Sergio Lepri, giovane centenario del giornalismo, pontefice laico della notizia.
Ricordo di un Maestro di scrittura, di etica e di cultura, e di vita.

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Il giorno dopo l’elezione di papa Francesco, un cardinale spagnolo diede una intervista. Tra le altre domande, gli fu rivolta questa: Ma papa Bergoglio non ha una età un po’ troppo avanzata per reggere le fatiche del Pontificato?

Il cardinale rispose: “La vecchiaia non esiste. La vecchiaia è un accumulo di giovinezza”. Ritagliai questo brano dell’intervista e lo mandai al prof. Sergio Lepri,  che ero andato a trovare a casa la sera prima. Egli mi rispose subito con una mail, nel suo stile ironico e garbato: “Caro Mario, facciamo finta di crederci. Diciamo che sono diversamente giovane”. E poi aggiunse una frase, che si può considerare l’emblema della sua intera vita: “L’importante è che la morte, quando verrà, ci trovi vivi”. 

Ecco, è quel che è successo a Lepri, un giovane centenario, aperto alle innovazioni, morto ieri all’età di 102 anni, che ne facevano, non solo per l’età, il patriarca del giornalismo italiano e il maestro di tante generazioni. Un prestigioso direttore e un intellettuale nutrito, crocianamente, della religione della libertà. Della sobrietà, della misura, dell’antiretorica, condite di un fine umorismo, ha fatto la sua cifra stilistica non solo professionale ma anche esistenziale. 

Con altri fiorentini- Ettore Bernabei, Manlio Cancogni, Romano Bilenchi, Augusto Livi e tanti altri – ha segnato la cultura e il giornalismo fiorentino negli anni a cavallo della guerra e poi durante la Resistenza e negli anni successivi. Fino al trasferimento a Roma: Bermabei alla direzione del “Popolo”, giornale della Dc e poi alla Rai, diventata grande sotto la sua gestione; e Lepri all’Ansa, che l’ha avuto prima come condirettore e poi direttore per circa 30 anni, fino al 1990, conoscendo così la sua epoca d’oro. 

Infatti, se l’Ansa è stata quella che è stata, e lo è tuttora, punto di riferimento insostituibile e spina dorsale dell’informazione in Italia, è merito storico di Lepri. Glielo riconobbe, nella cerimonia di Palazzo Vecchio nella sua Firenze,  svoltasi per i suoi 100 anni, anche  il presidente dell’Ansa Giulio Anselmi, importante  figura di giornalista e direttore sia pur molto differente per formazione e visione professionale.

All’Ansa, Lepri  ha dato giorno per giorno tutto se stesso: idee, passione, tempo, entusiasmo, dedizione pedagogica forgiando per l’Agenzia un volto moderno, riconoscibile e accettato da tutti, con il sigillo di uno stile fatto di credibilità, prestigio e affidabilità.

È per questa sua identificazione con l’Agenzia, quale impresa di informazione democratica e completa al servizio del cittadino, è per questo spirito quasi familiare impresso al clima redazionale interno che Lepri reagiva in modo un po’ brusco quando un redattore dell’Ansa gli andava a dire che se ne andava a un giornale o alla Rai (i motivi erano: per guadagnare di più; e per avere più visibilità, poiché il redattore d’agenzia siglava i suoi pezzi, a volte li firmava, ma i giornali spesso se ne appropriavano cambiando qualche riga e mettendo un’altra firma; ora le cose sono per fortuna migliorate).

In questi casi, Lepri perdeva qualche tratto della sua amabilità, a volte non faceva neanche sedere il redattore “fuggiasco””, e lo liquidava con poche parole: di augurio ma anche con un avvertimento: Tenga a mente che per colui che lascia l’Ansa le porte non si riaprono.

Fino agli ultimi giorni della sua vita, “il professor Lepri” – ci teneva a quel titolo, essendo stato insegnante di storia e filosofia-  ha scritto, si è documentato, ha tenuto il suo famoso sito www.sergiolepri.it, dove con estrema generosità regalava ai lettori narrazioni storiche, pagine di grande giornalismo e consigli di stile e di linguaggio.

Quella sera che ero andato a trovarlo, gli domandai quale fosse il segreto della sua forma smagliante, e aveva già 95 anni! Con poche parole diede la sua semplice ricetta: mangio poco, la sera quasi nulla, faccio esercizio fisico, tennis e passeggiate; ma soprattutto, disse, battendo la mano sulla fronte: tengo in esercizio questo, il cervello. D’altra parte Rita Montalcini non ha documentato una verità sempre più attuale, che l’invecchiamento comincia dalla mente?

Con queste sue stesse parole, che erano anche un inno alla vita e alla operosità, finché si è vivi, e il sigillo di una vita spesa al servizio del giornalismo e della verità, voglio ricordare Sergio Lepri, classe 1919, direttore dell’Ansa per 30 anni. 

Se l’Ansa (Agenzia nazionale stampa associata), fondata nel 1945 in forma cooperativa, per iniziativa di alcune società editoriali, è diventata già dagli anni ‘60 la massima agenzia di stampa italiana, e tra le prime nel mondo; se ha potuto raccontare l’evoluzione economica  e culturale della società italiana, le tragedie della politica e della cronaca, ma anche le conquiste e i successi di un popolo laborioso e un po’ ingovernabile: ebbene, tutto questo gli italiani lo debbono a Sergio Lepri e alla sua direzione. 

Perciò non crediamo di scadere nella retorica se diciamo che con la scomparsa di Sergio Lepri non sono in lutto solo l’Ansa e il giornalismo italiano ma anche la cultura italiana e la gente comune che oggi spesso non compra i giornali ma continua a leggere l’Ansa. Frasi come queste non gli sarebbero piaciute, ma non sono esagerate, e quindi gli sono dovute.

Di Lepri, oltre al suo stile garbato, riservato e aristocratico, apparentemente distaccato e carismatico, sarebbero tanti i tratti da ricordare, e gli aneddoti esemplari da raccontare. Mi limiterò ad alcuni, tra i più significativi. 

I rapporti con il potere.

Dirigere la massima agenzia d’informazione significa anche ricevere, subire pressioni del potere politico ed economico, dei partiti, perché una determinata notizia soprattutto se è scomoda non venga trasmessa. È successo ieri, continua a succedere oggi, nulla di nuovo sotto il sole. Lepri, lo ha raccontato qualche volta egli stesso ma solo se sollecitato, come del resto tanti altri direttori, di telefonate ne ha ricevute e anche pesanti, durante la sua trentennale direzione. Ma i politici che ci hanno provato hanno trovato dall’altra parte un muro invalicabile.

Nei primi anni ‘70, una sera squilla il telefono nell’ufficio di Lepri. Era il presidente del Consiglio Aldo Moro. Con la sua voce garbata e sommessa fa questa semplice domanda: So che il segretario del Pli Giovanni Malagodi ha intenzione di attaccare il governo con un suo discorso a Foggia. L’Ansa pubblicherà questa notizia?

Credo proprio di sì, Presidente, rispose il Direttore.

Silenzio dall’altra parte del filo. Un silenzio così lungo, raccontò Lepri, che credette fosse caduta la linea. Dopo di che si sente di nuovo la voce di Moro: “Mi rendo conto”. Fine della telefonata.

Di tenore ben diverso fu invece la telefonata che uno stretto collaboratore di Craxi, al tempo in cui il leader socialista era presidente del Consiglio, fece a Lepri. Me lo raccontò una sera. Io avevo un profonda soggezione, quasi una venerazione per il Direttore dell’Ansa, che dava ai redattori del lei, ma non ero certo in confidenza. Perciò mi domandai perché mi avesse confidato questa conversazione che gli aveva provocato una profonda amarezza. 

Il collaboratore di Craxi usò un tono e un linguaggio che Totò avrebbe definito interurbano, Lepri si affannò a spiegare che l’Ansa non poteva omettere di dare certe notizie, anche se sgradite al governo. Ma dall’altra parte del filo non ci fu, come aveva detto Moro, “mi rendo conto”, ma una accentuazione di critica e qualche avvertimento di troppo.  

Allora Lepri mi disse: la prossima volta che dovesse usare questi toni, io reagirò forzando il mio stile. “Ma perché  ha raccontato proprio a me queste cose?”, mi domandai uscendo dal suo studio. Non poteva bastare la spiegazione che mi stimava; stimava anche tanti altri colleghi. Poi mi balenò l’ipotesi che mi avesse fatto quella confidenza forse perché, sapendo che ero socialista, magari  supponeva e forse sperava che sarei andato a riferire a chi di dovere.

Ma io, nel momento in cui entrai all’Ansa, avevo tagliato i contatti con il partito a cui ero stato iscritto e nel quale avevo militato, per dedicarmi a tempo pieno al giornalismo, proprio sulla scia dell’insegnamento professionale ed etico di Sergio Lepri.

L’estremo scrupolo nel verificare le notizie.

Nel dicembre 1980 fu rapito dai terroristi Giovanni D’Urso, magistrato, capo del Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia. Un’agenzia (non l’Ansa) diede a metà gennaio dell’81 la notizia che era stato liberato. Molti di noi giornalisti tempestammo la sede centrale dell’agenzia per avvertire che stavamo bucando una importante notizia; la risposta fu: il direttore sta aspettando altre conferme, finché non arrivano la notizia non la trasmette. Passò tutto quel giorno, e molti  di noi andammo a dormire convinti che l’ agenzia avesse bucato una notizia clamorosa. (“Bucare”, nel gergo giornalistico significa non dare una notizia che la concorrenza invece ha dato).

Come andò a finire? il magistrato fu liberato il giorno dopo, la notizia del giorno prima era falsa. Aveva avuto ragione Lepri. Ecco perché non si stancava di dire che il mestiere del giornalista è quello di farsi capire e di dare le notizie vere, verificate!

L’estrema attenzione per il linguaggio

Chi è stato giovane redattore ricorda che, entrando nella famiglia dell’Ansa, gli veniva consegnato un manualetto con le regole di  scrittura delle notizie. L’autore era Lepri, che, da buon fiorentino, si muoveva nel solco di una lingua e di un linguaggio chiaro, netto,  senza sovrabbondanze, frasi fatte, modi curiosi  e comuni di dire. Qualche esempio? la frase “soccorso da un automobilista di passaggio”, scritta in qualche pezzo di cronaca,  faceva osservare all’autore del manuale con qualche guizzo di umorismo che “non esistono automobilisti stanziali”.

Sconsigliati, e quindi banditi, altri modi dire come, in caso di incidenti: “si lamentano tre morti”, oppure “tre morti e due feriti sono il tragico bilancio di un incidente ecc”, frase usata come pigro attacco di pezzi di cronaca. E che dire delle “prime luci dell’alba”? o del “manto nevoso” ( per non dire semplicemente: nevicata) che si è abbattuto sulla città?  Per non parlare poi dei termini burocratici ( effettuare, portarsi sul posto, fare mente locale ecc) che hanno infestato e tuttora infestano il linguaggio giornalistico. Questo per dire che la battaglia di Lepri ha avuto sempre bisogno di continuatori, perché nel frattempo il paesaggio è peggiorato, e la sciatteria informativa e culturale, e quindi linguistica, nel modo di scrivere le notizie e gli articoli, imperversa in molta stampa italiana.

Qualcuno, specialmente i redattori che venivano dall’Università e provvisti di laurea, storceva il naso: Lepri eccede nel purismo della lingua? La sua è una battaglia di retroguardia, come quella contro l’abuso dell’inglese al posto dell’italiano? Non si trattava di questo. O solo di questo. L’invito di Lepri era ben più profondo: mirava a mostrare ai redattori che la chiarezza, l’esattezza dei termini, l’appropriatezza del lessico erano anche un riflesso o una conseguenza della chiarezza di idee nel confezionare le notizie. Una sorta di igiene concettuale.

Questa omogeneità di cifra lessicale e stilistica  oltre che tecnica nella stesura delle notizie, non voleva dire affatto piattezza di espressione o uniformità meccanica, o mortificazione della eventuale brillantezza espressiva, da usare entro certi limiti, per esempio rifuggendo dagli aggettivi valutativi e usando solo quelli descrittivi.

Questa omogeneità è uno dei risultati storici che possono essere ascritti alla gestione di Lepri, e spiega altre due cose:  far sì che le notizie dell’Ansa sembrassero quasi scritte da una sola mano, senza marcate oscillazioni soggettivistiche o, peggio, senza ammiccamenti di altro genere; e spiega anche il senso della frase dello scrittore Luigi Compagnone sullo stile dell’Ansa: “si sente la telescrivente”, cioè a dire: sembra che scriva la macchina, non il redattore. Era un significativo omaggio al distacco e alla impassibilità del linguaggio usato dall’Agenzia.

E in questo contesto che si colloca la frase, ormai diventata classica e addirittura un luogo comune ripetuto in libri, in master e conferenze – del resto i luoghi comuni spesso sono stati all’inizio grandi verità-  la frase che Lepri rivolgeva al redattore appena assunto: non voglio sapere e non le chiedo per chi vota, ma non me lo faccia capire dai pezzi che scriverà.

Su questo principio la sua linea era chiara e inflessibile. È con questo spirito che Lepri ha potuto guidare l’Ansa per 30 anni, in tre decenni difficili della storia d’Italia, che ha conosciuto l’alternarsi delle varie stagioni politiche, fenomeni epocali come il ’68, l’autunno caldo, la tragica stagione del terrorismo rosso e nero, le stragi, l’assassinio di personalità eminenti della politica, delle istituzioni e del lavoro (penso a Moro, Bachelet, Dalla Chiesa), avvenimenti mondiali  come la “Nuova Frontiera” di Kennedy, la guerra del Vietnam,  il succedersi dei Pontefici, il crollo del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’impero sovietico.

In queste tempeste, che dovevano essere raccontate con notizie e servizi da ogni angolo del Globo, Lepri ha condotto la nave dell’Ansa con mano sicura e autorevole, avendo come bussola i quattro cardini dello Statuto dell’Agenzia che impegnavano a ispirare  il suo notiziario ai principi di indipendenza, imparzialità,  obiettività e completezza.

Tutto l’universo politico, dalla destra alla sinistra, ha trovato voce nel notiziario dell’Agenzia: è nata così, nell’epoca d’oro di Lepri, quella che poi è stata anche dopo la dote fondamentale dell’Ansa, il suo marchio riconoscibile, fino a guadagnarsi ,per decisione dell’ Accademia della Crusca, l’onore dell’antonomasia: ansa, scritto minuscolo, per significare notizia d’agenzia. 

E proprio grazie alla sua credibilità e affidabilità si consolidò il fenomeno per cui i giornali, in caso di notizie incerte o delicate, prima di dar loro credito dicevano: aspettiamo l’Ansa; vediamo che cosa scrive l’Ansa.

Lepri amava scherzare sulla sua età. Anche a Palazzo Vecchio, quando con una cerimonia nel 2019 si festeggiò il suo compleanno centenario, ci si aspettava qualche battuta. Ma era molto commosso. Parlando  con una voce un po’ incrinata, si limitò a dire che “cento anni sono tanti ma danno anche alcuni privilegi”. Tra questi indicò il vantaggio di aver vissuto l’epopea gloriosa della Resistenza, di aver lavorato con personaggi della migliore intellettualità fiorentina dell’epoca. 

Ma presentando qualche anno prima, nella sede Rai, il libro scritto con il suo amico e sodale di sempre Ettore Bernabei, “Permesso scusi grazie” ( parole mutuate da papa Francesco, NdR), un dialogo tra due ultranovantenni sulla storia d’Italia,  disse tra l’altro: ‘’Molte persone che incontro in varie occasioni mi dicono: Piacere, professore,  di averla vista. Io rispondo: E io sono contento di essere stato visto.

Giovane centenario, si diceva, perché durante gli anni della direzione si è appassionato al mutamento delle tecnologie che hanno anche cambiato il modo di lavorare dei giornalisti. Su questo tasto della modernità  pose l’accento, durante quella cerimonia a Palazzo Vecchio,  il direttore dell’Ansa Luigi Contu. 

Ricordò come già in una lezione oltre 30 anni fa alla scuola di giornalismo di Urbino, lui presente quale giovane aspirante giornalista, Lepri parlò delle nuove tecnologie di fronte alle quali il mestiere del giornalista si sarebbe presto trovato, e quale impatto avrebbe potuto avere sulla trasmissione e sulla stessa produzione delle notizie. In questo spirito, Contu ricordò la nascita del primo grande archivio digitale del giornalismo italiano, Il Dea ( documentazione elettronica Ansa).

Si può parlare di eredi professionali di Lepri? Non è questione di fare nomi, anche se possiamo dire che l’attuale direttore Luigi Contu lo è, fu assunto  durante la sua direzione. Ma l’erede principale di Lepri è la stessa Agenzia Ansa, con i suoi redattori , quelli che hanno la memoria storica soprattutto, ma anche i più giovani che non hanno lavorato sotto la sua guida, ma che ne conoscono gli insegnamenti e che hanno un manuale di regole di scrittura aggiornato, scritto nel solco del primo manuale.

Dopo Lepri, si alternarono alla direzione Bruno Caselli, scomparso lo scorso anno: ne fu il suo immediato successore e si mosse nel suo solco,  con piglio da generoso epigono, ma senza il carisma del predecessore. Giampiero Gramaglia, nominato direttore nel 2006 cercò, durante la sua breve direzione, cercò di ripristinare lo spirito e forse lo stesso metodo di lavoro che Lepri aveva introdotto nell’Ansa.

Uno dei suoi primi atti fu la costituzione di una commissione per redigere un nuovo manuale di regole di scrittura per i giornalisti dell’agenzia . L’autore di questo articolo fu incaricato di presiedere quella commissione e con il concorso di alcuni valorosi colleghi delle varie redazioni elaborò un testo che naturalmente si ispirò a Lepri, aggiornando i contenuti ai tempi nuovi.

In mezzo, c’era stata la breve direzione di Giulio Anselmi che tuttavia si abbatté sull’Ansa con la forza di un ciclone, con effetti benefici ma anche ma anche con qualche sconcerto. Anselmi credette di svecchiare il modus operandi e lo stesso linguaggio dell’Ansa, incoraggiandone  la banda di oscillazione stilistica con qualche deriva soggettivistica e cromatica, per fronteggiare e, forse più, per marcare stretto l’informazione, soprattutto politica, dei giornali che si era fatta più spregiudicata e agguerrita a colpi di retroscena.

In un certo senso, come disse Cesare Romiti del “Corriere della Sera” ( al tempo della gestione di Paolo Mieli), Anselmi aveva fatto indossare all’Ansa, una signora quasi sessantenne, la minigonna.

Concludiamo questo  ricordo con un ringraziamento, nello spirito antiretorico che a Lepri era proprio: Grazie Professore! Grazie  per aver insegnato ad amare questo mestiere, avendo il culto della notizia e della dignità, attenti sempre alle innovazioni. Grazie del tuo esempio, la più grande forma di autorità, morale e professionale. In questo solco, i giornalisti possono continuare a coltivare la speranza  nel progresso e a continuare l’impegno nel loro mestiere: perché, parafrasando un poeta del Sud, Rocco Scotellaro, lungo il mutare dei tempi, ci sia una nuova alba per tutti!

 

*Direttore editoriale

 

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