliono magnificare il coraggio leonino nell’affrontare il male e l’indefessa lotta intrapresa per cercare di sconfiggerlo.

Nella sala d’attesa ad Antonio capitava di toccare l’argomento del coraggio e della lotta e non mancava mai di esporre un suo pensiero eterodosso, con tutte le cautele del caso, è ovvio. Infatti, esaltare il coraggio poteva ben dare coraggio davvero all’interlocutore, come eccitarlo a lottare poteva rafforzargli il proposito di tentarle tutte. Antonio, senza nutrire certezze circa il definitivo buon esito dei suoi mali, se interpellato direttamente sulla sua via crucis, non cedeva alle lusinghe di aver lottato finora con coraggio, visti i risultati (momentanei?) raggiunti. Obiettava, con il garbo del sofferente verso un sofferente, che non riteneva venissero in ballo né il coraggio né la lotta, ammettendo candidamente che avrebbe potuto soltanto lasciarsi andare alla malattia, unica alternativa.

Sempre conscio del timore che avrebbe potuto indurre nell’altro la sua filosofia un po’cinica se non disfattista, aggiungeva filosoficamente che, in primo luogo, il coraggio nessuno può darselo, come insegna Alessandro Manzoni, e che, in secondo luogo, di coraggio parlerebbe se potesse scegliere. Sicché il vero coraggioso gli appariva colui che potendo certamente salvarsi con le cure anticancro, le rifiutava nella consapevolezza che sarebbe morto. Antonio concludeva in piena modestia: “Seguo i medici, non la virtù; lotto per necessità, non per scelta.” L’interlocutore talvolta restava a rifletterci, almeno per un po’ distratto dai brutti suoi pensieri.

Ma poiché la vita, pur quando in pericolo, ma forse di più proprio allora, riserva sorprese, Antonio fece conoscenza con un malato particolare. Era un musicista ivoriano, vivente in Italia da circa trent’anni. Lo incontrava tutte le mattine nell’attesa di passare la tessera sanitaria sotto il dispensatore dei numeri della radiologia. Una mattina Antonio, distrattamente, anticipò il passaggio e non ottenne il numero. L’ivoriano, Lorenzo si chiamava, si alzò e indicò ad Antonio di ripetere l’operazione. Antonio non capiva. Il fatto è che Lorenzo aveva un cancro alla gola e non parlava se non con una voce così flebile che bisognava accostare l’orecchio alla sua bocca per cercare di capire. Lorenzo, molto più giovane di Antonio, era alto, dinoccolato, con i capelli rasta, naturalmente elegante senza affettazione. Antonio notò che il numero di Lorenzo usciva immediatamente prima o dopo il suo. Così prese a salutarlo e a cercare di scambiare qualche parola di circostanza, sia nell’ambulatorio di attesa che incontrandolo all’entrata e all’uscita della sala del macchinario.

Una mattina Lorenzo già seduto aspettava. Vedendo Antonio che arrivava forse intristito o solo stanco, Lorenzo si alzò e gli andò incontro. Gli s’avvicinò quasi a contatto dell’orecchio. Antonio si ritrasse istintivamente di fronte all’approccio inaspettato. Poi gli sovvenne che a Lorenzo il cancro impediva di parlare. Perciò fu lui ad avvicinare le labbra di Lorenzo fino a sfiorarle con il suo orecchio per ascoltare. Lorenzo ripeté tre volte, per essere sicuro che Antonio sentisse e capisse bene: “Si risolve! Si risolve! Si risolve!”. Antonio ne fu commosso. Lorenzo lo incoraggiava con un’espressione inconsueta. Pensò che Lorenzo dovesse ripeterla molte volte pure a sé stesso. Non era un’invocazione di circostanza, ma un’affermazione positiva intrisa di ottimismo. Riguardava più la malattia che loro due malati, quasi un paradosso.

Fatto sta che da quel giorno, incontrandosi, sorridevano l’un l’altro, come se andassero ad un rinfresco anziché sotto la macchina che li irradiava mentre erano imbullonati da una maschera al tavolo della radioterapia. “Si risolve!” divenne il loro saluto al mattino incontrandosi nell’entrare ed uscire dal locale di cura. Antonio salutava ad alta voce. Lorenzo sussurrava alzando il pollice. Medici e infermieri o perplessi o incuriositi. Forse giova ad ogni malato pensarlo, ripeterlo, crederlo: “Si risolve!” E come saluto lascia proprio ben sperare.

Pietro Di Muccio de Quattro

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