Meloni bifronte. Una biografia della “donna che si è presa l’Italia”

Intervista all’autrice Susanna Turco

Politica

Giorgia bifronte. Meloni politica classica e leader della destra post missina, quella assediata da tutti nella mitologia del Davide contro Golia e del ghetto dell’opposizione. E cyber-Meloni di “io sono Giorgia”, personaggio social (altro che il Capitano, Matteo Salvini, con la sua Bestia) e ambiziosa influencer.

Susanna Turco, giornalista politica dell’Espresso, racconta la sorprendente scalata al potere dell’attuale capo del governo nel suo libro “Re Giorgia. Controstoria della donna che si è presa l’Italia”, edito da Piemme. Ritratto (non autorizzato) dell’erede – nei fatti – di Silvio Berlusconi, con l’anticipazione di un vezzo poi diventato realtà: declinare al maschile le sue cariche, fino a diventare “il” premier del nostro Paese.

Lei descrive un Giano bifronte: madre cristiana e creatura social “dagli occhi affilati”. In questi cinque mesi di governo quale dei due volti sta prevalendo?

In campagna elettorale, quando ho finito di scrivere il libro, c’era un personaggio che sommava l’esponente politica nota a una versione social molto ben costruita. Ora è come se la costruzione avesse preso il sopravvento. La sensazione è che andare al governo le abbia tolto il tempo che serviva a gestire questo doppio livello. Il personaggio di governo è ancora diverso dai precedenti, si è inventata gli appunti di Giorgia. Bella trovata, ma quando è l’ultima volta che li abbiamo ascoltati? Il fatto è che gestire il governo si è rivelato più complicato delle attese.

Il naufragio di Cutro ha rappresentato uno spartiacque?

Meloni si è ritrovata più fragile. Molti si sono chiesti: come è possibile che una madre non vada a trovare le altre madri che hanno appena perso i loro figli? È come quando in tv si blocca l’immagine: la narrazione diventa meno fluida, più affaticata. È una dinamica interessante, perché lei ha fatto un grande percorso verso il governo ma nei momenti di difficoltà torna indietro, al registro precedente.

Che è quello di partito di opposizione. Questa dinamica è emersa con chiarezza nella polemica Donzelli-Delmastro contro le opposizioni, ree di avere visitato in cella Cospito. Perché la premier, salda sulla tolda di Palazzo Chigi con un’opposizione divisa e alleati di minoranza, non riesce a liberarsi di questa forma mentis?

Sì, è vero che FdI si sente ancora un partito di opposizione. Molte difficoltà della leader dipendono proprio dalla sua squadra. E’ come se, essendo una perfezionista e una “secchiona”, dovesse coprire tutti i ruoli. Anche perché chi ha messo a fare le sue veci spesso non è stato in grado di ottenere il risultato: il ministro Piantedosi, per esempio, ha funzionato sul piano ideologico, meno su quello operativo.

Non se lo aspettava? In fondo, il rischio che FdI, partito “giovane” e senza esperienza di governo, non avesse una classe dirigente all’altezza delle sfide era stato evidenziato da molti commentatori.

L’effetto però è stato superiore alle mie previsioni. Mi aspettavo una destra più nostalgica del passato ma anche più preparata. Invece, noto meno nostalgie ma anche meno prontezza e adeguatezza a gestire dossier delicati.

Lei ripercorre nel libro la storia e la militanza giovanile di Meloni. Quanto ha contato nella sua formazione l’essere cresciuta nella corrente dei Gabbiani di Colle Oppio, quella guidata da Fabio Rampelli, così identitaria e radicata?

Credo che Meloni, via via che il suo peso politico cresceva, abbia cercato di liberarsi di questo passato ma non abbia trovato ancora una modalità nuova. Non si è emancipata del tutto. Anche i rapporti con Rampelli, che è rimasto fuori dalle cariche di governo ed è stato commissariato nel partito romano, rimangono un mistero: sembra quasi una vendetta, ma nei confronti di un pezzo della sua stessa storia, per quanto antica.

 

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Fabio Rampelli

 

Berlusconi e Salvini l’hanno a lungo osteggiata nell’ascesa al potere. Con un po’ di maschilismo e, nel caso del Cavaliere, di supponenza anagrafca. Secondo lei, alla fine Meloni ha ottenuto il loro rispetto?

Secondo me sì. Anche perché avere voti ed esercitare il potere è il dato vincente. Nel caso di Berlusconi, cercare di metterla in una posizione di subordinazione ideologica e morale significava non voler accettare la sconfitta.

 

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Silvio Berlusconi

 

Alla fine, invece, ha ragione Pier Ferdinando Casini nel dire che Meloni è l’erede di Berlusconi. Abbiamo parlato per anni di delfini, successori, etc, ma oggi il capo della destra italiana è lei. E non ce ne è stato un altro in mezzo tra il Cavaliere e Meloni.

 

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Pier Ferdinando Casini

 

Lei racconta come il personaggio Meloni sia stato costruito, da Rampelli in primis, quando serviva qualcuno lontano dal “prototipo del picchiatore fascista” con mascellone e cranio rasato. Et voilà, la ragazza con occhi azzurri, lentiggini e trecce. Un esperimento che ha funzionato?

Ha funzionato da subito perché non è stato un esperimento a freddo, come il M5S. Non in vitro ma vivo. Serviva una persona che incarnasse quei tratti, ed è stata individuata perché esisteva. I suoi coetanei se la ricordano, giovanissima postfascista, alle assemblee studentesche e alle occupazioni. In quel senso ha ragione quando dice “non temo le contestazioni, le ho subite per tutta la vita”. Quando FdI, prima delle Europee del 2019, vivacchiava sotto il 4% ha deciso di giocarsi questa carta e ha vinto la scommessa.

I suoi hanno il culto di “San Giorgia”. Non è un po’ renziana nell’affidamento al cerchio magico?

Un po’ sì ed è il suo vero punto debole. Lei che non si fida di nessuno basa le sue scelte sulla fiducia come parametro unico. Ne risulta un parterre ridottissimo che sta rivelando una vulnerabilità pericolosa: al governo devi per forza delegare, devi saper organizzare ciò che non puoi gestire direttamente. Donzelli oggi è il capo del partito e abbiamo visto che guaio ha combinato.

 

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Lollobrigida è ministro e cognato, ma è complicato tenere insieme politica e famiglia. Anche nello staff emergono gelosie e coabitazioni che non è facile far quadrare. In fondo quello del cerchio magico è un concetto, un sentimento, da opposizione: bisogna avere un sistema di selezione del gruppo dirigente che non si basi solo su fedeltà o addirittura parentela. Meloni ha fatto una grande operazione di accreditamento internazionale, ma su questo piano interno zoppica.

 

Federica FantozziGiornalista

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