Per capire l’arte ci vuole una sedia

“Niente come fare un film costringe a guardare le cose”

(recensione di Con la grazia di un dio. Regia: Alessandro Roia. Produzione: Bartlebyfilm, Rai Cinema, con il contributo del Ministero della Cultura, Italia 2023, al cinema dal 30 novembre)

Cultura

Maya Sansa, Tommaso Ragno, Sergio Romano in Con la grazia di un dio

 

Due mani maschili incidono con un coltello professionale il ventre di un grande pesce, aprono le interiora che crepitano, le rivelano in primo piano. Il grande pesce finisce di essere eviscerato, la macchina da presa spiega che sul tavolo da dissezione giace un pesce spada. Tra l’inizio e la fine dell’autopsia animale corre poco più di un’ora: in mezzo, ci viene mostrata per quadri e con dialoghi secchi e radi l’autopsia della vita di un uomo che tra due mari ha combattuto una guerra di vendetta privata con il suo ingegno e armi rudimentali. In sintesi, questo è il film Con la grazia di un dio, l’esordio alla regia lungamente pianificato da Alessandro Roia.

“Niente come fare un film costringe a guardare le cose”. L’incipit del Paragrafo sesto di Gennariello di Pier Paolo Pasolini (p. 38 delle Lettere luterane nell’edizione Einaudi uscita un anno dopo l’assassinio di Pasolini) riassume il senso dell’impegno da regista di Roia. Due anni fa l’attore che ancora non si era dichiarato pubblicamente regista usciva con una sorta di pudica dichiarazione di poetica:

“Di recente ho sentito una lectio magistralis sull’ambizione di Luca Guadagnino, una persona che stimo molto. Parlava di come questo sentimento sia importante, ma anche di come vada maneggiato nel migliore dei modi: è un motore che deve guidarti, ma non deve diventare la tua ossessione. È un piccolo meccanismo che mi ha fatto pensare. L’ambizione pura è voglia di fare, non di arrivare. È voler provare, osare. Ci ho messo un po’ a capirlo, ma perché sono un tipo piuttosto lento” (in una intervista a Mattia Carzaniga per “Vanity Fair”, n. 51, 18 dicembre 2021: https://www.vanityfair.it/article/alessandro-roia-ora-tocca-a-me-inte+rvista-diabolik).

Guardando le cose per com’erano (dentro sé stesso in primo luogo), Roia ha trasformato l’ambizione in “voglia di fare”, realizzando la vera sua vocazione antica: ha deciso di smettere i panni di attore e da regista ha creato Con la grazia di un dio, uscito all’altezza dei suoi 45 anni.

Il primo film di Roia è un nóstos: un viaggio nel passato nel quale Luca, un genovese che fa il ristoratore in Calabria, come Ulisse percorre il mare, la nostalgia, la vendetta, il senso dell’esilio e il desiderio di tornare alla tempesta di un tempo. Il nóstos del re guerriero Ulisse sta in un poema epico di 24 libri; il nóstos di Luca, che diventa un dio vendicatore e impunito indossando il giubbotto da motociclista dell’amico perduto come se fosse una corazza e una camicia di Nesso, sta in un film di 74 minuti. Un film da camera, nel senso che assume l’espressione “da camera” da quando Beethoven la cambiò di segno: il compositore portò nelle sale da concerto i pezzi che si scrivevano per tre o quattro strumenti e per tre o quattro cantanti, non più pensando al divertimento dei principi ma agli intenditori, ideando partiture che musicisti dilettanti avrebbero potuto eseguire solo con difficoltà.

Roia si è concentrato così sulla dimensione estetica e tecnica, dunque profondamente artistica, della sua intensa opera prima. Il titolo costringe lo spettatore a non distogliere l’attenzione per cercarne lo svelamento, che non sta nella battuta di un personaggio ma nella caratteristica principale del protagonista quando irrompe tra la gente del suo passato.

Roia ha selezionato attentamente gli attori in grado di valorizzare le difficoltà della sua partitura. Sergio Romano/Maurizio e in Maya Sansa/Claudia sono due supporting actors che suonano bene l’uno accanto all’altra. Sansa è una dark lady tatuata che si fa di acidi immersa in ombre fluttuanti, all’altezza dell’anniversario ventennale del ruolo arioso che l’attrice ebbe in La meglio gioventù (per Claudia si preparava ascoltando il blues rock arrangiato in modi elettronici di Personal Jesus dei Depeche Mode, un pezzo di sfuggente ironia sulla fiducia).

Romano e Sansa si accordano benissimo ai toni proteiformi di un Tommaso Ragno protagonista assoluto (come dovrebbe toccargli più spesso al cinema, mentre succede già in teatro: l’anno scorso Ragno è stato diretto da Massimo Popolizio nella grande macchina di “M il figlio del secolo”, ottenendo una performance magistrale, e adesso riprende la tournée del suo singolare Una relazione per un’Accademia da Franz Kafka). Ragno/Luca naviga per 74 minuti con la grazia di un artista ardente, come un resto indelebile d’incendio in un crepuscolo di bufera. Roia ha saputo assecondare tutte le sfaccettature di una voce ricca di variazioni qui usata con misura estrema (Luca parla pochissimo) su una faccia che sarebbe stata benissimo anche nel cinema di Abel Gance. Luci e ombre curate in modo maniacale accrescono il trascolorare di uno sguardo che può essere dolce, perso nel ricordo o nell’affetto, poi capace di gelare e di gelarsi, disseccarsi, inferocirsi.

 

 

Alessandro Roia e Tommaso Ragno sul set a Genova. Ph.: dal profilo Instagram di Tommaso Ragno, 25 novembre 2023 (https://www.instagram.com/p/C0CEg55N4SQ/?img_index=2)

 

 

A partire dalla scelta di interpreti bravi ed eccellenti, la formula “da camera” è applicabile al film anche per altre scelte di Roia. Grazie a un produttore lungimirante, Massimo Di Rocco, alla durata contenuta di 74 minuti e alla scelta della pellicola in 35 mm. (che non ammette errori) Roia ha unito una variazione sulla tradizione per la trama, nata anche da un ricordo personale: un’amicizia ambigua tra due uomini uniti da una giovinezza irregolare; una donna affascinante, intelligente e indipendente tra loro; un mistero che inizia e si dipana con un cimitero di mezzo. Alcune recensioni hanno constatato numerosi riferimenti a un film nel quale Ragno è stato grandissimo interprete, Nostalgia di Mario Martone.

Deve avere contato, forse ancora di più, C’era una volta in America (un film presentissimo a chi ha l’età di Alessandro e mia e per chi ha qualche anno in più, come si vede nei ricordi di Sorrentino in È stata la mano di Dio…). Nei dialoghi di Con la grazia di un dio tornano memorie dell’epica di Sergio Leone che non sono mere citazioni ma ricordi attivi e agenti: la battuta “ho fatto il bravo” di Ragno/Luca ai compagni di un tempo all’ingresso nella stanza della memoria sta alla proustiana “sono andato a letto presto” pronunciata da De Niro/Noodles in una stanza ugualmente popolata di spettri. I nuovi criminali che hanno provocato la morte di Vincenzo sono “più avidi, più cattivi… Meno regole”, molto diversi da quelli che Luca aveva conosciuto prima di andare via da Genova, così come succede a Noodles quando ritrova Max e altre rispettabilissime conoscenze. Infine, anche in Con la grazia di un dio è tumulata in un cimitero una giovinezza tumultuosa che vuole resuscitare.

“Mi segui a casa mia, mi accusi, mi spii. Che cos’è, un film noir?”, chiede sarcastico a Luca il boss locale (Aldo Ottobrino). Roia insinua con questo interrogativo metacinematografico che le regole del noir ci sono tutte, ma che non si ferma tutto al noir. Il regista ha mescolato i generi cinematografici, senza focalizzarsi su “un genere in particolare e ancora oggi non penso sia un noir. Credo abbia degli elementi noirish” (lo dice nell’intervista del 29 novembre a Maria Grazia Perulli di “Sentieri selvaggi” https://www.sentieriselvaggi.it/con-la-grazia-di-un-dio-intervista-ad-alessandro-roja/). Sicuramente tutti i generi che si intuiscono nel film sono quelli classici che attorno al noir ruotano: il gangster movie, il thriller, perfino il western. Come si faceva nei capolavori storici del noir americano, Roia ha affidato un ruolo espressivo preponderante alla fotografia e al montaggio, mettendosi a fianco due fuoriclasse come Massimiliano Kuveiller (che ha collaborato con Guadagnino per We are Who We are) e Marco Spoletini (esperto curatore del montaggio di film di registi come Matteo Garrone, con il quale ha lavorato per ogni opera, e come, tra gli altri, Gianluca Maria Tavarelli, Riccardo Milani, Francesco Bruni, Alice Rohrwacher).

In un noir, pur se composito, non si può trascurare l’effetto narrativo, illusivo e di suspense giocato dalla colonna sonora: Roia ha voluto le composizioni di un’artista performativa attiva nella club scene berlinese, Lyra Pramuk, che accompagnavano il regista fin da quando scriveva il film, poi sceneggiato insieme a Ivano Fachin.

 

Tommaso Ragno in Con la grazia di un dio

 

 

Torno sulla durata del film, che non è un dato da trascurare. A cominciare da quando Con la grazia di un dio è stato presentato e premiato alle Giornate degli autori al Festival del cinema di Venezia, ho letto e ascoltato molti apprezzamenti sulla durata di poco superiore all’ora voluta da Roia. Effettivamente si tratta di una scelta felice e che, in aggiunta, a me non è sembrata casuale, in un’opera così ricca di rimandi concettuali alla articolata cultura cinematografica e visiva dell’autore. Proprio i 74 minuti della pellicola agganciano ancora più saldamente e con raffinatezza Con la grazia di un dio a quei film noir americani entrati nella mitografia cinematografica nonostante budget iniziali risicati. È il caso di uno dei noir più rarefatti e mitizzati da grandi maestri come Martin Scorsese e Dario Argento: Cat People (Il bacio della pantera) di Jacques Tourneur (1942), che bisognò comprimere in 72 minuti perché rientrasse nella programmazione delle sale che passavano il cosiddetto “double-program”: cinema che proiettavano due film da poco più di un’ora da vedere in successione al costo di uno. Proprio l’uso iconografico che fa Tourneur del riflesso dell’acqua della piscina in Cat people mi è tornato in mente (forse anche perché lo avevo rivisto da meno di una settimana) guardando il riverbero della vasca per razze e piccoli squali sui volti di Sansa/Claudia e Ragno/Luca mentre retrocedono alla malìa tremolante della memoria (una delle scene visivamente più belle del film).

 

Maya Sansa e Tommaso Ragno in Con la grazia di un dio

 

 

Un fotogramma dalla scena della piscina in Cat People (Il bacio della pantera). Regia: Jacques Tourneur. Produzione: RKO Pictures (USA, 1942)

 

 

Presentando il film il 29 agosto a Skytg24 in conversazione con Omar Schillaci, Roia ha raccontato che è diventato un artista anche perché ha avuto la fortuna di studiare al liceo con due professori che gli hanno trasmesso la passione per i libri e per la storia dell’arte. Se Roia è arrivato a questa elegante stratificata regia, lo deve in qualche modo anche al percorso intellettuale iniziato grazie al suo insegnante di storia dell’arte, che con l’esempio lo ha incoraggiato anche a diventare un cinefilo accanito. Non è un caso se in Con la grazia di un dio Roia ha ricercato testardamente una forte pittoricità, accresciuta anche dalla scelta della pellicola su cui imprimere facce espressionistiche e una Genova inizialmente suggerita dal produttore e della quale Roia ha accresciuto il mistero arrivando a smontare, nottetempo, l’illuminazione moderna e falsa dei caruggi per ripristinare quella della storia da raccontare.

La pittoricità delle immagini si traduce anche nella trasformazione in set di uno dei musei di scultura monumentale a cielo aperto più spettacolari del mondo: il seducente Cimitero monumentale di Staglieno, un luogo magico le cui statue simboliste sono entrate da tempo nell’iconografia pop. Alla Tomba Appiani è dedicato un quadro del film, credo in omaggio alla copertina dell’album Closer della band britannica post punk Joy Division, che usò una riproduzione di un altro monumento funebre di Staglieno, la Tomba Ribaudo, per il singolo Love will tear us apart.

 

Riproduzione della Tomba della famiglia Appiani (1910) di Demetrio Paernio, Staglieno, Cimitero monumentale, sulla cover di Closer dei Joy Division, 1980
Riproduzione della Tomba della famiglia Ribaudo (1920 ca.), di Onorato Toso, Staglieno, Cimitero monumentale, sulla cover di Love will tear us apart dei Joy Division, 1980

 

 

Altre scene sono come pitture in movimento nelle quali i ricordi figurativi di Roia si sono riversati inconsciamente con naturalezza: la macchina da presa vortica attorno a Ragno/Luca in un vicolo, così come faceva carosello su Stefania Sandrelli in un film molto amato da Roia, Io la conoscevo bene; la saturazione rossa delle immagini in cui Ragno/Luca sovrappone ricordi e desideri e in cui si vendica ha forse qualche memoria della giustizia di Travis Bickle.

La macchina da presa segue l’assolo dello stesso protagonista mentre cammina verso il mare agitato, ripreso prima di fronte e poi di spalle, in un campo lungo che si restringe fino a diventare un primo piano senza discostarsi dalla gamma dei grigi. Proprio mentre Ragno/Luca spettinato dal vento andava incontro al mare d’inverno con le mani nelle tasche del trench scuro, la storica dell’arte che in me convive accanto alla fanatica di cinema ha riportato a galla, per analogia, lo sguardo di Valerio Zurlini su un altro portatore di morte arrivato in una città di mare, il dolente Alain Delon di La prima notte di quiete: in una Rimini grigia di presagi funesti, un misterioso e stropicciato professore di storia dell’arte si consuma in un’eterna coazione a ripetere, tra eccessi notturni e compagnie sbandate, stretto per tutto il film nel bavero alzato di un cappotto cammello alla Roberto Longhi.

 

Tommaso Ragno in Con la grazia di un dio

 

 

Alain Delon sui titoli di testa di La prima notte di quiete. Regia: Valerio Zurlini. Produzione: Mondial TE.FI., Roma – Adel Films (Alain Delon), Parigi (Italia-Francia 1972)

 

 

E poi altre connessioni, questa volta letterarie. Dopo il film, ho riletto dopo molti anni un racconto noir dimenticato di Antonio Tabucchi, Il filo dell’orizzonte, che sembra scritto come una sceneggiatura con diverse insistite allusioni al cinema, più e meno scoperte. Il filo dell’orizzonte uscì per Feltrinelli nel 1986, mentre Tabucchi insegnava Lingua e letteratura portoghese come professore ordinario all’Università di Genova. Mi costrinsi a leggerlo più tardi, quando Tabucchi era diventato uno scrittore piuttosto di moda all’altezza del film Sostiene Pereira. Ci sono due uomini divisi dalla vita, uno scivoloso contesto criminale, una donna, in una Genova che, come in Con la grazia di un dio, non è sfondo ma sirena e arpia. Il protagonista Spino, che come Ragno/Luca si porta “per sortilegio” il filo dell’orizzonte “negli occhi” (p. 107 del racconto), conduce un’indagine privata su una morte che evoca quella del brigatista inafferrabile Riccardo Dura nella strage di via Fracchia, ma anche quella di Athos Magnani nel Tema del traditore e dell’eroe di Borges, alla base del film Strategia del ragno di Bernardo Bertolucci. Il filo dell’orizzonte e Con la grazia di un dio iniziano in due obitori; le due storie proseguono con un uomo che ha vissuto inseguendo la morte e trovandola, con un altro attratto dall’acqua avanzando tra le ombre fino alla fine, con la forza che le cose hanno di tornare, con una scena nel museo di statuaria a cielo aperto del Cimitero monumentale di Staglieno dove (in Il filo dell’orizzonte) su una tomba Spino legge l’epigrafe “Muore il corpo dell’uom, virtù non muore”: un esergo quanto mai adatto anche ai due amici del film.

Cat people, C’era una volta in America, Io la conoscevo bene, La prima notte di quiete, Il filo dell’orizzonte, Tema del traditore e dell’eroe, Strategia del ragno, Taxi Driver, Nostalgia… Accade sempre più di rado che un film susciti il desiderio immediato di rivedere e rileggere altri film e libri. Quando succede, si tratta di un’opera in cui l’ambizione ha permesso di creare qualcosa di solido, che resta nell’immaginario personale dello spettatore perché fa guardare le cose come l’autore le ha viste.

Roia entra a fare parte del gruppo di registi che – come Martin Scorsese e Wes Anderson- vedono il cinema come “pittura in movimento” (la rubrica se ne è occupata il 16 novembre: https://beemagazine.it/per-capire-larte-ci-vuole-una-sedia-un-film-e-come-un-dipinto-la-storia-dellarte-secondo-martin-scorsese/). Il “double program” che negli anni Quaranta diede al noir la sua impronta stilistica coglie anche ora nel segno: sui titoli di coda lo spettatore ambisce a farsi riavvolgere dall’atmosfera di allucinata grazia visiva pagana senza volerne uscire.

 

Tommaso Ragno e Alessandro Roia. Ph.: dal profilo Instagram di Tommaso Ragno, 25 novembre 2023 (https://www.instagram.com/p/C0CEg55N4SQ/?img_index=3)

 

 

Floriana Conte  – Professoressa associata di Storia dell’arte a UniFoggia (floriana.conte@unifg.it; Twitter: @FlConte; Instagram: floriana240877) e Socia corrispondente dell’Accademia dell’Arcadia

 

 

 

Per capire l’arte ci vuole una sedia | | “Un film è come un dipinto”: la storia dell’arte secondo Martin Scorsese

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