Ricordare Damiano Damiani, regista dell’impegno civile 40 anni fa la serie La piovra, con 15 milioni di spettatori, anche in Urss

Tra le altre opere Il giorno della civetta, dall’omonimo romanzo di Sciascia, e il profetico Confessione di un commissario di polizia a un procuratore della repubblica

Damiano Damiani, grande regista ma anche pittore di valore, è stato recentemente ricordato in occasione del decennale dalla scomparsa in un convegno molto partecipato tenutosi nella sala Italia dell’ Unar con l’ organizzazione del Fogolâr Furlan di Roma.

Francesco Pittoni, presidente del sodalizio, ha iniziato rivolgendo un caloroso saluto ai tantissimi presenti ed ai relatori, introducendo la figura del regista pordenonese e ricordandone l’ opera.

L’avvocato Gianluca Ruotolo, consigliere del Fogolar e pubblicista, ha condotto la serata ricordando innanzitutto il regista come socio attivo del Fogolar a cui nel 1986 fu anche conferito il prestigioso premio “Giovanni da Udine. Presenza friulana a Roma e nel Lazio”.

La figura di Damiani è molto presente anche in Friuli dove il comune di origine, Pasiano di Pordenone, gli ha conferito nel 2004 il premio San Marco ed ha organizzato anche una mostra di suoi dipinti; Damiani infatti era un valente pittore, diplomato all’accademia di Brera. In precedenza Pasiano gli aveva già intitolato una struttura espositiva nel Parco dei Molini ed una via nella zona di Sant’Andrea.

Ruotolo ha quindi presentato l’ autore distinguendo tre fasi della sua vita di regista.

La prima è quella neorealista che vede alcuni film importanti come L’isola di Arturo, restaurato nel 2022 in occasione del centenario, ed Il rossetto, ispirato alla storia di una adolescente invaghita di un uomo implicato nell’uccisione di una donna. É importante anche La rimpatriata, interpretata magistralmente da Walter Chiari, opera sull’ amicizia un po’ oscurata dal passare del tempo che sfiora i temi tipici della commedia all’ italiana.

La seconda fase è quella dell’ impegno, del “cinema politico maggiorenne e vaccinato”, così definito nella prefazione di Alberto Pezzotta al libro “Regia Damiano Damiani”. Secondo Ruotolo i due film più significativi di questa fase sono Il giorno della civetta, opera che dà una visione della mafia legata ai fatti economici e ben al di fuori di una certa iconografia, mentre il secondo è il profetico Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica.

 

 

 

Non si può dimenticare La piovra, serie TV del 1984 che fu probabilmente il maggiore successo dell’autore seguita da 15 milioni di telespettatori in tutto il mondo, ex URSS compresa.

C’è anche un’ altra fase, quella del Damiani laico attratto dal sacro ben rappresentata dal film L’inchiesta. É un lavoro importante su Gesù di Nazareth sceneggiato da Ennio Flaiano e Suso Cecchi D’Amico con il contributo di Valerio Zurlini , ispirato ad un racconto breve di Anatole France del 1902. Damiani disse che per lui era difficile parlare di Gesù di Nazareth con il cinema, arte che inquadra la parte umana di Gesù proprio perché bisogna dargli un volto e un corpo scegliendo un attore. Secondo il regista, L’ inchiesta è la storia della stupefazione e dello smarrimento di un magistrato romano il quale dopo la morte di Gesù viene mandato in Palestina dall’imperatore alla ricerca del corpo di Cristo. A poco a poco si accorge che la sua convinzione di trovarsi di fronte a un impostore, un falso profeta o un mago sono pregiudizi mentre l’uomo di cui cerca inutilmente il corpo per smentirne la resurrezione è un personaggio diverso da tutti gli altri.

Lo storico del cinema Ugo G. Caruso ha quindi illustrato la personalità sfaccettata del regista esordendo con la frase «Non uno, ma cento Damiani», dal libro già citato di Alberto Pezzotta. Caruso si è anche chiesto se la critica cinematografica abbia dimenticato Damiani a causa di una sorta di alzheimer collettivo, perché la stampa italiana non ha una grande cultura cinematografica e preferisce citare questi famosi film di mafia ricordando i film su base tematica.

Il critico ha quindi ricordato la espressione “impegno commerciale” coniata dalla stampa negli anni ‘72 – ‘74 per definire quel filone cinematografico in un momento storico – molto diverso dal presente – in cui l’ impegno sociale e politico tirava molto, anche al botteghino.

Secondo Caruso,  il suo è un linguaggio attento e accattivante che cattura sguardo e attenzione dello spettatore fin dagli esordi, ad esempio con il film giallo Il rossetto del 1960, seguito da Il sicario, noir dalle tinte psicologiche. Non va dimenticato La rimpatriata, film in cui l’ autore probabilmente attinge alle vicende personali dello scrittore Gian Carlo Fusco di cui Walter Chiari, che interpretava il protagonista, era amicissimo. Damiani aveva infatti uno stretto contatto con vari scrittori come il suo sceneggiatore Ennio Flaiano, ma anche con Alberto Moravia da cui fu trasse La noia; il regista intratteneva rapporti anche con Elsa Morante e poi, come vedremo, con Carlos Fuentes.

 

 

 

Successivamente è intervenuto Graziano Marraffa, presidente dell’Archivio storico del cinema italiano. Damiano Damiani – ha affermato – è tra gli autori italiani più difficilmente classificabili; le ragioni specifiche vanno individuate nella sua prima formazione artistica basata sul disegno e la pittura, attività svolte anche sul piano professionale.

Diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi registi e sceneggiatori (da Federico Fellini a Ettore Scola) egli non si è dedicato alla caricatura umoristica, destinata prevalentemente alla pubblicazione periodica sulle celebri riviste del secondo dopoguerra quali Il Marc’Aurelio e altre che svolgeranno un’autentica funzione di officina per giovani emergenti, concentrandosi invece sulla produzione di disegni e testi originali per fumetti polizieschi e fotoromanzi.

Parallelamente, nel corso del decennio 1947 – 1957, egli ha diretto oltre 20 cortometraggi documentari nei quali, tramite la macchina da presa, osservava le varie città d’Italia oltre alle discipline sportive ed al mondo dei bambini, ma anche la nascita di un disegno animato e la pittura rinascimentale.

Le sue opere d’ esordio nel lungometraggio, quali i già citati  Il rossetto (1960) e Il sicario (1961) nascono in stretta collaborazione con Cesare Zavattini per la sceneggiatura e con Pietro Germi in veste d’attore nella partecipazione straordinaria a entrambi i film.

L’impostazione autoriale primaria del Cinema di Damiani è dichiaratamente in linea con il già avvenuto superamento del Neorealismo (che ha in Zavattini uno dei padri fondatori e, al contempo, un irriducibile sostenitore) attuato da Germi, del quale mantiene l’intento di indagine e denuncia sociale e lo stile narrativo che oscilla tra il noir e il giallo poliziesco.

Tra Germi e Damiani avviene, quasi impercettibilmente, un passaggio di consegne: mentre il primo dal 1961 in poi si dedicherà alla Commedia all’Italiana, il secondo proseguirà la sua rigorosa filmografia illustrando in tempo reale l’evoluzione del fenomeno mafioso e del malcostume, spesso raggiungendo i vertici del Cinema civile al pari di autorevoli colleghi quali Elio Petri, Francesco Rosi e Florestano Vancini, soprattutto nelle opere ambientate in Sicilia.

Contemporaneamente Damiani si appassiona nel trasporre sullo schermo, con notevole fedeltà al testo originario e ottimi risultati stilistici, opere letterarie di Elsa Morante ( L’isola di Arturo, 1961)  e Alberto Moravia (La noia, 1963, Una ragazza piuttosto complicata, 1968, dal racconto La marcia indietro), sfiorando magistralmente la Commedia all’Italiana senza affrontarla in due capolavori di amarezza e tragicità narrativa quali La rimpatriata (1963, anticipatore di Amici miei, ultimo progetto irrealizzato di Pietro Germi affidato per sua volontà a Mario Monicelli nel 1974) e Girolimoni il mostro di Roma, 1972), con uno sbalorditivo Nino Manfredi nel ruolo di un innocente un po’ ambiguo che avvicina delle ragazze svolgendo la sua attività di fotografo;

Damiani quindi cesella il thriller La strega in amore, 1966, una sorta di gotico italiano dalle atmosfere cupissime giocato sul tema del doppio e tratto dal romanzo Aura di Carlos Fuentes; poi il sorriso del grande tentatore, 1973,  e l’horror Amytiville possession, 1982, dal romanzo Murder in Amytiville,  di Hans Holzer; firma quindi un western politico , Quien sabe ?, 1966 e una tarda epifania del genere prodotto da Sergio Leone Un genio, due compari, un pollo, 1975.

Damiano Damiani fu autore di singolare trasversalità, non si è mai concesso a produzioni episodiche alle quali ha preferito il rischio di cimentarsi nella sperimentazione di soggetti originali di Ennio Flaiano e Suso Cecchi D’Amico, come la già citata L’inchiesta,  o sceneggiature scritte in coppia con Raffaele La Capria  Gioco al massacro, 1988: e si è distinto in ogni , distintosi in ogni contesto cinematografico nel quale si sia cimentato.

E per quanto Damiani sia stato definito il più americano dei registi italiani, ha dichiarato Marraffa, se in Italia ci fosse stata una nouvelle vague egli sicuramente ne avrebbe fatto parte.

Marraffa ha quindi chiamato al microfono vari protagonisti quali le attrici Gabriella Giorgelli e Adriana Russo, oltre al direttore della fotografia ed autore cinematografico Nino Celeste. Tutti hanno ricordato aneddoti legati al loro lavoro ed agli incontri avuti col regista. Notevole l’intervento di Roberto Ceccacci, non solo attore ma anche agente di spettacolo, il quale tra l’ altro ha ricordato Michele Placido, il commissario Cattani nella serie televisiva La piovra, che in occasione della morte di Damiani disse di dovergli tutto.

Bello anche il ricordo di Miranda Martino, nata a Moggio Udinese da famiglia aversana che ha cantato in vari film di Damiani e lo ha sempre considerato un grande professionista ed una persona perbene.

Dopo le relazioni la parola è tornata a Gianluca Ruotolo per la conclusione.

Ruotolo ha in particolare ricordato un film già citato nel corso della serata, cioè Quien sabe. É un western del tutto particolare che Damiani considerava un film storico sulla rivoluzione messicana, con una banda di pistoleros che rubano le armi all’ esercito regolare per rivenderle ai rivoluzionari del generale ribelle Elias.  Un personaggio più di altri è molto consapevole di come l’impresa sia quasi disperata perché queste reclute non sono veri soldati e quasi non sanno neanche sparare. C’ è anche la figura centrale dell’ americano Bill Tate che si inserisce nella banda presentandosi come un ricercato ma è invece un sicario pagato dal governo di Città del Messico proprio per eliminare il generale Elías.

La trama è complessa e a momenti anche tragica, ma in questo film oltre a sentire delle battute indimenticabili ( tra tutte «Amigo, la mierda è siempre mierda!».) vediamo anche delle scene comiche ben girate tra cui quella di una finta fucilazione, molto piaciuta al pubblico e molto citata successivamente, anche in una famosa réclame degli anni 90.

Mi riferisco ad una pubblicità della Sip realizzata dall’ agenzia Armando Testa che, a partire dal 1993, ebbe varie versioni ed ottenne sempre un grandissimo successo. La ricordiamo tutti come Una telefonata ti allunga la vita, una scena di ambientazione coloniale che si svolge nel cortile di un forte con un ufficiale, dei militari con le armi cariche e un prigioniero in piedi davanti ad un muro. É tutto pronto per la fucilazione.

Con secchi comandi i soldati alzano i fucili e, quando al condannato viene chiesto l’ultimo desiderio, lui invece di una sigaretta chiederà di fare una telefonata. E qui invece di un breve e disperato addio inizierà invece una lunga conversazione che durerà fino a notte alta, con le torce accese e la luce della luna. Da una situazione tesa e cupa si passa a una scena molto diversa, con uno stacco musicale ed il condannato che chiacchiera, un grande Massimo Lopez.

Lo spot, per la regia di Alessandro d’Alatri, ebbe un clamoroso successo e fu premiato nel 1994 al Cannes Lions International Award con il Leone d’Oro, il massimo riconoscimento nel mondo della pubblicità, ma anche con una Targa D’Argento della Comunicazione, l’Agorà d’oro, il Grand Prix Pubblicità Italiana. Questa campagna fu proposta in varie edizioni e durò fino allo spot natalizio del 1999, mandato in onda anche nei primi giorni dell’ anno 2000.

È una citazione chiarissima di Quien sabe ; questo però è un merito che a Damiano Damiani non venne riconosciuto .

 

Gianluca RuotoloPubblicista

 

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