Pace e guerra, l’attualità-inattualità del pensiero di Kant

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Celebriamo il 4 Novembre ogni anno nel ricordo del primo giorno di pace del 1918 dopo la grande guerra. Una guerra che ha modificato non solo gli assetti geopolitici, gli umori, le prospettive e le memorie, ma anche e soprattutto la modalità del fare la guerra, tra trincee e nuove armi a disposizione, più potenti e disastrose.

A distanza di 104 anni dal primo giorno di pace, siamo, però, costretti a parlare di guerra, di una guerra iniziata il 24 febbraio del 2022 di cui non siamo in grado di prevedere eventi e conclusioni e che ci interroga sulla incapacità della Storia di fare memoria. È, infatti, ormai acclarato che la Storia non sia, o forse non sia mai stata, Magistra vitae. Ed è in questo particolare momento storico che parlare di Pace sembra essere utopistico, anzi oserei dire ossimorico.

Il parlare e manifestare per la Pace, forse un po’ in ritardo rispetto alla evoluzione del conflitto, ha riunito il 5 novembre in due grandi manifestazioni distinte, a Roma e a Milano (piazze in cui si continuano a operare degli assurdi distinguo), uomini e donne di buona volontà; in questi due contesti ha marciato quella bella umanità che continua a cercare un varco, a proporre l’unica via d’uscita, la sola scelta responsabile per evitare la catastrofe. Dall’altra parte della Storia la cattiva umanità continua a difendere l’adagio si vis pacem, para bellum dimenticando che finora lo stesso non ha offerto soluzioni pacificate e pacificanti.

Ricordiamo che la nostra Costituzione, più volte definita la più bella del mondo, ci fa da guida illuminante attraverso 2 articoli: l’ art. 11 e l’ art. 52.

L’ art. 11 ci impegna a ripudiare la guerra in quanto “offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie”e ci richiama ad un vincolo per “un ordinamento che assicuri la Pace e la Giustizia fra le Nazioni”.

L’ art. 52 ci rammenta che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.

Realisticamente, allora, i nostri padri costituenti, nel negare la guerra come soluzione alle controversie geopolitiche, non ignorano le tensioni stesse, oggi sempre più estese e pericolose.

“Prima o poi la strage riprenderà verso il grande cimitero del genere umano”.

In questi termini si esprimeva Immanuel Kant, il più grande filosofo dell’Illuminismo tedesco, matematico e anticipatore degli elementi fondanti della filosofia idealistica e della modernità, sostenitore ante litteram della necessità di creare le condizioni politiche per un pianeta pacificato; concetti espressi con chiarezza adamantina, tipica del pensatore maturo e lineare, nel libretto Per una pace perpetua, composto nel 1795, all’età di 71 anni.

Il saggio, molto scorrevole e agevole si divide in due parti: la prima sezione contiene gli articoli preliminari per la pace perpetua tra gli Stati; la seconda contiene gli articoli definitivi.

La soluzione per la Pace, ci dice il filosofo, non è una “condizione di natura, ma è un prodotto artificiale” che si può realizzare con la Costituzione di una federazione repubblicana condivisa tra gli stati in federazione. “Il rapporto tra gli Stati deve fondarsi sull’ospitalità universale, un principio sostenuto nei primi sei articoli del breve saggio che fanno da introduzione e ha come obiettivo non la tregua, la pace momentanea tra gli Stati, ovvero una interruzione tra una guerra e l’altra, ma la pace perpetua”.

La condizione principale perché ciò possa verificarsi è l’eliminazione degli eserciti permanenti, sia per l’attacco, sia per la difesa. Nel terzo articolo, il filosofo precisa che gli eserciti permanenti devono scomparire in quanto concause delle guerre per la corsa agli armamenti, mentre nel quinto articolo sostiene che nessuno Stato può credere di “diffondere la democrazia portando la guerra” e ancora “nessuno ha più diritto di un altro su una parte della terra”.

Ora, a distanza di 227 anni dalla formulazione del pensiero così lucidamente espresso nel libretto, queste riflessioni tragicamente inattuate, ma così profondamente attuali, ci sembrano essere una anticipazione pericolosa di quel grande cimitero del genere umano su citato.

Se il mondo fosse perfetto, se potesse regnare la Pace perpetua, nessuno Stato avrebbe necessità di superare i propri confini per soffocare in atti di sopraffazione i territori altrui. Ma così non è, non lo è ancora.

Siamo, purtroppo, costretti a ricordare che l’Europa dei popoli non ha ancora attuato il sogno nato a Ventotene, quello di un mondo in cui realizzare una unione di intenti nel segno della Libertà, della Pace e dell’Uguaglianza. Un mondo che ponga al centro l’uomo e la sua felicità.

E se la Storia non insegna, se il passato si ripete, quanto ancora dovremo attendere perché l’umanità diventi Umanità?

Rita RuccoDocente, direttrice di Collana editoriale di saggistica, poesia e narrativa

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