Pace a due piazze. A migliaia a Milano e a Roma, l’impeto pacifista lega passioni e pulsioni variamente espresse

Il racconto ravvicinato delle due manifestazioni fatto da due giovani animati da passione civile

È l’altra manifestazione, interventista.

Quella di chi grida “Slava Ukraini” (gloria all’Ucraina) e tutti in coro a rispondere: gloria agli eroi. A Milano, all’arco della pace, bandiere della pace non c’erano: solo vessilli ucraini, dell’Unione europea, striscioni contro l’aggressione russa.

E ancora slogan di resistenza a oltranza contro la Russia, la Wagner, i mercenari ceceni: quando ad un tratto, fra quel migliaio di manifestanti che si sentono partigiani del “bellum iustum”, inizia a risuonare in corso Sempione una canzone: “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasore”. Non è un caso.

In quella piazza, tutta a nozze di colori giallo e blu, le note di “Bella ciao” evocano non solo un canto di resistenza partigiano, lasciato sugli Appennini tra i sentieri dei nidi di ragno, ma il senso di una narrazione universale, che attraversa spazio e tempo: contro gli assassini e gli stupratori di Bucha, non ci può essere dialogo (almeno fino a quando i russi non abbandonano i territori occupati), bisogna combattere fino alla vittoria militare. Perché – questa la voce profonda della manifestazione- non c’è alternativa alla resistenza, a meno di non voler replicare con l’Ucraina quanto accaduto a Monaco nel ’38 – dove la Cecoslovacchia fu smembrata e sacrificata per provare (senza successo) a saziare gli appetiti di Adolf Hitler – consegnando alla Russia Kherson, Donbass e Crimea.

“Potevate scegliere tra il disonore e la guerra: avete scelto il disonore e avrete la guerra”, chiosò il primo ministero del Regno Unito Winston Churchill, contestando la politica di appeasement nei confronti di Adolf Hitler da parte del predecessore Neville Chamberlain.

Ed anche nella piazza di Milano, dove pare riecheggiare il motto del poeta latino Vegezio “si vis pacem, para bellum”, c’è chi teme che – se non si ferma Vladimir Putin – l’Ucraina possa essere l’eterno ritorno della tragedia: dove al posto dei Sudeti c’è il Donbass. Sarà – ed è critica comune – il riflesso di quello che il filosofo tedesco Leo Strauss ha definito “reductio ad Hitlerum” del nemico, eppure – ragionano in piazza – la pulizia etnica e i massacri, se non ai campi di sterminio, assomigliano molto alla pace romana descritta da Tacito: il deserto.

E – come noto – le vittorie mutilate (figurarsi le paci del cimitero) arano il terreno di recriminazioni e odi, da cui germoglia il revanscismo più duro: e cioè altra guerra. Basta guardare a certi settori dei servizi segreti militari di Kiev o del battaglione Azov per rendersi conto che l’Occidente non può disporre del diritto alla resistenza del popolo ucraino: pena l’escalation militare. Anche perché, chiusa del ragionamento, non si fa la storia con i torti dell’aggredito: ieri l’umiliante pace di Versailles (che ha alimentato il nazionalismo tedesco nel primo dopoguerra) – oggi il mancato rispetto degli accordi di Minsk – non possono giustificare il fosforo bianco, i missili sulle scuole, i trasferimenti forzati, le stragi.

Questa narrazione – che pure insiste sulla nobile idea che senza giustizia non c’è vera pace- a molti osservatori (anche di provata fedeltà atlantica) risulta calcare più l’etica del risultato che quella della responsabilità: davanti alla Bomba, la minaccia nucleare, la dottrina del terrore. Per ampi strati del movimento pacifista (cattolici e sindacati in testa) – che pure stavano nell’altra piazza, quella di Roma, senza per questo essere stati ‘equidistanti’ anche solo per un istante- la politica di distensione – o almeno la sua ricerca – è un atto di responsabilità collettiva verso il mondo, per impedire all’umanità di rimanere a guardare quella ” sfera di fuoco, più grande del sole, più vasta del mondo” (copyright Francesco Guccini in Noi non ci saremo): l’olocausto nucleare. “Si è sempre responsabili di quello che non si è saputo evitare” diceva Jean Paul Sartre, e ne sono sempre più coscienti anche i settori più moderati della Nato: che spingono gli ucraini alla conquista di Kherson, per poi sedersi a tavolino e trattare da una posizione di forza: anche con Putin. Perché – è vero- non c’è pace senza giustizia, ma è altrettanto vero che la giustizia in un cimitero serve a poco.

 

Andrea Persili – Giornalista praticante

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  La manifestazione di Roma

 Centomila persone, mille colori e centinaia di realtà diverse si sono riunite a Piazza della Repubblica lo scorso sabato; ad accomunarle c’era una sola parola: Pace.

La manifestazione per la fine del conflitto tra Russia ed Ucraina ha visto la partecipazione di moltissime organizzazioni politiche e sociali. Camminando per la larga piazza vicino alla stazione Termini era possibile incontrare tantissimi tipi di attivisti diversi: i cattolici che dal primo giorno si sono schierati contro il conflitto, la sinistra radicale divisa in tanti piccoli partiti tutti riuniti contro le brutalità che si stanno consumando nell’Est Europa ed una parte del centrosinistra.

 

Vicino alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri era appoggiato uno striscione con i colori dell’arcobaleno con sopra scritto a lettere cubitali “nonviolenza”, poco distante un frate manteneva un cartello che richiamava agli insegnamenti di San Francesco: “Dalla parte delle vittime, dalla parte degli ultimi”.

Presenti anche gli scout con in mano dei cartoncini neri su quali erano scritti alcuni dei paesi vittime del più grande flagello dell’umanità: “Yemen”, “Nagorno Karabak”, “Iran”, “Georgia” e “Ucraina”. Spazio anche per il supporto alle donne iraniane che combattono contro la violenza della teocrazia e per i curdi sotto lo schiaffo della Turchia di Erdogan.

Alla testa del corteo un gruppo di ragazzi marciava con al collo un cartello con sopra scritte tre parole: pace, pane, pianeta. E’ il motto scelto dall’Arci che indica tre priorità fondamentali per il futuro, la garanzia di un mondo senza conflitti con giustizia sociale ed ecologica.

Non mancano gli esponenti di alcuni partiti politici:  Giuseppe Conte, accolto da una calca di giornalisti pronti a raccogliere le sue dichiarazioni su una piazza che lui stesso ha invocato lo scorso mese su “Il Fatto Quotidiano” e su “L’Avvenire”. Un sabato da dimenticare per l’ormai ex segretario dem Enrico Letta,  contestato da molti manifestanti presenti nella piazza, tra le accuse rivolte anche quella di aver distrutto il Pd e di aver sbagliato manifestazione.

Sono diverse le richieste portate in piazza dai vari movimenti alle quali si sono unite altre istanze.

“La distruzione e il pericolo di escalation nucleare ci portano a dover fare due richieste chiare: fare di tutto per un cessate il fuoco che permetta di fermare le ostilità, anche con una presenza internazionale che ne permetta il rispetto, e far partire un percorso negoziale” ci ha raccontato il coordinatore delle campagne di Rete Italiana pace e disarmo Francesco Vignarca una settimana prima della manifestazione.

Una fine dei conflitti che può giungere grazie ai negoziati che potranno essere efficaci “solo se multilaterali ed aperti” perché la pace non potrebbe essere raggiunta con un confronto solo fra Putin e Zelensky ma sarà necessario il coinvolgimento anche della Comunità internazionale.  Un messaggio chiaro: per costruire la pace non è necessario solo far fermare la violenza, bisogna saper garantire la pienezza di diritti, rispetto ed opportunità, interazione fra comunità, fra popoli e una società che sia piena, positiva ed operante.

La piazza del 5 novembre ha dimostrato anche che la cultura della pace in Italia è presente e più forte di quanto non si possa pensare ma non è organizzata come ci ha spiegato il presidente di Azione nonviolenta Mao Valpiana, qualche giorno prima della manifestazione. “C’è bisogno di movimenti che organizzino la cultura della pace perché possa effettivamente influire sulla realtà e sulla politica”.  Valpiana ha voluto richiamare l’esempio di Aldo Capitini e della prima marcia Perugia-Assisi del 1961, che si rivolgeva proprio a due culture diverse ma unite dall’obiettivo della fine delle violenze: quella cattolica e quella socialista, a cui poi si aggiunge anche quella radicale.

La lunga marcia, animata da musica e balli in strada, si è conclusa con gli interventi sul palco di Piazza San Giovanni dove il segretario della Cgil Maurizio Landini ha lanciato un monito: “La guerra rischia di generare solo un’altra guerra”. Parole che potrebbero riassumere l’intero significato della giornata di sabato che ha animato la capitale.

 

Francesco Fatone – Giornalista praticante

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