Pogrom in Israele del 7 ottobre: le marocchinate trasferite a Gaza

Non serve la penna di Alberto Moravia e neanche la visione filmica di Vittorio De Sica, autori del libro e del film La ciociara.

 

 

 

Sono bastate alcune scarne audizioni alla Knesset, il parlamento di Gerusalemme, per confermare ciò che era stato già orgogliosamente raccontato e in parte (confusamente) filmato con gli immancabili telefonini dai terroristi palestinesi il 7 ottobre scorso; una data che almeno nel mondo ebraico passerà alla storia, senza l’indicazione dell’anno, come il giorno del pogrom in Israele.

Durante e dopo i massacri nei kibbutz e nelle cittadine nel sud del Paese, i miliziani di Gaza si sono abbandonati alla più atroce delle violenze, lo stupro sistematico delle donne e delle ragazze, che poi in molti casi, sono state trucidate. Quelle sopravvissute sono state portate all’interno della Striscia per servire da ostaggi. Molte di loro sono anche adesso in qualche tunnel, dove insieme agli sciagurati compagni di prigionia, circa 120 persone in totale mentre scrivo, servono ai miliziani islamici da merce di scambio e da ombrello di protezione di terroristi e di luoghi particolarmente sensibili per le loro attività. Certo non della popolazione civile, alla quale i guerriglieri seguitano ad abbinare depositi di armi e altre strutture, pur sapendo che la macchina militare israeliana ormai non intende recedere di fronte a nulla; forse neanche al dubbio che un certo tunnel possa celare al suo interno i loro stessi connazionali prigionieri.

Ma gli ostaggi, specie quelli di sesso femminile, servono anche a un’altra funzione; che è sempre la solita, alla quale invariabilmente si deve soggiacere quando si è in stato di totale soggezione di aguzzini senza scrupoli: fornire sesso.

Nei quasi quattro mesi dai massacri e dalla cattura di ostaggi, si temeva e si sospettava che oltre alle violenze carnali avvenute nelle ore degli attacchi, gli stupri potessero continuare anche nei confronti delle ebree tenute in ostaggio. La conferma è venuta nei giorni scorsi, dopo che un gruppo di familiari di rapiti, nel frattempo liberati in cambio del rilascio di detenuti palestinesi, e alcune donne direttamente vittime delle violenze e rientrate in Israele hanno riferito a una commissione parlamentare degli abusi subiti da quasi tutte le prigioniere dei terroristi islamici.

Qualcuna ha detto addirittura che le malcapitate sono state abbigliate come “bambole erotiche”, esposte alla continua mercè dei loro carcerieri. Sebbene in misura minore, hanno raccontato i testimoni, violenze sessuali sono avvenute e avvengono anche a carico di maschi, specialmente se giovani uomini membri di Tsahal, le forze armate israeliane. Aviva Siegel, 62 anni e Chen Goldstein Almog, 17 anni, sono due delle violentate che, tornate a casa da due mesi, hanno trovato la forza di raccontare le loro indicibili esperienze. Le violenze carnali sono di ogni genere e pressoché costanti e, come si è detto, i carcerieri non sottilizzano per età o sesso. Qualcuna, forse mostratasi un po’ riottosa a essere usata “come una bambola gonfiabile”, è stata torturata. I fortunati tra gli ostaggi che hanno potuto lasciare quell’inferno non hanno voluto parlare nei dettagli delle loro esperienze, limitandosi a generiche allusioni. I parenti hanno detto che lo hanno fatto per salvaguardare soprattutto loro, temendo che non avrebbero retto di fronte a certi dettagli.

Gli scampati e i familiari di chi è ancora prigioniero ripetono in tutti i registri possibili un solo, ossessivo messaggio per il governo e i vertici delle forze armate: “Fate che tornino a casa, non importa quale sia la contropartita”. Di fronte a questi appelli accorati, Netanyahu è stato capace solo di proporre una tregua di due mesi, in cambio del rilascio di tutti gli ostaggi. Un’offerta che Hamas, naturalmente, ha respinto nel modo più deciso, sapendo che una volta che venisse meno la merce di scambio umana la furia di Tsahal sarebbe ancora più incondizionata.

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 Soprattutto da un paio di mesi, però, un altro incubo si è aggiunto per le ragazze e le donne ebree in età fertile tenute come oggetti sessuali, l’ipotesi di essere gravide. “Là sotto – ha riferito Chen Goldstein – ci sono molte ragazze che non hanno avuto il ciclo mestruale: dobbiamo pregare che sia una difesa del loro corpo, soggetto a livelli indicibili di stress, e che non siano incinte”. Un auspicio, tuttavia, destinato a restare inascoltato in molti casi, perché si sa che in una donna giovane e sana, per quanto disperata e mentalmente agli antipodi dello stato mentale proprio della maternità, le leggi biologiche difficilmente vengono meno.

Per questo, sebbene con iniziale discrezione, le autorità israeliane hanno formato da tempo una commissione di esperti, ginecologi, endocrinologi e psicologi, per cercare di fare fronte anche a scenari che aggiungono dramma all’orrore. Oggi, in Israele è in atto una corsa contro il tempo, proprio in considerazione dell’ipotesi, estremamente realistica, di queste gravidanze.

Ma è una corsa destinata ad arenarsi a metà percorso, se le donne in ostaggio non saranno liberate. Nello Stato ebraico, l’aborto volontario è stato reso ancora più semplice da una legge del 2022, in una breve “pausa” della serie di esecutivi a guida Netanyahu, lasciando alla donna la totale responsabilità di portare avanti o meno una gravidanza, purché ciò avvenga entro le dodici settimane. Almeno a far data dal pogrom, tale termine è abbondantemente scaduto.

Da che esistono conflitti, guerre civili, guerriglie, terrorismo e azioni armate su vasta scala, in pratica da quando esiste il genere “homo”, chi deteneva la forza si è sempre distinto per aver esercitato predominio e violenze di ogni genere nei confronti dei nemici ma, soprattutto, delle popolazioni succubi e/o travolte dagli avvenimenti, comprese quelle che in teoria si dovevano proteggere da un nemico istituzionale. Con gradi diversi di ferocia e finalità di nefandezza variabili, mai nessuno si è potuto considerare al sicuro; né per età né per sesso.

Ma poiché i perpetratori di tali crimini collettivi sono sempre stati gli uomini, si comprende come la grande maggioranza delle vittime siano state di sesso femminile. I massacri del 7 ottobre scorso in Israele e le informazioni che filtrano da Gaza riguardo le violenze sugli ostaggi ebrei non fanno che confermare quelle terribili sopraffazioni.

Leggere i resoconti e vedere certi filmati fatti circolare in Rete dagli stessi assassini e stupratori ha richiamato analoghe imprese compiute in epoche diverse nei cinque continenti e perpetuatesi nei millenni in una infinità di guerre, a danno di centinaia di milioni di vittime.

 

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Le marocchinate. Un catalogo di atrocità

Ma a chi come me, che pur non essendo nato ai tempi della Seconda guerra mondiale ne ha percepito e assorbito le atrocità per contiguità temporale o per racconti familiari, sono venute in mente le “marocchinate”. Me ne aveva parlato mio padre, che ufficiale di artiglieria aveva preso parte, a fianco degli statunitensi, alle battaglie di Cassino. Una decina di anni dopo essere uscito sui grandi schermi di tutto il mondo e aver vinto l’Oscar per il miglior film straniero e per la protagonista, una insuperabile Sofia Loren, “La ciociara”, tratto dal libro di Moravia e girato da De Sica, venne dato in televisione. Fu allora che chiesi dettagli su quegli episodi che Papà, se non fosse stato per la mia curiosità, avrebbe preferito dimenticare.

 

 

 

Insieme al grosso delle forze di liberazione, rappresentate dai soldati Usa e dai britannici, nella primavera del 1944 in Italia operavano anche i francesi (Corps expéditionnaire français en Italie – CEF), distintisi particolarmente nell’offensiva che avrebbe fatto capitolare la linea Gustav tedesca. Del Corpo di spedizione francese facevano parte anche reparti coloniali, i famosi “goumiers”, truppe soprattutto del Marocco, da cui appunto il termine “marocchinate”, frammiste a reparti tunisini, algerini, senegalesi e maliani. I goumiers cominciarono nell’ottobre del ’43 in Sicilia, e successivamente furono impiegati in Campania, Lazio, Umbria e Toscana. È però nel basso Lazio, in Ciociaria, che si distinsero per valore in combattimento e ferocia nei confronti della popolazione. Mio padre non fu testimone di alcuno stupro (almeno così mi disse, forse per pudore) ma mi raccontò che in almeno un caso reparti americani dell’88ª Divisione di fanteria furono chiamati da ufficiali di collegamento italiani affinché intervenissero per impedire il protrarsi di azioni particolarmente efferate verso i civili.

I goumiers, come ogni altro militare francese operativo in Italia, erano sotto il comando del generale di divisione Alphonse Juin, un ex collaborazionista con la Germania a Vichy e amico di Philippe Pétain, poi emendatosi e pienamente riabilitato. Juin e molti ufficiali del suo stato maggiore, dopo una iniziale severità, avevano un atteggiamento indulgente nei confronti dei militari, ritenendo crimini quali stupri, saccheggi e crudeltà di ogni tipo poco più che bravate, da perdonare o al più sanzionare leggermente nei reparti che si erano mostrati valorosi contro il nemico germanico.

Lo stesso Juin dovette mediare in un paio di occasioni, riuscendo a impedire, con fatica, che i Blue Devils americani aprissero il fuoco contro i suoi, dichiarando in tono conciliatorio che non erano lì per farsi la guerra tra di loro ma per combattere i nazisti. Al tempo circolava anche la voce che Juin avesse firmato un volantino in francese e in arabo, in cui garantiva ai suoi soldati l’impunità per qualsiasi atto avessero commesso, purché fossero risultati vincitori nelle battaglie presso la parte più vicina al Tirreno della linea Gustav.

Del volantino non risulta che sia mai stato trovato un esemplare originale, ma è certo che a voce il generale avrebbe sostanzialmente garantito per 50 ore carta bianca ai goumiers vincitori. In questo modo il numero delle marocchinate, termine che si riferisce alle donne stuprate dai magrebini e non alle scorribande di questi ultimi, seguitò a crescere. È probabile che quei delitti furono perpetrati con maggiore segretezza e, soprattutto, quando nei paraggi non c’erano soldati Usa.

Proprio nell’area di Montecassino, su cui sorge la celebre abbazia, quei “coloniali” imperversarono rendendosi responsabili di uno dei peggiori stupri di guerra della storia. Gli storici, conservativamente, hanno parlato di 20.000 donne vittime di ogni tipo di violenze a sfondo sessuale, ma secondo ricostruzioni recenti questo numero potrebbe essere addirittura raddoppiato; e comunque non tiene conto delle migliaia di stupri nei confronti di bambini e di uomini, che per pudore si astennero sempre dal denunciare le violenze subite.

Tra i molti episodi documentati, particolarmente efferato fu quello del parroco di Esperia, don Alberto Terrilli, che tentò invano di difendere tre donne dalla violenza dei militari, che, vale la pena ricordarlo, avrebbero dovuto soccorrere quelle popolazioni già passate per ogni sorta di soprusi per mano dei tedeschi. Il povero prete, invece, fu denudato, legato a un albero e sodomizzato da decine di goumiers per due giorni di seguito, soccombendo dopo alcune ore per le lacerazioni interne e l’emorragia.

Anche nei dintorni di Messina, il loro primo porto di sbarco, i coloniali francesi si erano macchiati di violenze carnali; diversamente che in Ciociaria e in altre località, dove gli uomini rimasti erano pochi, o perché sotto le armi o perché datisi alla macchia per tema di essere deportati in Germania dai tedeschi in fuga, in Sicilia a proteggere le donne c’erano molti dei loro uomini. Così furono parecchi i “marocchini” che, in particolare nell’area di Capizzi, per aver commesso o anche solo tentato violenze furono trovati decapitati, evirati e lasciati morire dissanguati o fatti a pezzi e dati in pasto ai porci. La Sicilia fu il punto di arrivo dei goumiers ma anche il punto di partenza di molte delle povere marocchinate. A guerra finita, grazie all’interessamento dei comandi militari statunitensi, furono curate e convogliate in un centro profughe di Termini Imerese, da dove poi partirono alla volta degli Usa; non pochi furono i matrimoni per procura con italo-americani e molte le adozioni di figli “bastardi”, frutto di violenze, che trovarono un padre americano adottivo. Furono sempre gli americani che grazie alle ingenti scorte di penicillina, farmaco a quel tempo introvabile in Italia, figurarsi in una oscura provincia sconvolta dalla guerra, resero possibile trattare i numerosissimi casi di malattie veneree, gonorrea e soprattutto sifilide, lasciate come ricordo dagli stupratori.

Oggi, 80 anni dopo quei tragici fatti, sono quasi estinti gli ultimi protagonisti. Due anni fa la mia amica Damiana Leone, regista, attrice e sceneggiatrice, dopo anni di ricerche, interviste con le ultime sopravvissute e un accurato lavoro di documentazione storiografica anche presso l’Archivio di Stato di Frosinone, città di cui è originaria, ha presentato il docufilm “Le marocchinate del ‘44”. Del tema, del resto, Damiana si occupa già da una quindicina d’anni, al tempo dei suoi esordi in teatro. Nel film, che se non fosse stato per la pandemia di Covid avrebbe visto la luce molto prima, la Leone affronta il delicato tema completamente al femminile, essendo riuscita prima che fosse troppo tardi a coinvolgere familiari suoi, della produttrice e della direttrice della fotografia. Sono una trentina le nonne che Damiana, con tatto e pazienza infinita, è riuscita a intervistare. Oggi sono scomparse quasi tutte, ma per fortuna il suo prezioso lavoro documentale resta.

 

 

 

A proposito del libro e del film La ciociara, la regista, pur usando espressioni di grande apprezzamento per gli autori del romanzo e del film, due opere di indiscusso valore artistico, ha detto che rispetto alle vicende storiche di cui lei si è occupata dànno degli stupri di guerra una immagine molto più circoscritta, rappresentando addirittura come un episodio isolato quella storia di violenza. Rispetto al film, dove De Sica mostra la violazione di Cesira, la madre, e della figlia Rosetta, il libro di Moravia racconta la violenza solo nei confronti dell’adolescente Rosetta.

 

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Tammurriata nera

Dopo la narrativa e il cinema c’è un altro titolo che aggiunge un terzo genere artistico, quello musicale, a completamento di una ideale “trilogia dello stupro”. È la celeberrima canzone napoletana intitolata Tammurriata nera, forse non collegata alle barbarie della soldataglia magrebina, ma ugualmente riconducibile all’abuso di un soldato americano di colore (oggi si direbbe afro-americano) verso una popolana napoletana. Fatto sicuramente verificatosi più e più volte, sebbene, nella canzone, la incomparabile e “filosofica” leggerezza dei napoletani abbia preferito proteggere con l’ironia l’insulto subito dalla propria gente. Curioso è anche il fatto che l’autore di una musica dall’andamento allegro e dal ritmo trascinante (grazie appunto ai tamburi del titolo) sia stata composta da E. A. Mario (pseudonimo di Giovanni Gaeta), lo stesso autore (testo e musica) della celeberrima marcia La leggenda del Piave, di cui il generale Armando Diaz disse che ebbe un ruolo superiore a quello di un generale nell’esaltare lo spirito patriottico dei soldati della Grande guerra. Il testo della Tammurriata, invece, fu scritto da Edoardo Nicolardi, noto giornalista, poeta vernacolare e paroliere napoletano.

Tornando ai fatti iniziali su cui si è basato questo articolo, mentre Damiana Leone ha dovuto faticare sia per trovare le protagoniste del suo docufilm sia il linguaggio adatto a rapportarsi con loro e con il pubblico, soprattutto studenti cui il lavoro è destinato, per fare un documentario “in presa diretta” del pogrom in Israele agli autori è bastato legarsi una webcam sulla fronte. La qualità delle immagini (per fortuna) è di molto inferiore, ma si può stare certi (purtroppo) che il successo che il film dei massacri compiuti da Hamas e Co. sta avendo nel mondo arabo è di molto superiore.

 

Carlo GiacobbeGiornalista, scrittore, già corrispondente dal Medio Oriente

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