Mercenari: quando “amare” la patria di altri è un affare

Figure che, pur avendo avuto origine in un’epoca remotissima, anche oggi sono se non attori principali almeno coprotagonisti di molti conflitti, come dimostra la loro presenza nella guerra di aggressione che oltre un anno fa la Russia ha scatenato contro l’Ucraina. Di mercenari si parla già in un documento geroglifico al tempo di Ramses II. Il fenomeno dei ‘’contractor’’, utilizzati anche in Ucraina

Ginevra, una città molto nota per essere la capitale mondiale dell’orologeria più sofisticata, non meno che di istituzioni ancora più preziose, fatte di una materia che il danaro non può comprare: gli organismi, oggi filiazioni delle Nazioni Unite o comunque ad esse collegati, che sanciscono diritti che dovrebbero essere altrettanti baluardi invalicabili in ogni scenario del pianeta cosiddetto civile.

Cosiddetto, aggettivo d’obbligo se ci si riferisce a scenari di guerra, in cui uomini si uccidono, si feriscono e si impoveriscono vicendevolmente invece di trovare soluzioni negoziate alle inevitabili dispute.

Al primo posto, nelle intenzioni di chi ha divisato quelle organizzazioni, ci sono una serie di norme, prescrizioni e proibizioni che regolano i rapporti tra potenze belligeranti, anche a tutela dei militari feriti, malati e prigionieri, nonché delle popolazioni civili inermi, esposte all’arbitrio di militari nemici.

Tutta questa sensibilissima materia va sotto il nome comprensivo di Convenzione di Ginevra e si compone di una serie di patti in continuo divenire e aggiornamento; dalla prima stesura di una sorta di memorandum, stilato dal filantropo svizzero Jean Henri Dunant nel 1864, all’ultimo dei numerosi protocolli susseguitisi, siglato nel 2005.

Il Diritto internazionale umanitario, alla base della Convenzione di Ginevra, sembra essere recepito essenzialmente da quegli Stati che non corrono rischi (o li corrono minimamente) di compiere non solo azioni belliche contrarie alla civiltà, ma anche semplicemente di concepire reciprocamente un’azione conflittuale armata.

Probabilmente l’ultima guerra tra due nazioni avanzate occidentali, con alle spalle uno sviluppo sociale paritetico, è stato nel 1982 il conflitto tra Gran Bretagna e Argentina, a causa delle isole Falkland/Malvine. Ma in quel caso le ostilità eruppero per la presenza in Argentina di una giunta militare e di un regime autoritario, che infatti crollò subito dopo aver perso quella guerra.

Eppure, da allora, sono stati centinaia i conflitti scoppiati in decine di nazioni. In nessuno di essi, temo di poter affermare, per ragioni e con modalità diverse è mai stata osservata la Convenzione di Ginevra; che ha perso visibilità e la cui natura fantasmatica oggi potrebbe essere presa a simbolo dell’imbarbarimento dell’epoca attuale. Ciò è comprovato anche dalla partecipazione ai conflitti di elementi estranei, i mercenari. Figure che, pur avendo avuto origine in un’epoca remotissima, anche oggi sono se non attori principali almeno coprotagonisti di molti conflitti, come dimostra la loro presenza nella guerra di aggressione che oltre un anno fa la Russia ha scatenato contro l’Ucraina.

Per capire meglio chi siano oggi questi professionisti della guerra, può essere utile una carrellata sulla loro storia nel passato, più o meno remoto. A parte le differenze ovvie rispetto a oggi, purtroppo non sembrano esserci grandi differenze, a parte che ai contractor di oggi non piace essere chiamati mercenari, più di quanto un affiliato a una cosca mafiosa non ami essere definito un assassino a pagamento.

Tra i primi documenti che ne parlano c’è una iscrizione geroglifica, risalente a 3.400 anni fa, in cui si riferisce che per combattere gli Ittiti, nemici giurati degli egizi, il faraone Ramses II avrebbe fatto ricorso a milizie Sherdana, gli antichi Sardi secondo molti studiosi, facenti parte dei Popoli del mare.

La nebulosa del tempo si dirada un po’ quando, al tempo delle guerre del Peloponneso, entrano in scena quelli che i romani avrebbero chiamato “peregrini milites” e, finalmente, “mercenarii”. Termine che al tempo delle guerre contro Cartagine indicava soldati provenienti da quasi tutta la porzione di mondo non ancora assoggettata da Roma; come i celebri frombolieri delle Baleari o guerrieri da Libia, Etruria, Sardegna, Numidia e altre regioni ancora. Combattenti che Roma disprezzava apertamente, almeno sino alla fase della sua decadenza, basando la sua potenza militare su una coscrizione della durata media di 25 anni, al termine della quale ciò che restava del legionario veniva ricompensato con una liquidazione e un appezzamento di terra da coltivare, buona per sostentare il reduce, trasformatosi in contadino, con la famiglia.

 

 

A cavallo dell’anno Mille, in epoca bizantina, di cruciale importanza per le sorti dell’Impero romano d’Oriente furono le “Guardie Variaghe”, composte essenzialmente da mercenari svedesi, un corpo creato a protezione e al comando dell’imperatore Basilio II detto “il bulgaròctono”, ossia il massacratore di bulgari ma, evidentemente, anche di musulmani, visto che fu l’unico condottiero a bloccare le mire di conquista di Bisanzio da parte degli arabi.

Nei secoli XV e XVI una grande espansione della figura del mercenario si ebbe nel nord della Penisola italica al tempo dei capitani di ventura e delle compagnie da loro comandate. Siamo ormai in epoca moderna, che vede consolidare i valori e le tendenze propri dell’Umanesimo per entrare nella temperie del Rinascimento. Per quanto riguarda la condotta degli eserciti, in stato di permanente attività in un susseguirsi di alleanze, cambi di fronte, tradimenti e tregue negoziate quanto puntualmente disattese dai potentati italiani e da quelli eterodiretti dalla Casa d’Asburgo e in particolare da Carlo V, quei periodi si potrebbero ben definire “disumanesimo” e “imbarbarimento”, forse ancora peggiori del più profondo Medio Evo.

Parecchi secoli dopo, soprattutto da un anno in qua, come vedremo, le cronache dei media registrano fatti ed episodi che lasciano sgomento il lettore contemporaneo non diversamente da come colpivano i lettori dei tempi lontani; tempi che, a torto, oggi pensavamo che non sarebbero più tornati.

La palma delle nefandezze spetta senza dubbio alle soldatesche di ventura, capeggiate da figure rimaste indelebili sia per le cronache di storici e letterati, Luigi Guicciardini, Niccolò Machiavelli, Baldassarre Castiglione, sia per i ritratti che ci sono giunti per mano di artisti quali Paolo Uccello, Donato Bramante, Piero della Francesca.

Fra tutti, i più spietati furono i lanzichenecchi (italianizzazione del tedesco Landsknecht, “servi della terra”), mercenari di fanteria sotto il Sacro Romano Impero, assoldati tra i figli cadetti (non eredi) dei contadini piccoli proprietari, che avevano scelto il mestiere delle armi (per riprendere il titolo di uno splendido film di Ermanno Olmi) per non dover fare i servi del fratello primogenito.

Nei loro reparti, divisi in compagnie, c’erano figure di vario rango, sia come combattenti (capitani, alfieri-portabandiera, sergenti, marescialli), sia come addetti alla logistica e alla organizzazione (scrivani, furieri, magazzinieri delle salmerie, pagatori, infermieri-chirurghi).

C’erano anche un giudice, un conestabile-prevosto (con funzioni di polizia militare) e un esecutore di giustizia, ovvero il boia, personaggio necessario ma odioso a tutti e relegato in fondo alla scala sociale dell’acquartieramento. Un personaggio chiave era invece il reclutatore, una specie di procuratore di ciascun singolo mercenario.

Individuato l’elemento idoneo al servizio e a quella specifica campagna, il procuratore faceva la proposta all’interessato che, se accettava, doveva versargli una percentuale della paga; a meno che il signore o monarca committente non ritenesse di corrispondergli una cifra complessiva. Talvolta, secondo le tabelle di metà del XVI secolo, anche cento volte superiore alla paga minima di un soldato.

Tutti convertitisi al luteranesimo dopo la Riforma, i Lanzichenecchi presero parte ad ogni conflitto di qualche rilevanza nella parte centro-settentrionale della Penisola. Non di rado entravano in rivalità con gli Svizzeri, altro corpo scelto di mercenari, ma raramente riuscivano a avere la preminenza su di loro e, soprattutto, a eguagliarne le paghe.

Anche al tempo, in Svizzera, il danaro, coerentemente con il lavoro di un soldato di ventura, che non era certo mosso da ideali patriottici, era al centro dei suoi interessi. I Lanzichenecchi, peraltro, erano quasi sempre imbattibili sul piano delle efferatezze, sia verso i nemici, che naturalmente cercavano di ripagarli con uguale moneta, sia nei confronti delle popolazioni civili.

 

 

Uno dei teatri bellici passati alla storia anche per la nequizia degli invasori fu il Sacco di Roma, nel 1527. Per dieci mesi, letteralmente assatanati contro il Papa Clemente VII, che aveva ripetutamente cambiato partito e che, per risparmiare le casse pontificie, aveva licenziato i suoi soldati convinto di poter trattare nuovamente con Carlo V, 14.000 lanzi, seimila spagnoli e altre bande mercenarie italiane, tra le quali quella di Sciarra Colonna, di Fabrizio Maramaldo e di Luigi Gonzaga detto Rodomonte (come si vede “nomina omina”), si abbandonarono ad atti di indicibile ferocia.

Mentre il pontefice era asserragliato a Castel Sant’ Angelo, che gli invasori non vollero espugnare subito, forse preferendo non rischiare perdite eccessive quando avevano l’intera città da saccheggiare e la popolazione inerme da depredare, i romani subirono il peggior massacro della loro storia. Ventimila vennero ammazzati, spesso solo per sfogare l’odio luterano contro i “cattolici corrotti”. Altri 10.000 morirono di peste, che già circolava tra le truppe imperiali; il papa, per non essere catturato dopo che la maggior parte della Guardia svizzera, a lui fedele, era stata annientata dai nemici, in numero assolutamente preponderante, dovette pagare la astronomica somma di 400.000 ducati.

Finiti i saccheggi, Luigi Gonzaga “Rodomonte”, almeno in parte, si riscatterà, aiutando Clemente VII a fuggire, travestito da contadino, e a riparare a Orvieto. Secondo gli storici, il Sacco fece impallidire le nefandezze che erano state fatte registrare dalla Città eterna durante le invasioni dei Goti e dei Visigoti molti secoli prima. Tutte le chiese e le basiliche furono profanate, gli arredi sacri e i tesori depredati.

Il Sacco, che in Europa suscitò sdegno e riprovazione anche tra le case regnanti avverse al papato, fu favorito dall’assenza del comandante in capo dei Lanzichenecchi, Georg von Frundsberg, rientrato in lettiga a Lecco perché gravemente malato, e dalla morte di Carlo di Borbone, caduto in battaglia forse colpito da una archibugiata sparatagli da Benvenuto Cellini, a quel tempo a Roma. La soldataglia, rimasta senza alcun tipo di freno né disciplina, non risparmiò nefandezze.

Ad alcuni membri del clero fu mozzato il naso, un cardinale, malato, subì una specie di parodia del proprio funerale, quando, collocato dentro una bara, fu minacciato di essere sepolto vivo se non avesse pagato il riscatto richiesto. Reliquie furono ridotte a brandelli, palazzi nobiliari e vaticani danneggiati e sconciati con scritte blasfeme, conventi abbattuti, tombe profanate. E ancora, suore violate, condotte nei postriboli o vendute come schiave ai “turchi”; bambini lanciati dalle finestre o passati a fil di spada per impressionare i genitori e costringerli a pagare riscatti per la propria libertà.

Un asino, addobbato con paramenti da vescovo, fu condotto a San Pietro (la cui santa Fabbrica resterà poi bloccata per diversi anni) e un prete, rifiutatosi di somministrargli la comunione come richiesto dagli imperiali, fu scannato sull’altare. Secondo Cesare Marchi, autore di un saggio sul Sacco intitolato “Grandi peccatori, grandi cattedrali”, alcuni genitori preferirono uccidere le figlie di propria mano per impedire che fossero stuprate dagli invasori.

Di secolo in secolo, la disamina (anche parziale) dei mercenari potrebbe seguitare a lungo. Arrivando ai giorni nostri, gli elementi in gioco sono sempre i medesimi. In mancanza di un esercito nazionale adeguato e di un’alleanza militare con un paese estero mosso da simili finalità politiche, si ricorre all’intervento di soldati prezzolati.

Trovarli non è difficile e, come al tempo di Carlo V, gli agenti reclutatori pare che abbiano solo la difficoltà della scelta. Qualche volta i candidati sono uomini cinicamente privi di ideali, disoccupati, con una vita burrascosa, anche sentimentale, alle spalle. Qualcuno proviene dalla Legione straniera. Se riescono a farsi prendere dai selezionatori hanno svoltato. In genere positivamente, ma non poche volte la loro è una curva che li porta dritti nel baratro del fine vita. Spesso sono ex militari professionisti, che provengono da corpi scelti di forze armate da cui si sono congedati anzitempo. Per esempio italiane.

Di connazionali che combattono ce ne sono una ventina, equamente divisi tra filo-russi e filo-ucraini. I morti, sinora, sarebbero stati tre. Lasciare le stellette, ottenute con dura fatica dall’esercito nazionale (che sulla tua figura professionale ha investito cifre importanti, anche decine di migliaia di euro) per fare, poniamo, il caporale o il sergente contro un compenso che resta largamente al di sotto di duemila euro mensili, per passare a percepire anche dieci volte tanto, in alcune persone può fare la differenza.

Mentre un militare in una forza multinazionale di pace può aggiungere mediamente cento euro al giorno per la durata della missione, che dura alcuni mesi o al massimo un anno, lo stesso individuo, pagato da un paese straniero, quella cifra complessiva la può prendere in pochi giorni di lavoro. Un lavoro che oltre al rischio elevato di restare uccisi o feriti in combattimento implica anche quello di essere eliminati in modo sommario se si cade in mano dei nemici e, cosa minore a questo punto, ma tutt’altro che trascurabile, il trovarsi fuori legge con un grave reato penale, di fronte alla giustizia del proprio paese. Che nel caso dell’Italia, a seconda se il soggetto ricade nella fattispecie del “foreign fighter” (il “combattente straniero”, mosso da motivi ideali contro uno Stato estero, il reato più grave) o del “mercenario” (motivato unicamente dal lucro personale, il delitto meno grave per il nostro codice) può comportare pene rispettivamente da 6 a 18 e da 2 a 7 anni di reclusione, salvo ulteriori aggravanti.

La guerra in Ucraina conferma ogni giorno che esiste una quantità di gente disposta ad ammazzare e consapevole di poter essere a sua volta ammazzata, solitamente per una paga abbastanza elevata (anche se in genere parecchio meno di quanto si favoleggi) o, molto più raramente, per ragioni ideali.

Per loro però c’è un terzo termine da usare, che fa da foglia di fico agli altri due, ed è “contractor”. Qualcuno, con pudore, lo definisce “operatore nel settore sicurezza”, che detto così sembrerebbe poco più di una “nottola”, come anni fa, a Roma, venivano chiamati con una punta di compatimento vigili notturni e guardie giurate dei turni serali, cui toccava l’ingrata corvée di infilare i bigliettini nelle saracinesche dei negozi abbonati per comprovare il loro passaggio.

In realtà i contractor, spesso, ma non necessariamente, ex militari, sono a tutti gli effetti professionisti con licenza di uccidere, ma senza le implicazioni diplomatiche e politiche che sorgerebbero se a fare il lavoro “sporco” fosse un militare con la divisa di uno Stato sovrano. Certe organizzazioni versano ai loro “consulenti” anche bonus supplementari per ogni nemico ucciso, cosa che in genere si dimostra esibendo il passaporto del malcapitato.

I contractor, quando non sono reclutati e agiscono individualmente, sono effettivi di eserciti privati.

Come (per restare in Ucraina) il Gruppo Wagner, filorusso, composto da ex militari russi, mercenari “puri” di varia provenienza e ex carcerati.

 

 

Di una consistenza complessiva di circa 50.000 uomini ed equipaggiato anche con aerei da caccia, elicotteri da combattimento e blindati, il gruppo era noto soprattutto agli specialisti per essere operativo in numerosi paesi dell’Africa, del Centro America e dell’Asia, là dove ci sono interessi russi da promuovere o regimi filo-russi da appoggiare, senza l’esposizione del governo di Mosca e senza restrizioni operative di alcun genere.

Compresi atti di ferocia contro popolazioni inermi e di “perfidia” (categoria che esiste tra le azioni ritenute criminali dai codici militari), cosa che li ha fatti comprendere dall’Unione Europea tra i gruppi terroristici internazionali, alla stregua di Al Qaida e dell’Isis.

Proprio con azioni che hanno riportato alla memoria le rivoltanti dimostrazioni dei terroristi islamici, il Gruppo Wagner è però venuto alla ribalta in questi giorni per aver diffuso un video che mostra la decapitazione di uno, e forse più, soldati ucraini fatti prigionieri.

Anche gli ucraini, comunque, si avvalgono dei servizi di numerosi mini-eserciti privati e di mercenari stranieri che operano come “battitori liberi”.

Quale che sia la loro provenienza e formazione, compresi Usa e UK, dove le “società militari” private sono legalmente riconosciute, i contractor sanno usare ogni genere di arma portatile, bianca e da fuoco, propria e impropria, e spesso conoscono anche sistemi d’arma complessi (missili, razzi, droni, pezzi di artiglieria e carri armati). Se viene loro ordinato sono capaci, perché hanno la capacità e lo stomaco per farlo, di praticare interrogatori “pesanti” e talvolta la tortura vera e propria.

Certo, potrebbe toccare anche a loro, fa parte del gioco. Gli interessati, di solito, rispondono che ciò avviene molto di rado e che vivere pericolosamente fa parte della vita che hanno scelto. E poi chi lo dà un compenso così elevato come le società (o i governi occulti) per cui lavorano?

Al contractor-tipo un po’ piace anche illudersi e ricorda il giocatore d’azzardo: quando perde minimizza, quando vince sembra che ogni volta abbia sbancato il casinò. Certo, se il nemico lo prende il passaggio al mondo dei più è probabile; a differenza dei mercenari bavaresi, di cui con disprezzo parla Francesco Petrarca nella canzone “Italia mia”, che imitando i gladiatori romani alzavano il dito indice in segno di resa, tradendo il patto di lealtà col loro signore, per i contractor quel gesto non potrebbe avere senso.

Anzi, al nemico, prima di far partire la raffica finale, potrebbe venire la tentazione di mozzarlo, quel dito. Come le teste tagliate ai loro “colleghi” di schieramento opposto, per mano dei criminali del Gruppo Wagner (a servizio del Cremlino ma ufficialmente inesistente), in pratiche venute alla luce nei giorni scorsi ma, a quanto sembra, già in atto da mesi, per scoraggiare i gruppi di combattenti stranieri a favore di Kiev, dei quali il più noto è il celebre Battaglione Azov. Che se non ha raggiunto i livelli di efferatezza del Wagner russo, si è non di meno segnalato per crudeltà e violenza, che al pari di quelle dei russi gli sono valse l’accusa di essere neonazista. In effetti, molti degli uomini del battaglione, specie durante la repressione a Mariupol dei movimenti secessionisti filorussi nel 2014, non si sono mai peritati di seguire i metodi sperimentati 70 o 80 anni prima dalla Wermacht, né hanno mai nascosto insegne e simboli della Germania nazista, come dimostrano i tatuaggi di molti loro soldati.

Oggi, a distanza di quasi dieci anni, anche per le pressioni degli alleati occidentali le simpatie naziste si tende a sottacerle il più possibile, sebbene molti di quei tatuaggi restino ben incisi nella pelle e, forse, nell’animo dei mercenari nazionalisti e suprematisti ucraini.

Una cosa è indubbia: tra le pochissime certezze che si possono ricavare seguendo un conflitto, non solo quello ucraino ma qualsiasi altra guerra fra le tante che insanguinano il mondo, chi si illudeva che l’elemento umano potesse essere risparmiato a spese dell’intelligenza artificiale, di robot e di umanoidi in simbolica uniforme, almeno sinora si sbagliava.

È sempre l’uomo, con le sue labilità e debolezze, che deve affrontare un altro uomo sul campo di Marte, parimenti intenzionato a prendersi la vita dell’altro per salvare la propria. Ieri la brutalità dei capitani di ventura era almeno stemperata da una iniziale galanteria di condotta, se non altro nella fase preliminare agli scontri. Saluti al nemico, sventolio di bandiere e vessilli, else delle sciabole innalzate al cuore, che in assenza di una patria batte, primo fra tutti, per il comandante, quasi sempre idolatrato dai suoi. Poi la carneficina, epilogo tragico e inevitabile di ogni conflitto.

Oggi, ammesso che l’amore per una patria resti, la sua estrinsecazione sul piano militare la si affida a estranei, a stranieri, mossi dalla cupidigia e dall’egolatria, i mercenari, che dai codici militari e dalla Convenzione non sono tutelati, perché come figure giuridiche sono trasparenti, invisibili. Essi a loro volta, sempre più simili agli antichi capitani di ventura, della Convenzione fanno carta straccia. Per loro Ginevra rimanda soltanto a preziosi misuratori del tempo.

 

Carlo GiacobbeGiornalista, scrittore

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